Mappa delle allerte in provincia di Brescia.

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03/07/15

La storia di Gianluca: punto di partenza per un’antimafia più efficace

La creazione di una rete di rapporti sociali per non isolare le vittime di mafia. Questo il punto da cui partire dopo la presentazione di “ Io non pago. La stra-ordinaria storia di Gianluca Maria Calì”, libro scritto dal professore dott. Antonino Giorgi e dalla dottoressa Francesca Calandra, basato sulla storia dell'imprenditore Gianluca Maria Calì.

All'incontro hanno partecipato,insieme agli autori del libro, Elena Marta (docente di psicologia all'università Cattolica)e Gian Antonio Girelli (Presidente della Commissione Regionale Antimafia). Presente fra il pubblico anche il Vice Questore Emanuele Ricifari.Io non pago

Il libro nasce dal desiderio di dare al lettore la possibilità di percepire cosa voglia dire avere a che fare con la mafia e di capire il percorso che ha portato Calì a scegliere di rivolgersi alla comunità.
Si racconta della Mafia “nelle pieghe della vita quotidiana”, sostiene la professoressa Marta, si invita a “riflettere su quante volte si è fatto finta di non accorgersi di un fenomeno che però accadeva”.
La cittadinanza ha per troppo tempo tenuto bassa la soglia di attenzione e questo è dovuto ad un'incapacità di assumersi delle responsabilità e dalla paura di solitudine.
Ma costruire delle relazioni sociali solide è possibile ed è quello che si deve fare per contrastare il potere mafioso.
Ogni cittadino deve fare la sua parte ma da solo non ci può riuscire essendo necessaria una dimensione di comunità. L'università in questo ricopre un ruolo fondamentale: in quanto ente al servizio del territorio ha il dovere di fare la sua parte nel contrasto alle mafie.

Stiamo attraversando un periodo di grande entusiasmo scientifico, in cui il patrimonio conoscitivo è in continua crescita ed è dovuto alla presenza di tanti giovani desiderosi di fare ricerca e che in questi anni molto hanno prodotto. 
Ma il lavoro da fare è ancora tanto.
Ormai si è giunti ad un buon numero di analisi che descrivono il fenomeno mafioso. Quello che si è voluto fare scrivendo questo libro è focalizzare l'attenzione sulla vittima e sulle sue esigenze, passando dalla domanda “come riconoscere un mafioso” a “come far leggere al mafioso che noi siamo antimafiosi o non colludenti”?

I riscontri principali sono la sofferenza sia economica che psicologica della vittima e inoltre un vuoto istituzionale: mancano misure di tutela  adatte, che attuino sostegno e accompagnamento. C'è l'esigenza di proteggere dall'impotenza e dalla perdita di controllo.

A tale fine viene proposto un Modello di intervento (N.A.T.) che può rappresentare un inizio e che intende agire sulla valorizzazione dei legami  (creazione di reti che spazino dall'associazionismo alle istituzioni), sulla formazione dei vari operatori e sul recupero delle risorse perdute.

Il sistema di tutela deve essere caratterizzato necessariamente da un basso impatto burocratico (si è notato che la lentezza della burocrazia è uno dei mali attuali e che è doveroso uno snellimento).

Il fine è garantire all'imprenditore di rimanere tale, poiché la vittoria della mafia si ha ogniqualvolta egli è costretto a rinunciare alla propria attività. Si deve creare un sistema che permetta che questo avvenga. Discorso analogo al reimpiego dei beni confiscati.

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