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20/06/16

Udienza Pesci


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BRESCIA: «Franzoni aveva pagato un calabrese per far incendiare l'auto del figlio di Antonio Muto». Il fuoco come strumento di avvertimento duro, di minaccia, torna ad accendersi nel processo Pesci. È Paolo Signifredi, nel secondo giorno della sua testimonianza fiume, a puntare il dito anche contro l'imprenditore di Curtatone, ex socio di Muto (sempre al centro del processo nonostante sia stato assolto in primo grado) in Ecologia e sviluppo che ha denunciato le estorsioni e si è costituito parte civile al processo Pesci.
Il contabile addetto alla liquidazione delle società in guai economici per poi spartirsi i soldi con Antonio Rocca racconta dei roghi come pratica usuale a Curtatone. E al metodo duro avrebbe ceduto anche Matteo Franzoni.
GLI ARTIGLI SULLE SOCIETÀ. Un racconto sconcertante, quello di Signifredi sotto il fuoco delle domande dei pm Claudia Moregola e Paolo Savio. Sia quando ricorda le estorsioni ai danni di Giordano Boschiroli a cui vengono soffiati soldi, auto e proprietà, con minacce e schiaffoni, e con il lasciapassare del nome di Grande Aracri, sia quando inanella uno dopo l'altro i nomi delle imprese che Rocca gli passava per lo spolpamento.

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La Geco di Verona con cantieri a Porto Mantovano e a Cerese, che ingolosisce Rocca per il numero di immobili. Ai due titolari, Donà e Zara, viene promessa la salvezza. Cambio di nome e di sede legale e via allo spazzolamento. L'impresa non riesce fino in fondo, ricorda Signifredi, con la curtatonese “Vignali e Gagliardi” «due bravissime persone che si erano trovate in difficoltà». Il gatto e la volpe intervengono e dalle ceneri della società nasce la Stella costruzioni. «Vignali mi diede 20mila euro, che ho spartito con Rocca». Ma per “colpa" di un elettricista ci fu comunque il fallimento. «Rocca però mi raccontò in carcere di aver estorto a Vignali altri 7mila euro». Rocca aveva puntato anche la Monfardini, colosso mantovano del cemento, in un momento di crisi, «ma dopo qualche abboccamento non se ne fece nulla».
IL PIANO ESTORSIONI. «Non faccio il nome di Luca Rossi per l'inchiesta Pesci. Così dopo gli vado a chiedere dei soldi». Il silenzio come merce di scambio: era questo in cella il piano di Rocca secondo Signifredi. Oggi il muratore di Borgo Virgilio scuote la testa e ride, dentro la gabbia dell'aula 67 di palazzo Zanardelli. Come se ascoltasse barzellette. Rossi aveva bisogno di una soluzione per salvare la sua società e Rocca, secondo il solito copione, gli aveva portato il mago Signifredi.
«Poi però non se ne fece nulla. E Rossi cercava di schivarlo perché gli doveva dei soldi». Rossi finisce nell'inchiesta Aemilia per la truffa delle piastrelle, in concorso proprio con Rocca, che cerca di fargli arrivare il messaggio: quando esco scuci dei soldi, sennò oltre che a Bologna vieni in gita con me anche a Brescia». Rocca non perde occasione per vantarsi, ricorda Signifredi, delle sue conoscenze altolocate, con lui e con altri carcerati. Parla con dovizia di particolari di una festa a Buscoldo, nel 2010, organizzata da Muto dopo l'elezione di Nicola Sodano. Una festa dove «vennero sparati anche dei colpi di pistola in aria per festeggiare la vittoria di Sodano, alla faccia dei comunisti».
Erano tutti soddisfatti del risultato, «soprattutto Muto che si considerava l'artefice della scalata di Sodano». Per procacciarsi voti, e farlo eleggere, Muto, racconta sempre Rocca a Signifredi, «aveva mosso certe sue amicizie romane». Ora «attendiamo che ci dia lavoro. Lui a Mantova e l'altro fatto eleggere a Virgilio, Alessandro Beduschi». È il sindaco - che però nega di conoscere Rocca - del paese dove abita il muratore. Anche la sua elezione, dice Rocca a Signifredi, «è stata appoggiata all’80% per poter poi avere degli appalti». Ma a Virgilio Rocca era restato a bocca asciutta, e nemmeno Muto, ai piani più alti, aveva ottenuto lottizzazioni. Il muratore voleva tornare alla carica.
IL VERO E IL FALSO. Quello che Signifredi sa per averlo vissuto e quello che gli ha raccontato e dettato Rocca nel piano scellerato per autoassolversi. Fogli e fogli scritti a mano in cui ci sono «50 verità e quattro minchiate». Su questi distinguo si sono impuntati gli avvocati delle difese, capitanati dal loro guru, il legale di Rocca. Un Salvatore Staiano in assetto di guerra che ha già annunciato un controesame all'ultimo sangue.

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