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15/10/14

Da Castelvetrano a Milano. Uniti per sostenere chi dice NO a Cosa Nostra

Sabato 11 ottobre alle ore 17, presso il Centro Studi Scena del Crimine di Milano, si è tenuto l’incontro “The Mafia Psychology”; evento ricco di emozioni ed innovatività in compagnia dell’imprenditrice siciliana Elena Ferraro, che ha condiviso la sua esperienza di contrasto a Cosa Nostra, e del professor Giorgi, psicologo e psicoterapeuta esperto di psicologia mafiosa, che ha offerto le chiavi di lettura psicologiche necessarie per comprendere il fenomeno mafioso.

Elena Ferraro è una donna di Montevago che nel 2005 ha aperto insieme al suo socio, una clinica ospedaliera convenzionata a Castelvetrano, città natia della famiglia Messina Denaro. L'imprenditrice per circa otto anni ha potuto lavorare liberamente ed indisturbatamente sapendo, però, che prima o poi qualcuno avrebbe bussato alla sua porta per “proporle” affari illeciti o per estorcerle denaro. Infatti, il 12 aprile del 2012 un uomo, che lei chiama “l’uomo coi baffi”, è entrato nel suo ufficio, ha chiuso la porta alle sue spalle e presentandosi come “Messina Denaro” le ha proposto di trasformare la sua azienda in una “lavatrice di denaro”; il denaro ripulito sarebbe servito “alla famiglia” per mantenere i mafiosi che si trovano in carcere e i loro parenti. L’imprenditrice racconta di aver, sin da subito, riconosciuto il codice mafioso dell’uomo e di aver rifiutato la sua proposta; ovviamente “l’uomo coi baffi” non aveva intenzione di arrendersi e con fare intimidatorio le concesse alcuni giorni per pensare alla, giusta, decisione da prendere obbligandola a “mantenere il segreto”. Elena Ferraro condivide di aver provato una forte paura e ci tiene a sottolineare che non bisogna in nessun modo vergognarsi di provare questa emozione; racconta, inoltre, che quando ha incontrato per la prima volta l’estorsore ha provato la sensazione di “vedersi da fuori”, di “sentirsi granitica”, come “un blocco di ghiaccio” e di aver sentito il bisogno di mantenere la distanze dall'uomo. Nel momento in cui il mafioso se ne è andato Elena si è sentita come un ghiaccio che si scioglie rapidamente, si è sentita pervasa dalla paura e ha pianto; ha provato la sensazione di trovarsi a dover gestire qualcosa di più grande di lei e ha sentito il bisogno di agire. Il professor Giorgi spiega che il fatto di vedersi da fuori e sentirsi granitica, di ghiaccio, il successivo decongelamento e il pianto è la manifestazione di una vera e propria esperienza traumatica. Elena Ferraro dopo giorni insonni ha deciso di condividere l’accaduto con il suo stimato socio ed è andata a denunciare alla polizia. Per circa un anno mentre “l’uomo coi baffi” ha continuato periodicamente ad intimidirla, con chiamate ed incontri, le forze dell’ordine hanno lavorato all'"operazione Eden" che ha avuto luogo la notte tra il 12 e il 13 dicembre 2013 ed ha portato all'arresto dell’estorsore e di altre ventinove persone. La mattina del 13 dicembre tutti hanno scoperto del suo “no” a Cosa Nostra ed Elena si è trovata a dover prendere delle decisioni determinanti per il suo futuro tra queste scegliere se scappare da Castelvetrano o continuare a fare la sua vita di tutti i giorni. Elena ha scelto di non fuggire e di continuare la sua vita nel suo paese lavorando nella sua clinica. Così quella mattina ha compiuto quello che lei chiama “il gesto del caffè”: davanti alla clinica c’è un solo bar i cui gestori pare abbiano dei legami con la famiglia Messina Denaro dove Elena e i suoi colleghi ogni giorno vanno a bere il caffè. Quel giorno doveva fare una scelta entrare come di consueto nel bar ed ordinare il solito caffè oppure restare nascosta in clinica. Elena ha scelto la prima opzione e si è presentata nel bar; tutti erano riuniti ad un tavolo a leggere l’articolo del giorno che la riguardava e al suo arrivo nel locale è calato il silenzio fin quando il proprietario del bar ha rotto quel silenzio offrendo a lei ed ai suoi colleghi il caffè e mostrando un’eccessiva cordialità. Il professore Giorgi aiuta a leggere questo gesto spiegando che la mafia si sente potente al punto di poter decidere se una persona deve vivere o morire così offrendo il caffè e accogliendo in quel determinato modo Elena le comunicava che sono loro ad avere il potere di decidere qualunque cosa. Il professor Giorgi inoltre sottolinea quanto sia importante imparare a leggere e riconoscere i codici della mafia poiché il rischio è quello di colludervi e autodistruggersi. Elena è riuscita a cogliere gli intenti dell’uomo dal primo incontro ed è riuscita a porre le distanze; l’esempio eclatante che lei stessa riporta risale a prima del termine dell’operazione quando ha anticipato il mafioso riuscendo a non farsi offrire il caffè come lui al contrario insistentemente voleva fare: ha accettato di incontrare l'estorsore dove voleva lui, informando le forze dell’ordine, ma al posto di raggiungere il bar all'orario da lui stabilito si è presentata in anticipo, ha bevuto il suo caffè e quando l’uomo è arrivato vide che Elena aveva già consumato e pagato il suo caffè il gesto della donna ha confuso il mafioso e demarcato ancor di più ruoli, posizioni e distanze. Un ulteriore elemento sul quale le persone presenti all'incontro sono state sollecitate a soffermarsi riguarda la scelta della mafia di intimidire Elena, la socia donna, e non il suo socio; la donna, spiega il professore, nella cultura mafiosa non può dire di no ed è impensabile per i mafiosi ricevere un rifiuto da una donna così quando l’estorsore uscirà dal carcere dovrà subire le regole della “famiglia” perché ha fallito il suo compito con l'aggravante di aver fallito con una donna.

Questo coinvolgente incontro è stato organizzato da psicologi e psicoterapeuti ciò dimostra che il fenomeno mafioso può essere trattato e affrontato con strumenti scientifici convalidati; inoltre, il fatto che si sia tenuto a Milano dimostra come sia indispensabile ed urgente studiare le mafie come un problema che è anche del Nord. L’incontro si è svolto in un piacevole clima confidenziale che ha permesso la partecipazione attiva e propositiva dei presenti e di soffermarsi sui vissuti emotivi più intimi suscitati dall'incontro, diretto e indiretto, con questo fenomeno. Questo evento rappresenta una svolta e un forte segnale di cambiamento nell'approccio con cui si vuole e si deve, da ora in poi, affrontare il tema del fenomeno mafioso al nord; non può più essere semplicemente la manifestazione di un semplice percorso di sensibilizzazione ma è necessario riservarsi momenti di riflessione e pensiero per la realizzazione di alternative concrete. Bisogna agire e sostenere concretamente coloro che scelgono la strada della legalità e che dicono “NO” alle mafie. Il professor Giorgi conclude affermando che un progetto di intervento per il sostegno alle vittime di mafia c’è, adesso bisogna solo che chi ne ha l’autorità lo renda attivo e permetta a chi ne ha le competenze di metterlo in pratica.

L'Italia non è mai stata così unita ed ora è necessario che tutti noi ci uniamo per attivare un movimento antimafioso condiviso che diventi uno spazio entro il quale ci si possa sentire forti, capiti, sostenuti ed appartenenti al gruppo della legalità. 

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