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11/07/17

PROCESSO PESCI: LE RICHIESTE DELL'ACCUSA


Articolo della Gazzetta di Mantova del 10 luglio 2017
La scure dell’accusa è calata nel tardo pomeriggio. Trent’anni al boss Nicolino Grande Aracri e al muratore di Pietole Antonio Rocca e 14 anni alla moglie di quest’ultimo, Deanna Bignardi, e due anni al figlio Salvatore Rocca.

Queste alcune delle richieste di condanna avanzate dai pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Brescia, Claudia Moregola Paolo Savio, durante la requisitoria al processo Pesci che vede alla sbarra sedici imputati accusati di far parte della cosca di Nicolino Grande Aracri, di cui sarebbero stati il braccio operativo nel Mantovano. Sta dunque per arrivare alle battute finali il processo con rito ordinario che si celebra a Brescia teso a dimostrare l’esistenza di un’associazione mafiosa che faceva capo alla cosca cutrese di Grande Aracri con interessi e affari nel territorio Mantovano.

Dal giorno del blitz e degli arresti legati all’inchiesta Aemilia (ramo emiliano), sono passati due anni e mezzo e poco più di un anno dall’inizio del processo del filone lombardo Pesci. Se i magistrati di Aemilia sono riusciti finora ad accusare il boss cutrese – e poi a condannarlo – soltanto per riciclaggio, a Mantova la Dda ha trovato le carte per scrivere l’imputazione di associazione a delinquere di stampo mafioso. Ed è la prima volta al Nord.
Accanto al boss, in carcere a Opera, ci sono diversi muratori cutresi che secondo le indagini dei carabinieri del nucleo investigativo di Mantova, avrebbero cercato di piantare le gru in alcuni cantieri edili dell’hinterland, tenendo sotto scacco con minacce ed estorsioni gli imprenditori. Figura centrale, secondo la Dda, quella di Antonio Rocca, muratore cutrese trapiantato a Borgo Virgilio e ritenuto il luogotenente del boss per il Mantovano, che nel suo interrogatorio ha respinto con veemenza tutte le accuse. Ha negato di aver partecipato ai summit con Grande Aracri, e ricostruendo le relazioni economiche con gli imprenditori che lo hanno denunciato per estorsione, ha assicurato di aver agito soltanto per riscuotere dei crediti dovuti. E ha sostenuto di essere perfino andato in perdita.
Puntando il dito contro Paolo Signifredi, l’uomo dei conti della cosca, suo ex compagno di merende ora pentito, «un infame che ha fatto molte porcherie». Nei faldoni dell’inchiesta sono finiti anche l’ex sindaco di Mantova Nicola Sodano e il costruttore Antonio Muto. L’ex primo cittadino (processo stralciato a Roma) è indagato per peculato e corruzione per l’affare Lagocastello e per la nomina di un “amico” alla Fum.

Muto, oggi agli arresti domiciliari con l’accusa di bancarotta fraudolenta nell’ambito di un’inchiesta della Guardia di Finanza, era invece finito in cella con l’accusa di aver fiancheggiato la cosca dei Grande Aracri. L’immobiliarista di Levata di Curtatone è stato assolto in primo grado con rito abbreviato e adesso è in attesa della sentenza d’appello, la cui udienza è fissata per giovedì.

Le altre richieste di condanna: Gaetano Belfiore (13 anni), Alfondo Bonaccio (12 anni), Vito Floro (6 anni), Rosario Grande Aracri (15 anni), Salvatore Grande Aracri (13 anni), Antonio Gualtieri (7 anni), Giuseppe Lo Prete di Cerese (24 anni), Giacomo Marchio (4 anni), Salvatore Muto (20 anni), Moreno Nicolis (7 anni), Daniele Silipo (8 anni), Ennio Silipo (8 anni).

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