Mappa delle allerte in provincia di Brescia.

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04/03/14

Brescia nel mirino delle nuove mafie

L’approfondimento della redazione bresciana del Corriere della Sera:
Parlano cinese, russo, armeno. Ma anche pachistano. O più semplicemente calabrese e campano. Vecchie e «nuove mafie» che trovano Influenze nel bresciano terreno fertile anche nel Bresciano, e che il vice procuratore nazionale antimafia, Luigi Dell’Osso — neonominato a capo della procura generale bresciana — analizza nella sua relazione annuale. Partendo dalla scoperta di «nuove aree di incidenza del crimine organizzato» o dall’«evoluzione» di alcuni gruppi verso modelli più sofisticati, «maggiormente in grado di mimetizzarsi con l’economia legale e avvicinarsi ai pubblici poteri.
Nelle «multiformi manifestazioni» del crimine organizzato a Brescia», il procuratore cita indagini che hanno evidenziato la presenza di ‘ndrangheta e camorra sul basso Garda: ora alleate, ora indipendenti. Ma comunque tali da «insinuarsi» nel territorio al punto di condizionarne il tessuto finanziario e sociale». Del resto è lo stesso Dell’Osso a ricordare come «i gruppi ‘ndranghetisti abbiano mostrato, nel distretto bresciano, notevoli profili di autonomia rispetto ai luoghi d’origine», per adeguarsi al contesto del territorio d’azione. E interrelazione: con la malavita straniera, così come «con le altre consorterie criminali presenti in Emilia Romagna e in Veneto».
Qualche nome. Tra gli aspetti più interessanti della galassia camorrista, l’esempio del clan Fabbrocino di San Giuseppe Vesuviano. «Il nuovo reggente del sodalizio, Biagio Bifulco, era stato sottoposto per due anni alla libertà vigilata a Brescia, dove era stato fittiziamente assunto in una società di abbigliamento locale, poi risultata essere riconducibile allo stesso». Che aveva «esteso i suoi traffici criminali» al nord, avviando decine di aziende e movimentando imponenti flussi finanziari, anche mediante la creazione di filiere produttive e commerciali nelle quali troviamo le fabbriche tessili dell’area vesuviana e gli eleganti negozi di Bergamo e Brescia, comunque riconducibili all’influenza del clan».
E ancora: la provincia da anni deve fare i conti con le infiltrazioni «della famiglia Laezza, contigua al clan Moccia di Afragola», proprietaria di locali notturni e strutture alberghiere a Desenzano e Lonato, e «impegnata nell’illecita acquisizione di attività commerciali», si legge nella relazione. Poi ci sono i Piromalli e Molè, di Gioia Tauro.
Nel paniere malavitoso continua a figurare la droga: «Ramificati, ingenti e crescenti traffici internazionali». Come quelli al centro di una «vastissima attività investigativa con plurime articolazioni» condotta dal Ros di Brescia, insieme ai carabinieri di Clusone e alla squadra mobile (che ha visto rogatorie in Colombia, Brasile, Usa e Svizzera) — scaturita anche da un duplice omicidio commesso a Castelli Calepio e Chiuduno, nel 2007, quando persero la vita Luca Signorelli e, cinque mesi dopo, il testimone Giuseppe Realini. Pare che il primo volesse sfilarsi da un cartello colombiano, ma il suo debito valeva oltre 700 mila euro. La mastodontica informativa sta per essere depositata, e coinvolge oltre cento persone. Aprendo squarci inediti sul narcotraffico organizzato tra Brescia e Bergamo, anche grazie alla collaborazione del pentito Andrea Locatelli.
Dalle indagini sui due delitti sono nate altrettante inchieste. Quella ribattezzata «Chamaleon», condotta dai militari di Breno e Clusone, ha smascherato il traffico di cocaina tra Valcamonica e Sebino per circa una tonnellata di droga in quattro anni. A giudizio per associazione a delinquere nei giorni scorsi è finito Massimo Blam, di casa a Darfo Boario Terme. E poi c’è l’operazione «Valchiria», che raggruppa «la ponderosa informativa finale».
In sostanza, per la direzione nazionale, quello bresciano risulta «un quadro che tende a un crescente dinamismo criminale, finalizzato al consolidamento delle attività delinquenziali di maggiore profitto, e non soltanto in riferimento alle nuove mafie, straniere e non». I profili d’allarme, però, spesso sono difficili da decifrare.
Mara Rodella


Il Lago di Garda fa gola, oggi come ieri. Anni fa aveva inquietato quel duplice omicidio consumatosi in una sera di sangue che aveva unito in un’unico disegno criminale il parcheggio del centro commerciale «Le Rondinelle» di Roncadelle alla campagna di Brandico, dove furono rinvenuti i cadaveri di Stefano Punzi e Alessio Magistro, uccisi in una cruenta vendetta da Domenico Belforte camorrista di Marcianise. Le due vittime erano di casa sul lago di Garda e prima di essere freddati dalla pistola dell’esponente di spicco del clan Belforte-Mazzacane stavano trattando l’acquisto di una attività alberghiera sul Benaco. Per conto di chi? Con quali soldi? Domande alle quali gli inquirenti bresciani cercarono di dare una risposta, ma senza esisti apprezzabili a tal punto da portare ad un’inchiesta giudiziaria vera e propria.Le altre mafie
Domande che sembrano tornate di attualità ora che sul Garda si affacciano nuovi facoltosi imprenditori, gonfi di soldi sulla cui provenienza sono tante le zone grigie. La criminalità russa sta investendo i propri profitti sul lago di Garda, spiegano alla direzione distrettuale antimafia di Brescia. Lo fa in modo massiccio inserendosi nel contesto criminale già esistente in quella zona. I soldi accumulati con le attività illecite nell’ex Unione sovietica verrebbero fatti confluire in società unipersonali costituite nella nostra provincia. Un’indagine condotta dalla Procura, infatti, avrebbe evidenziato come dopo la costituzione di queste società e l’apertura di una serie di conti correnti presso istituti bancari bresciani si sarebbe proceduto al riciclaggio di denaro sporco. Denaro poi impiegato (come ha evidenziato nei mesi scorsi l’attività della Procura antimafia) per ingenti investimenti immobiliari nelle zone di pregio del lago di Garda. «Un fenomeno che — spiegano gli inquirenti —, lungi dall’essere ridotto, va assumendo dimensioni vieppiù crescenti, di massicci impieghi finanziari, da parte di soggetti provenienti dall’ex Unione sovietica nell’economia bresciana, con specifico riferimento alla compravendita di immobili di grande valore nella riviera gardesana. Ed è significativo osservare come dalle indagini sia emerso l’interesse di facoltosi soggetti russi, per lo più legati al settore commerciale del gas, che intendono investire in Italia sia tramite l’acquisto di beni immobili sia tramite l’acquisto di complessi aziendali, capitali milionari che sono risultati pervenire da società off shore, operanti in paesi noti come paradisi fiscali. Nell’ambito dell’attività d’investigazione è altresì emersa l’esistenza di contatti tra gli investitori esteri e soggetti di origine calabrese, in parte già oggetto d’indagine della Dia Bresciana ed in parte di interessa investigativo per la Dda di Reggio Calabria». In particolare i calabresi appaiono avere un ruolo di procacciatori di affari per gli stranieri, interessati — rivelano gli inquirenti — anche all’acquisto di una raffineria di prodotti petroliferi a Mantova.
Una joint-venture che rischia di colonizzare un angolo di provincia che merita ben altre attenzioni.
Marco Toresini

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