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04/06/14

Associazione mafiosa tra Valtrompia, bassa e Calabria

Dell’operazione “Cometa” di qualche settimana fa si è già parlato moltissimo, soprattutto in relazione al summit avvenuto nel territorio di Orzinuovi con tanto di capretto sgozzato e riti ndranghetisti.
A quasi tre mesi di distanza i Magistrati bresciani sono pronti per il rinvio a giudizio di ben 49 persone, fra cui bresciani e calabresi.

Dall’articolo di Wilma Petenzi per brescia.corriere.it:
Frodi fiscali, traffico di sostanze stupefacenti, bancarotte fraudolente, associazione a delinquere e associazione a delinquere di stampo mafioso. Sono alcuni dei reati contestati ai 49 indagati per cui la procura si prepara a chiedere il rinvio a giudizio. Quarantanove persone indagate che si intersecano tra loro per rapporti stabiliti alla fine del primo decennio del Duemila, nel 2007 quando i «trafficanti» della Valtrompia cercarono di accreditarsi con i calabresi di Oppido Mamertina. La notifica della chiusura indagini è arrivata agli indagati nei giorni scorsi.
Tra gli indagati Luca Sirani, 47 anni di Chiari, la moglie Isabella, 38 anni, Francesco Scullino, 47 anni di Oppido Marmentino, Domenico Saraceno, di Oppido, Marco Plebani di Castelcovati, Michele Lopreste, calabrese anche lui di Oppido residente a Rudiano e Matteo Lopreste di Taurianova, tutti finiti nei guai nel marzo scorso con l’operazione interforze coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia dipartimento dell’Economia della Procura di Brescia. Su richiesta dei pubblici ministeri Paolo Savio e Claudia Moregola il gip aveva emesso nove ordinanze di custodia cautelare. Ora la procura è pronta a presentare il conto, unendo due filoni di inchiesta. Perché per la procura bresciana Sirani e Scullino sono gli uomini che hanno curato il rapporto tra i trafficanti triumplini e i calabresi di Oppido. Sirani e Scullino sarebbero, sempre secondo il castello accusatorio, gli uomini che portarono le due fazioni a incontrarsi a Orzinuovi il 24 novembre del 2007 quando in una cascina si posero le basi per gli affari degli anni successivi. Affari gestiti al nord, ma con modalità ‘ndranghetiste.
Il reato di associazione a delinquere è contestato a Francesco Scullino, Luca Sirani, Isabella Sirani, Erika Carera e Alfredo Pelligra: per la procura «si associavano tra loro e con persone che ancora devono essere identificate per commettere una serie di reati fiscali e fallimentari e per riciclare i proventi dell’attività illecita e in particolare si associavano al fine di promuovere ed attuare strategie finalizzate ad omettere sistematicamente il versamento di tributi dovuti dalle società che gestivano direttamente o indirettamente». Per la procura, in sostanza, «Scullino e Sirani avevano il ruolo di promotori, direttori e organizzatori delle finalità criminali perseguite mediante la creazione e il controllo dell’attività di una serie di società e imrpese intestate a terzi soggetti».
Società che, come appurato nel corso delle indagini, avevano anche preso parte ad alcuni lavori murari alle stazioni della metropolitana di Brescia - Poliambulanza e S. Eufemia - il casello di Brescia Centro, la linea viola della metropolitana di Milano e la Pedemontana. Frodando l’Erario e falsando le regole di mercato il gruppo riusciva, infatti, a ottenere anche appalti sulle grandi opere. Ma prima che gli accertamenti fiscali potessero smascherare il giochetto,i conti delle imprese venivano svuotati, i soldi trasferiti su assegni circolari che finivano su conti a San Marino e da lì su altri conti a Locarno, in Svizzera.
Le contestazioni più pesanti sono mosse a quattordici persone (Giovanni Tigranate, Salvatore Rachele, Giuseppe Piromalli, Giuseppe Quaranta, Sebastiano Rachele, Damiano Gallace, Antonio Taverniti, Vincenzo D’Agostnio, Francesco Chindamo, Francesco Taverniti, Gaetano Taverniti, Rocco Taverniti, Francesco Quaranta, Manuel Bugatti) residenti tra Lumezzane, Gardone Valtrompia e la Calabria. A loro la procura contesta l’associazione per delinquere di stampo mafioso perché «davano vita a una associazione criminale di tipo ‘ndranghetistico operante a Brescia e nel distretto della corte d’appello di Brescia con Giovanni Tigranate e Salvatore Rachele con funzioni direttive e rivestendo i ruoli di capo-coordinatori del gruppo bresciano affiliato a un sodalizio criminale radicato in Calabria nella frazione di Messigna di Oppido, finalizzato alla commissione di un numero indeterminato di delitti sia contro il patrimonio che contro la persona e in materia di traffico di stupefacenti e di detenzione di armi e materie esplodenti e comunque finalizzato ad acquisire in modo diretto e indiretto la gestione e il controllo di attività economiche o a realizzare profitti e vantaggi ingiusti». Per la procura gli associati si «avvalevano delle condizioni di assoggettamento e di omertà» rafforzando il senso di appartenenza alla terra d’origine, effettuando riunioni per disporre la suddivisione del territorio, l’adozione di rituali di iniziazione alla ‘ndrangheta, rispetto di una scala gerarchica, assistenza ai detenuti sostenendone le famiglie. Una associazione di stampo mafioso aggravata anche dal fatto che le persone erano armate. Per i 49 indagati la procura è pronta per chiedere il processo.

Aggiornamento del 29/9/2016

Come richiesto dal legale di Isabella Sirani pubblichiamo il seguente testo:


"Con riferimento al seguente articolo:


-Associazione mafiosa tra Valtrompia, bassa e Calabria


nel quale viene menzionata anche la Sig.ra Isabella Sirani, così generando nel lettore l'errata opinione che la stessa abbia legami con la Ndrangheta, si precisa che il Pubblico Ministero, relativamente ai fatti di cui al citato articolo, non ha contestato alla Sig.ra Isabella Sirani - bensì ad altri soggetti - il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso (vedasi sentenza GIP Tribunale di Brescia n 1243/2015). La Sig.ra Isabella Sirani non è quindi coinvolta nei legami con la Ndrangheta Calabrese a cui si riferisce l' articolo sopra indicato"

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