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20/12/14

Usura ed estorsione: operazione bloodsucker, arresti anche a Brescia

L'articolo tratto da www.corrieredinovara.com:
NOVARA – Operazione ‘Bloodsucker’ ossia ‘Sanguisuga”. E’ l’articolata e complessa indagine condotta dalla Squadra Mobile di Novara, in sinergia con le Squadre Mobili di Torino, Milano, Brescia, Biella e Vercelli e il supporto del Reparto Prevenzione Crimine Piemonte, tutte coordinate dalla locale Procura della Repubblica.
Un’indagine che ha sgominato un presunto giro di usura, che partiva da personaggi residenti nel Novarese, ma si articolava in tutta Italia, con vittime sino nel Lazio, nel Veneto, in Lombardia e in altre province del Piemonte.
I dettagli dell’operazione sono stati illustrati nella tarda mattinata di oggi, venerdì 19 dicembre, in Procura a Novara. A parlarne, il procuratore Francesco Enrico Saluzzo, il sostituto procuratore Ciro Caramore e la dirigente della Squadra Mobile di Novara, Sabrina Galli.
L’operazione ha portato all’esecuzione di provvedimenti di custodia cautelare e arresti domiciliari in provincia di Novara e nel resto d’Italia.
Duro il colpo inferto alla criminalità locale con soggetti accusati, a vario titolo, di usura, estorsione aggravata e riciclaggio ed esercizio abusivo di attività finanziaria.
Destinatari della custodia cautelare in carcere sono stati Giuseppe Di Giovanni, detto “Pino”, nato in Sicilia nel 1962, ma residente nel Novarese, reputato dagli inquirenti come il presunto ‘capo’, il fratello Francesco Di Giovanni, classe 1961, residente in provincia di Novara ma domiciliato a Vercelli, Ignazio Di Giovanni, classe 1983, residente nel Novarese e figlio di ‘Pino’ e Massimiliano Alia, nato a Biella nel 1977, residente a Reggio Calabria e domiciliato nel Biellese (stretto collaboratore, per gli inquirenti, dei Di Giovanni). Ai domiciliari, infine, sono finiti Sergio Agostinelli, classe 1950 e Angelo Migliavacca, residente in provincia di Milano, classe 1949 (reputati dagli inquirenti presunti esperti del riciclaggio del denaro) e Francesco Pirrello, classe 1949, residente a Brescia e considerato dagli inquirenti un altro aiutante del gruppo.
“Pino” Di Giovanni è reputato come il presunto capo di un clan, che negli anni ha sviluppato e accresciuto in maniera esponenziale e, in molteplici settori, i propri interessi economici nel Novarese (tra l’Est Sesia e la Bassa Valsesia e il Borgomanerese). Le indagini lo hanno individuato, come riferiscono gli inquirenti, come soggetto dedito all’usura. “La fitta rete di contatti sviluppati in ambito commerciale – spiega la Squadra Mobile in una nota stampa - ha permesso allo stesso, unitamente ad altri esponenti della sua famiglia, di servirsi di soggetti terzi per riciclare denaro provento dell’attività delittuosa. Inoltre, a fronte delle difficoltà economiche derivanti dallo “strozzinaggio” posto in essere nei confronti delle sue vittime, incapaci oltre un certo limite di far fronte alle insistenti richieste di denaro, “Pino” Di Giovanni non si è fatto scrupolo – precisa sempre la Polizia - di estorcere cospicue somme o altri beni di valore, con intimidazioni e minacce continue, accertate anche grazie al contributo della Sezione Mobile del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Viterbo”.
Gli atti intimidatori, oltre a essere caratterizzati da minacce verbali, sono culminati in un ultimo grave episodio, consistito nell’aver intimidito una delle vittime facendogli rinvenire una carcassa di animale (una gallina), appesa per il collo, all’ingresso dell’azienda. “Il malaffare ad oggi – continuano gli inquirenti - risulta ammontare a una cifra oltre i due milioni di euro, derivante da un’attività estorsiva e usuraria – precisa ancora la Polizia - con tassi variabili dal 28,91% al 511%”.
Lo spessore criminale degli arrestati e la loro pericolosità, rivelano gli inquirenti, “sono particolarmente elevati”.
“Un’indagine ben fatta e in cui la Polizia ha lavorato giorno e notte – ha spiegato il procuratore Saluzzo – pur di arrivare a risultati così importanti. E’ il primo step di qualcosa di ben più articolato, cui, ovviamente, continuiamo a lavorare. Undici gli episodi di usura scoperti e un paio di estorsioni. Il fascicolo si è aperto nel 2012, ci è voluto un anno intero solo per l’analisi dei flussi finanziari”.
Tutto è partito da un processo in Tribunale a Novara, dove imputato era proprio “Pino” Di Giovanni e alcuni testi escussi insistevano a dire il contrario di quanto emerso. Ne partì una denuncia per falsa testimonianza e le indagini che hanno portato al risultato odierno.
Le indagini proseguono. Da Caramore e Galli l’appello alle eventuali vittime di parlare, farsi sentire. “Ci siamo accorti – ha detto Galli – ascoltando le vittime degli episodi sinora scoperti, che per lungo tempo hanno considerato i loro usurai come benefattori. Solo quando si sono ritrovati con l’attività danneggiata e senza più aiuti, letteralmente in ginocchio, hanno capito di essere in mano a usurai”.
mo.c.

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