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15/03/14

Anche l'ex Presidente del Lumezzane fra i clienti della ndrangheta

L'articolo tratto da brescia.corriere.it non lo dice, ma Giambortolo Pozzi è stato anche Presidente del Lumezzane Calcio dal 2003 al 2006.

Tutti a bussare al «tugurio» di corso Isonzo a Seveso, all’ufficio del «boss» Giuseppe Pensabene, a quella che a detta degli inquirenti milanesi era un vera e propria banca, allo sportello dove si potevano chiedere prestiti (con tassi rigorosamente ad usura) o allestire operazioni di riciclaggio che permettevano così alle società (pagando una provvigione) di costituire fondi in nero. Servizi ai quali, dicono le 700 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato agli arresti 34 persone, si sono rivolti anche alcuni imprenditori bresciani.

Alcuni , come Giambortolo Pozzi imprenditore valgobbino noto alle cronache come direttore sportivo di Brescia e Spal (uomo di spicco di una cordata bresciana che rilevò la squadra ferrarese e che rimase in società fino al giugno 2012) sono le vittime di prestiti a tassi usurari. Altri sarebbero collusi e complici, come Francesco Don, nato a Salò 51 anni fa e residente a Gavardo, titolare di un’azienda di carpenteria a Brescia (la F.S.G. di via Marone), finito ai domiciliari per riciclaggio e concorso esterno in associazione mafiosa, o come Vittorio B. nato a Chiari nel ‘72, residente a Travagliato, titolare di un’azienda che commercializza metalli a Zocco di Erbusco, rimasto a piede libero solo perché per il gip, Simone Luerti, va ulteriormente approfondito non tanto il riciclaggio, ma il suo grado di consapevolezza che avesse a che fare con una organizzazione criminale di stampo mafioso.
Giambortolo Pozzi, invece, si rivolse alla banca della ’ndrangheta per disperazione. Era l’estate del 2011 e una nota della Divisione nazionale antimafia segnalava un’assegno da 120 mila euro emesso dalla Spal e versato il 30 novembre del 2010 sul conto di una società riconducibile al gruppo criminale e giustificato da una fattura che parlava di «sviluppo marketing e sviluppo pubblicitario per cambiamento aziendale». Giustificazione incongrua per gli inquirenti che, stringendo il campo sull’operazione, arrivarono a ricostruire i rapporti tra la squadra ferrarese e i calabro-brianzoli. Rapporti tenuti dal direttore sportivo della società Giambortolo Pozzi («quello della Spal» nel codice di Giuseppe Pensabene) e che si concretizzarono nel corso dei mesi in uno stillicidio di prestiti e un vortice di cambiali. Denaro ora chiesto per le necessità della squadra, ora per i bilanci personali del direttore sportivo che a Lumezzane aveva un’azienda. Facendo sintesi il giudice ha spiegato che a Pozzi la banca della ‘ndrangheta ha erogato un primo prestito nell’ottobre del 2011 da 100 mila euro a favore della Spal (altri 200 mila euro chiesti successivamente non figurano erogati), un secondo da 30 mila nel gennaio 2012 per fini personali. Il tutto garantito da 36 cambiali avallate anche dalla moglie di Pozzi per 198 mila euro (capitale più 68 mila euro di interessi che a scadenza triennale fanno un interesse del 52%), giustificate dalla fittizia vendita di un appartamento del «boss» a Giussano.
Non tutti gli imprenditori bresciani che bussavano alla porta di Pensabene, però, lo facevano da vittime. Francesco Don lo avrebbe fatto da imprenditore colluso (rappresentante di un non meglio precisato gruppo di colleghi bresciani) intenzionati a costituire fondi in nero. Il gruppo (dal settembre 2011 al maggio 2012) avrebbe avuto 2,7 milioni di euro da investire nell’operazione lasciando l’aggio del 5% all’organizzazione. In realtà l’investimento fu ben più modesto: sui 300 mila euro. Soldi che dall’azienda bresciana (che aveva aperto un falso leasing per finanziarsi) finivano (con regolare fattura) al boss che li restituiva in contanti trattenendo la percentuale pattuita.
Un meccanismo che fu utilizzato (da ottobre a dicembre 2013) anche dall’azienda di Vittorio B.: qualche decina di migliaia di euro partiti dai conti della ditta della Franciacorta a favore di una società di comodo del gruppo. La banca della ’ndrangheta avrebbe garantito denaro contante con una provvigione del 4%.

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