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27/06/17

UNA STRAGE SEMPLICE


Ieri sera, presso l’oratorio Santa Maria in Silva di Brescia, è stato presentato “Una strage semplice”, l’ultimo libro di Nando Dalla Chiesa. Insieme all’autore erano presenti Lorenzo Frigerio, responsabile di Libera Informazione, e Don Fabio Corazzina.
Il libro si occupa di analizzare le stragi del 1992 sforzandosi di unire all’aspetto commemorativo quello della memoria. In particolare, la memoria degli anni precedenti agli attentati permette di ricostruire il contesto generale entro il quale hanno lavorato Falcone e Borsellino e quindi di capire quali sono stati i tanti interessi e le varie ragioni che hanno determinato la loro morte.
Il punto di partenza quindi è comprendere perché nelle commemorazioni ufficiali che ricorrono ogni 23 maggio e 19 luglio non si parla della storia che va dal 1981 al 1992. L’attività di Giovanni Falcone, che oggi viene unanimemente celebrata, in realtà è stata sempre ostacolata: “lo Stato viveva la sua presenza con fastidio, la politica con imbarazzo, i giornali come un corpo estraneo” afferma il professore Dalla Chiesa. E anche oggi, si vedono “alleanze” contro alcuni magistrati particolarmente impegnati.
Ma qual’è il motivo per cui anche a grandi testate giornalistiche del nord Italia risultò scomoda la presenza di Falcone? La risposta deve essere ricercata negli interessi economici di un capitalismo del nord che trova conveniente stringere rapporti con gli ambienti della borghesia mafiosa siciliana. Questa è una realtà che risale ai fatti di Michele Sindona, di Calvi e le vicende del Banco Ambrosiano e che non possono essere dimenticati nell’analisi del contesto che a portato alle stragi del 1992.
Giovanni Falcone preoccupò in primo luogo Cosa Nostra, in quanto ha dimostrato di essere una persona totalmente estranea alla mafia. Grazie a questa presa di posizione netta e all’assenza di ambiguità è riuscito ad ottenere le dichiarazioni di Tommaso Buscetta. Dichiarazioni che furono sconvolgenti perché in un periodo in cui si diceva ancora “la mafia non esiste” confermava l’esistenza di un’organizzazione criminale complessa denominata Cosa Nostra. Considerato un traditore dai memebri del sodalizio, non poteva essere attaccato negli stessi termini da parti ci chi mafioso non era. Quindi chi non poteva attaccare Buscetta come traditore, se la prese con Falcone, accusandolo di essere “amico dei mafiosi”. Critiche che venivano mosse anche dallo stesso ambiente politico culturale che non ha mai ritenuto disdicevole la figura del collaboratore di giustizia in relazione ai terroristi degli anni di piombo, che, a differenza di Buscetta, godevano anche di sconti di pena. Una contraddizione spiegabile con la paura che i mafiosi, una volta “pentiti” possano fare il nome di qualche politico o uomo di potere, cosa che per i terroristi non accadeva.
Cominciava dunque una startegia della delegittimazione che vide il suo culmine con la pubblicazione sul Corriere della sera dell’articolo di Sciascia, ribattezzato dalla redazione “I professionisti dell’antimafia” con cui si contestò la possibilità di ricoprire ruoli di prestigio per il “solo” merito di aver fatto molta esperienza nella lotta alla mafia. Ne nacque una polemica enorme, finalizzata non tanto alla difesa del garantismo, ma a garantire l’impunità alla mafia. A tal proposito Paolo Borsellino affermò che “Giovanni ha cominciato a morire quel giorno”.
Assumendo il ruolo alla Direzione Affari Penali, presso il Ministero di Giustizia, Falcone fu percepito da Cosa Nostra come un pericolo. Mentre tutti pensavano si fosse indebolito, andando a lavorare alla corte di Andreotti e di Martelli, Cosa Nostra pensava esattamente l’opposto: è Andreotti che si sta mettendo alla corte di Falcone. A certificare questa paura c’è una frase di Salvo Lima rivolto ad Angelo Siino, alla presenza di Ignazio Salvo: “Questo si metterà l’Italia nelle mani”.
Viene dedicata una particolare attenzione a questo episodio. La frase denota che il retroterra dell’omicidio di Falcone fu di carattere nazionale, non confinabile solo in Sicilia. Infatti, Salvo Lima, europarlamentare della Democrazia Cristiana, era un uomo di potere che sta parlando con un altro uomo di potere, Angelo Siino, “ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra” e poi collaboratore di giustizia. La preoccupazione venne volutamente espressa davanti ad Ignazio Salvo, membro di Cosa Nostra, affinché l’organizzazione capisse.
La strage di Capaci non fu un complotto ma il risultato di un insieme di interessi, frutto di una convergenza complessa che vide concorrere tanti fattori. Un primo aspetto da comprendere è il motivo del momento storico scelto per la starge. Un primo fattore fu l’eliminazione di Andreotti dalla corsa per la Presidenza della Repubblica, in quanto non ebbe mantenuto i patti (la Cassazione non li ha assolti). Questa circostanza, che è stata confermata anche dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, sarebbe una concausa composta da più elementi quali la vendetta nei confronti di Andreotti e la coincidenza dell’imminenza dell’elezione del Presidente della Repubblica. Un secondo fattore fu il vuoto di potere politico creatosi dopo lo scandalo di Tangentopoli e l’avvento di Mani Pulite. Un vuoto che va venire meno la protezione politica per i poteri economici che hanno fatto affari con Cosa Nostra e hanno paura di quello che può accadere con Falcone alla Procura Nazionale.
Viste tutte queste concause, tuttavia, bisognava che tutti fossero convinti che ad ucciderlo fu la Mafia e solo la Mafia: la voglia dei poteri di rimanere occulti si sposa con il desiderio di onnipotenza di Riina. Per questo motivo la strage fu fatta a Capaci e non a Roma.
Inseguito, il bando per il posto di Procuratore Nazionale antimafia fu riaperto e come candidato più probabile e voluto fu scelto Paolo Borsellino, che ha capito di trovarsi in una posizione pericolosa e quindi “fa capire che ha capito”: torna sull’inchiesta su mafia e appalti.


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