Mappa delle allerte in provincia di Brescia.

Clicca sulla mappa e scopri quali sono le allerte in provincia di Brescia e
dintorni, dove sono presenti i beni confiscati, dove c'è stato smaltimento illecito di rifiuti o un rogo doloso. Tutti gli eventi sono tracciati e tenuti aggiornati dallo staff della rete.

07/02/14

Pentiti e falsi pentiti, la storia di Vincenzo Scarantino

Ha fatto molto discutere l’ultima puntata di Servizio Pubblico, sia per l' opportunità di dare spazio e voce al falso pentito Vincenzo Scarantino, sia per quanto accaduto a telecamere spente.
Tante le domande suscitate da quanto successo, ma quella su cui intendiamo soffermarci è: chi è Vincenzo Scarantino?
Ce lo racconta il giornalista Lorenzo Bagnoli:

Vincenzo Scarantino, il falso pentito che per primo ha depistato il processo sull’attentato a Paolo Borsellino, viene arrestato fuori dagli studi di Cinecittà dalla polizia, il 31 gennaio. L'accusa: abusi sessuali. Avrebbe violentato un uomo nella comunità dove stava, il 23 novembre. Nessuno però ha mai avuto notizia di denunce a riguardo. Erano anni che non si parlava di quest'uomo. Anni che Scarantino ha trascorso in silenzio ad Ivrea, per la maggior parte. Scarantino racconta a Michele Santoro, durante la puntata di Servizio pubblico incentrata su di lui, di vivere per strada, di essere stato abbandonato da tutti, Stato compreso. Poi, a coronare la serata, quello strano arresto. Perché proprio ora? Perché non prima? La polizia risponde ai giornalisti che da anni Scarantino era irreperibile ad Ivrea. I dubbi non si dileguano. L'intera vicenda dell'ex picciotto della Guadagna, un quartiere di Palermo, ha dell'incredibile. Incredibile è il modo in cui abbia convinto magistrati e corti per tre gradi di giudizio. Mettendo in scacco la giustizia per 20 anni.

19 luglio 1992. Un'autobomba squarcia via D'Amelio: muoiono Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'esplosivo era dentro una Fiat 126, di cui gli inquirenti ritrovano parte del telaio. È il primo indizio. Che nel 1993 porta all'arresto di Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino con l'accusa di aver preparato l'autobomba. L'anno seguente, il colpo di scena: Vincenzo Scarantino confessa. Salvatore Candura, Roberto e Luciano Valenti avevano rubato l'auto, lui l'aveva imbottita di tritolo e l'aveva fatta esplodere. Le parole di Scarantino sono confermate da Candaura e Francesco Andriotta, compagno di cella di Scarantino al carcere di Busto Arsizio (Varese). A seguire l'indagine è Ilda Bocassini, magistrato di Palermo. Almeno fino a marzo di quell'anno, quando viene chiamata a Milano a sostituire il dimissionario Antonio Di Pietro, il magistrato in prima linea nei processi di Mani Pulite. Prima di andarsene, Bocassini incontra Scarantino: "Sappia che non le credo", gli dice. Lo scrive anche in una relazione che però finisce inghiottita dalle nebbie della procura di Palermo. Intanto ad obbre comincia il processo Borsellino I: Giuseppe Orofino, Pietro Scotto e Salvatore Profeta vengono condannati all'ergastolo, a un anno e mezzo di isolamento diurno e a tredici milioni di multa ciascuno. Il “pentito” Vincenzo Scarantino viene condannato a diciotto anni di reclusione e a 4,5 milioni di multa. Scarantino e Profeta sono accusati di aver rubato la Fiat 126 usata per l'attentato, di averla riempita di esplosivo e collocata davanti alla casa della madre di Borsellino. Ma quella storia è tutta un'invenzione. Scarantino sostiene che sia stato Armando La Barbera, il superpoliziotto morto per cause naturali nel 2002 che la Presidenza del Consiglio dei ministri aveva messo a capo della cellula investigativa "Falcone Borsellino": il gruppo inquirente che doveva far luce sulle stragi. Scarantino racconta: "Mi disse: "Tu devi confessare". Ma io gli ripetevo: "Non so niente". Lui insisteva: "Tu devi diventare come Buscetta, importante come Buscetta. E allora, poco a poco, io sono entrato nel personaggio, cominciavo ad accusare tutti. Avevo 27 anni, stavo male. La Barbera mi disse pure che lo Stato avrebbe acquistato alcuni magazzini, alcune case che avevo: "Ti diamo 200 milioni, esci dal carcere e non ci entri più...".

