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04/05/16

Processo Pesci: il filone Lagocastello

Articolo tratto da "Gazzetta di Mantova"
di Gabriele De Stefani

BRESCIA. Il filone corruzione scaturito dall’inchiesta Pesci - quello che vede imputati politici, giudici e imprenditori che secondo l’accusa avrebbero tentato illegittimamente di sbloccare Lagocastello - partirà a giugno a Roma, ma i pm dell’Antimafia proseguono nella loro strategia e portano sul banco dei testimoni del filone estorsioni figure in grado di aiutare a ricostruire cosa accadde nel 2011-2012 attorno al progetto di Muto. Tre le voci ascoltate ieri in udienza, tutte molto pesanti: Raffaele Cattaneo, l’ex braccio destro di Formigoni,  Nicola Maria Sanese e l’ex sottosegretario ai Beni Culturali Roberto Cecchi. La più rumorosa è quella di Cattaneo, oggi presidente del consiglio regionale e allora assessore alle infrastrutture e trasporti.
Interrogato dal pm Paolo Savio, l’esponente di Ncd ieri ha confermato le tesi dell’accusa su quanto avvenuto il 26 settembre 2012 nell’ufficio del senatoreLuigi Grillo: «Sì, in quella riunione si discusse di come far ripartire la lottizzazione - ha detto - e al tavolo, oltre al senatore, c’erano Sodano, Muto e un altro tecnico di cui non ricordo il nome. Io venni invitato da Grillo nel suo ufficio, ma senza che mi fossero anticipati l’oggetto della conversazione e l’identità delle altre persone presenti. Io conoscevo solo Sodano, che già in un’altra occasione, pochi mesi prima, nel suo ufficio mi aveva mostrato le planimetrie di Lagocastello chiedendo cosa potessi fare per aiutarlo a far partire i lavori. Io però gli avevo spiegato subito che non potevo aiutarlo: le mie deleghe erano altre».

Sodano a quel tempo aveva dichiarato che il motivo della sua missione nella capitale erano iniziative culturali in città, ma Cattaneo racconta un’altra storia: la stessa che i pm hanno messo nero su bianco nelle loro accuse. «Quando arrivai Grillo non c’era ancora - racconta l’ex assessore - poi ci trovammo in cinque-sei al tavolo e io rimasi per una mezzoretta». Il pm lo interrompe e mostra le foto frutto del pedinamento dei carabinieri: Cattaneo (che non è indagato ma un semplice testimone) resta quasi due ore nell’ufficio, così come Muto e Sodano, a loro volta immortalati dall’Arma. E in quell’ufficio, dunque, cosa accadde? «Si discusse di Lagocastello e del fatto che il Consiglio di Stato aveva respinto il ricorso dell’impresa, ma l’intento di tutti, anche del Comune, era di trovare una soluzione per autorizzare i lavori. Io spiegai che non vedevo soluzioni se non, al massimo, provare con un accordo di programma. La posizione di Sodano? Era di disponibilità nei confronti del costruttore».
Il pm incalza: ma il sindaco non le disse che il Comune davanti ai giudici era formalmente schierato al fianco del ministero e dunque per il no al cantiere? «Questo non mi fu detto – prosegue Cattaneo – ma non mi avrebbe stupito, spesso le amministrazioni cambiano idea. A quel punto (cioè dopo il no definitivo del Consiglio di Stato, ndr) l’obiettivo era provare a ridefinire i confini dell’area protetta, da parte di tutti c’era questo interesse. Io spiegai che non era mia competenza e me ne andai infastidito perché ero stato tirato in mezzo senza che nessuno mi avesse avvisato in anticipo dell’argomento della discussione. Preferisco sapere sempre prima chi sono le persone che incontro, il mio ruolo mi impone prudenza».
L’unico aspetto su cui Cattaneo non riesce ad essere preciso è l’identità del tecnico che affiancava Grillo. Secondo i pm si trattava di Attilio Fanini (il commercialista che avrebbe incassato 80mila euro da Muto), ma il presidente non lo riconosce in fotografia: «Non ricordo». Ciò che Cattaneo ricorda bene è la sensazione che provò: «Ebbi la chiara percezione che era meglio stare lontano da quella vicenda – è la dichiarazione resa nel corso dell’interrogatorio in procura nei mesi scorsi – non volli essere scortese anche perché l’amministrazione di Mantova aveva il nostro stesso colore politico, ma non riuscivo a capire perché mi coinvolgessero in quell’operazione. Per questo non me ne occupai più, al massimo forse riferii a Formigoni».
 IL SECONDO TESTE: "PRESSING ANCHE SU DUE MINISTRI".  Già direttore generale e sottosegretario dei Beni culturali, Roberto Cecchisnocciola date, incontri e telefonate con piena precisione: legge su un’agenda che nel corso dell’udienza assume il ruolo di un diario di bordo di sollecitazioni, pressioni e richieste per far partire Lagocastello. Autori del pressing: Sodano, Grillo, Bonferroni e il suo faccendiere Zobbi, Muto. Nel 2006, quando laBrioni si mette di traverso, iniziano le «richieste di chiarimento» di Zobbi. Poi, nel 2011, ecco che Zobbi, Bonferroni e Sodano incontrano l’allora ministro Galan e, di seguito, lo stesso dirigente: «Nel giugno 2011 il sindaco e gli altri mi chiesero di modificare il vincolo di inedificabilità, quando il Tar aveva già dato ragione a noi del ministero».
Gli incontri si susseguono: secondo quanto riferito in aula, il senatore Grillo (accusato di aver incassato mazzette per 80mila euro da Muto) bussa alla porta di Cecchi il 14 giugno 2011 e il 18 ottobre 2011, il primo febbraio, il 13 marzo e il 10 luglio 2012 sempre per insistere sulla lottizzazione, mentre il 15 marzo Ornaghi chiede spiegazioni dietro input di Bonferroni. «Incontri durati tre minuti, perché io dicevo di no e basta». C’è poi l’attivismo di Sodano. Dopo l’incontro del giugno 2011, l’allora sindaco torna a farsi vivo il 19 marzo 2012 quando fa sapere alla segretaria di Cecchi di volerlo incontrare allo scopo (il testo è conservato) «di trovare una soluzione per Lagocastello nell’interesse della città senza disattendere il vincolo». Qual è l’interesse della città secondo Sodano, chiede la pm Moregola? «Voleva che si autorizzasse la lottizzazione modificando i confini dell’area tutelata – risponde Cecchi – così venne da me anche il 22 marzo con Bonferroni. Non mi disse che il Comune al Consiglio di Stato stava con il ministero, ma solo che voleva sbloccare i lavori».
Il pressing aumenta con l’avvicinarsi della sentenza definitiva: «Il 17 aprile 2012 Bonferroni preannunciò una telefonata nella quale Sodano mi avrebbe comunicato l’accordo con la direzione regionale dei Beni culturali e dunque la necessità di un tavolo per ridurre l’area inedificabile». In realtà Milano aveva detto no (come rivelato dalla dirigente Bon Valsassina in altra udienza): «L’ipotesi non si poteva neanche prendere in considerazione» scandisce Cecchi. Che poi riferisce anche un altro episodio: «Grillo mi chiese l’ennesimo appuntamento per il 19 luglio 2012, dopo il no finale del Consiglio di Stato. Ma quel giorno nel mio ufficio al ministero si presentò a sorpresa Muto. Era molto deciso e secco, aveva la faccia aggrottata e mi disse che voleva i danni».(gds)

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