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10/06/14

La Cassazione: "C'è una sola ndrangheta al Nord"


Tratto da milano.corriere.it:

Nella storia del contrasto alla ‘ndrangheta è come per la mafia la sentenza del maxiprocesso di Falcone e Borsellino nel 1992: più ancora del centinaio di condanne a 8 secoli di carcere, ieri notte la sentenza di Cassazione sul primo troncone del processo milanese «Infinito» segna una svolta storica perché per la prima volta in via definitiva afferma l’unitarietà dell’organizzazione mafiosa ‘ndrangheta; l’esistenza di un organismo di vertice (sia pure in termini diversi da Cosa Nostra siciliana) rappresentato da cariche elettive e temporanee stabilite dalle tre «Province» della Piana, della Ionica e di Reggio, con il compito di custodire le regole che legittimano gli associati a Locri come a Milano o a Montreal, dirimere le controversie e assumere le decisioni più importanti; e la delocalizzazione di questo modello di ‘ndrangheta fuori dalla Calabria sin nel cuore del Nord, dove l’associazione mafiosa «La Lombardia» coordina le «locali» di Milano, Cormano, Bollate, Bresso, Corsico, Legnano, Limbiate, Solaro, Pioltello, Rho, Pavia, Canzo, Mariano Comense, Erba, Desio e Seregno. Passa cioè in giudicato l’idea di una ‘ndrangheta non più da leggere nella frammentarietà di una parcellizzazione localista dei vari clan, ma da fotografare in una struttura tendenzialmente unitaria: governata da un coordinamento di vertice che garantisce l’applicazione delle regole, legittima e riconosce (oppure declassa) le diverse strutture territoriali operanti nel sodalizio, e a volte ha persino poteri di vita o di morte. Come nel 2008 con l’uccisione in un bar di San Vittore Olona di Carmelo Novella per stroncarne il progetto troppo autonomista rispetto alla casa madre calabrese.La sentenza non significa che nella ‘ndrangheta si debba immaginare l’esistenza di un equivalente di Totò Riina per Cosa Nostra, di un capo dei capi: regole e riconoscimento reciproco, ai quali conseguono ordine e coordinamento, fanno invece somigliare questa stabile organizzazione dell’arcipelago dei clan più a una sorta di «Presidenza della Repubblica» che a una sorta di «Presidenza del Consiglio», in un difficile (e a suo modo moderno) equilibrio tra centralismo dei rituali delle cosche e decentramento delle loro quotidiane attività illecite. Qualcosa di assimilabile a una specie di «franchising» (come le giudici Balzarotti-Greco-Speretta scrissero nel primo grado di uno dei filoni) dove «la casa madre è proprietaria del marchio ‘ndrangheta e ne ha nel tempo incoraggiato l’esportazione oltre i confini regionali, ma sempre riaffermando l’esigenza che le filiazioni esterne rispondano a determinati standard, in assenza dei quali cessa il riconoscimento».A fondare questa lettura accolta ieri dalla Cassazione sono state 1 milione e 494.604 conversazioni ascoltate in 25.000 ore di intercettazioni telefoniche su 541 utenze e in altre 20.000 ore di intercettazioni ambientali, oltre a 63.840 ore di videoriprese e 625 servizi di osservazione effettuati da 50 militari giorno e notte: compresi il video senza precedenti dell’annuale summit al santuario di Polsi, e lo storico filmato dei 22 partecipanti il 31 ottobre 2009 alla riunione dentro un centro sociale per anziani di Paderno Dugnano, intitolato proprio a Falcone e Borsellino, per eleggere il temporaneo referente della ‘ndrangheta in Lombardia.In appena 4 anni esatti, dalle catture nell’estate 2010 a ieri, questo sforzo investigativo ha dunque già portato in Cassazione il giudizio abbreviato (pronunciato nel 2011 dal gup Roberto Arnaldi) di 110 dei 170 arrestati dall’Antimafia milanese del procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dei pm Alessandra Dolci e Paolo Storari, in coordinamento all’epoca con altri 130 fermi da parte della Procura di Reggio Calabria allora guidata da Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino (oggi ai vertici di Roma) con l’attuale aggiunto di Reggio, Nicola Gratteri. E anche i restanti filoni sono già molto avanti, con sentenze d’Appello sia a Milano con 5 secoli a 41 imputati, sia a Reggio Calabria con altre 89 condanne per 545 anni. 
A fondare questa lettura accolta ieri dalla Cassazione sono state 1 milione e 494.604 conversazioni ascoltate in 25.000 ore di intercettazioni telefoniche su 541 utenze e in altre 20.000 ore di intercettazioni ambientali, oltre a 63.840 ore di videoriprese e 625 servizi di osservazione effettuati da 50 militari giorno e notte: compresi il video senza precedenti dell’annuale summit al santuario di Polsi, e lo storico filmato dei 22 partecipanti il 31 ottobre 2009 alla riunione dentro un centro sociale per anziani di Paderno Dugnano, intitolato proprio a Falcone e Borsellino, per eleggere il temporaneo referente della ‘ndrangheta in Lombardia.In appena 4 anni esatti, dalle catture nell’estate 2010 a ieri, questo sforzo investigativo ha dunque già portato in Cassazione il giudizio abbreviato (pronunciato nel 2011 dal gup Roberto Arnaldi) di 110 dei 170 arrestati dall’Antimafia milanese del procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dei pm Alessandra Dolci e Paolo Storari, in coordinamento all’epoca con altri 130 fermi da parte della Procura di Reggio Calabria allora guidata da Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino (oggi ai vertici di Roma) con l’attuale aggiunto di Reggio, Nicola Gratteri. E anche i restanti filoni sono già molto avanti, con sentenze d’Appello sia a Milano con 5 secoli a 41 imputati, sia a Reggio Calabria con altre 89 condanne per 545 anni. 

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