Nel 1995 Scarantino ritratta. Chiama Angelo Mangano, giornalista di Studio aperto: "Ho deciso di dire tutta la verità e di non collaborare più perché ho detto tutte bugie. Io sono innocente…Non è vero niente,
sono tutti articoli che ho letto sui giornali, e ho inventato tutte queste cose. Il giornalista gli chiede se gli uomini che lui ha accusato sono innocenti, Scarantino risponde: "Tutti, tutti, tutti…". Poi, in una seconda parte dell’intervista — uno spezzone andato in onda il giorno dopo, il 27 luglio — il falso pentito comincia a parlare delle torture subite in carcere: «A me a Pianosa mi fanno urinare sangue. A me facevano delle punture di penicillina, mi stavano facendo morire a Pianosa… ma voglio tornare in carcere… mi fanno morire in carcere, però morirò con la coscienza a posto". L'intervista, subito dopo la messa in onda, scompare. Nessuno più crede al pentito che si rimangia la parola. È in quel momento che per la prima volta accusa La Barbera di averlo forzato a quella confessione. Ma il superpoliziotto non può aver agito da solo. Due erano i pm di Caltanissetta a capo di quell'inchiesta: la dottoressa Annamaria Palma (futura capo di gabinetto dell'ex presidente del Senato Renato Schifani), Carmelo Petralia (oggi procuratore aggiunto a Palermo. Ad aiutarli c'er anche un giovanissimo Nino Di Matteo, magistrato da sei mesi) e Giovanni Tinebra. “Io ai magistrati – racconta oggi Scarantino – alla dottoressa Palma, glielo dicevo tutti i giorni, che nei confronti gli altri pentiti mi smentivano: ma mi rispondevano di stare tranquillo”. Eppure...

Il 21 ottobre 1996 inizia il processo Borsellino-bis. Al banco degli imputati siedono in 18, compresi quelli che per i magistrati sono i mandanti: il capo di Cosa nostra, Salvatore Riina, Carlo Greco, Salvatore Biondino, Pietro Aglieri e Giuseppe Graviano. Otto mesi dopo, il 6 giugno 1997, la polizia cattura il boss della Guadagna, Pietro Aglieri, il figlioccio di Provenzano, uno che aveva trasformato il suo rifugio in una cappella, da buon cristiano. Quando lo interrogano sulla strage di via D'Amelio, indica Scarantino come l'uomo che ha premuto il telecomando per far esplodere la 126.

Nel 1999 comincia il terzo filone del processo Borsellino, dedicato alle responsabilità fuori da Cosa Nostra. I mafiosi responsabili della strage non stanno più alla Guadagna ma a Brancaccio, il quartiere dei fratelli Graviano. Nel dicembre del 2000 il processo Borsellino primo arriva a Cassazione: la Suprema corte sancisce definitivamente la responsabilità della strage alla famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù, confermando l'ergastolo per Salvatore Profeta. Viene ugualmente confermata la condanna a diciotto anni per Vincenzo Scarantino. Il pentito due anni dopo irrompe di nuovo sulla scena e fa un nuovo passo indietro: "Ho ritrattato perché mi hanno minacciato, la verità è quella che ho detto nel processo di primo grado nel '93".

Poi sulla storia scritta fino a quel momento arrivano le dichiarazioni di un nuovo pentito. Le cancella come un tratto di penna. Gaspare Spatuzza, fedelissimo dei Graviano, racconta la sua versione dei fatti, sbugiardando l'ex picciotto della Guadagna. È lui ad aver imbottito l'autovettura. Così tornano alla memoria i confronti di Scarantino con altri pentiti come Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi e Salvo Di Matteo. Nessuno aveva riconosciuto Scarantino come "punciuto", come uomo d'onore. Nei confronti con gli altri, la parola di Scarantino era contro quella degli altri. Ma il picciotto vantava entrature migliori degli altri. È il primo tassello di una storia infinita, quello di Scarantino. La storia dei falsi pentiti, uomini che hanno cercato di sabotare lo strumento d'indagine introdotto con il carcere duro e che tanto ha prodotto negli anni del Maxiprocesso. Tanto da dar fastidio anche a parti deviate dello Stato.

Nessun commento:

Posta un commento

Per evitare SPAM o la condivisione di contenuti inappropriati ogni commento verrà visionato da un moderatore prima della pubblicazione.