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26/05/16

Il teste dell’accusa ritratta

di Rossella Canadè
Gazzetta di Mantova
24 maggio 2016

Società fittizie, create a bella posta per arraffare macchinari edili da rivendere al mercato nero, ripulire soldi sporchi e far girare fatture false. Un giochetto che la cosca utilizzava spesso, grazie alla complicità di inconsapevoli balordi, spesso tossicodipendenti pescati sulle porte delle comunità o nei bar sgarrupati delle periferie, reclutati come teste di legno. Flavio Montini, classe ’65, utilizzatore di sostanze stupefacenti "fino all'altra sera" è uno di loro. Lo aveva ammesso, messo alle strette, ma neanche tanto, davanti ai poliziotti della squadra mobile cremonese che lo avevano interrogato dopo una banalissima denuncia per appropriazione indebita. Particolari, dettagli, che avevano dato la stura alle indagini sui traffici di Francesco Lamanna e Salvatore Muto nella zona a cavallo tra Mantovano e Cremonese. Ieri la sorpresa: Montini, arrivato all'udienza Pesci con accompagnamento coatto, «la scorsa volta mi era proprio scappato di mente» ha ammesso candido, ha ritrattato tutto. «Non sono un collaboratore di giustizia - ha proclamato - e non ho mai detto nulla. Da ubriaco poi ho firmato tante di quelle cose che non me le ricordo più». Le firme sui verbali, giura, «non sono le mie. Qualcuno le ha imitate». Un'accusa precisa nei confronti della polizia, che l'ispettore Pietro Paolo Bonetti, al banco dei testimoni dopo di lui, smentirà a chiare lettere. «E' stato lui a raccontarci tutto, e il verbale l'ha firmato».
Peccato che quella carta non possa essere utilizzata neanche per le contestazioni: il verbale è nullo, perché Montini, già indagato, avrebbe dovuto essere assistito da un avvocato. Lo chiede Luigi Antonio Comberiati, difensore di Salvatore Muto e poco dopo lo sancisce inequivocabilmente il giudice Gianfranco Villani al termine di una breve camera di consiglio. Come se non avesse detto nulla, in sostanza. E c'è da aspettarsi che non lo ripeta mai più. Ne sono convinti i pubblici ministeri Claudia Moregola e Paolo Savio: Montini ha paura, è stato minacciato. E l'assenza nella scorsa udienza non è stata una dimenticanza. Lui nega, «non ho paura neanche di un leone», ma non convince nessuno. Non convince il suo tono saccente quando racconta di aver creato lui, dedito ad alcol e droga da sempre, l'impresa edile Torrazzo scavi, di non aver mai pagato i macchinari noleggiati e di non sapere che fine abbiano fatto. «Lamanna so chi è perché l'ho visto sul giornale» afferma. Peccato che siano stati visti più volte insieme e trovati nella stessa auto durante un controllo della polizia, conferma Bonetti, che ha ricostruito i mesi di appostamenti e indagini in cui era emerso anche il ruolo di Giorgio Gobbi, ucciso dal cognato nell'azienda di Viadana, come uomo di fiducia di Lamanna.
Il voltafaccia di Montini, non resterà impunito: i pm hanno chiesto la trasmissione degli atti alla Procura per calunnia e falsa testimonianza.
Lunedì e martedì siederanno sul banco dei testimoni gli imprenditori che hanno denunciato le estorsioni dei bracci armati della cosca.

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