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02/01/14

Anche in Lombardia “la megghiu parola è chidda chi si dici”

Da qualche giorno si è accesa all' interno del mondo dell'antimafia una fervente discussione sul tema degli eroi veri, finti e “presunti”, sulla credibilitá dei collaboratori di giustizia, e sull' opportunitá di dare loro pubblica visibilità in sede di azione sociale.
Abbiamo letto e sentito l'opinione di personaggi illustri del movimento, così come quella di rappresentanti di piccole associazioni che in giro per l'Italia provano ad offrire il loro contributo.

Il dibattito ci interessa molto da vicino visto che anche noi facciamo parte di quelle associazioni. IMAG0384
Tra le molteplici attività svolte, abbiamo anche dato parola ad un collaboratore di giustizia, dissociatosi dalla famiglia d’origine ‘ndranghetista.
Per questo motivo, ma non solo, ci sembra opportuno contribuire al sano operato dell’antimafia sottolineando alcuni punti che ci sembrano importanti riguardo il nostro lavoro. Il fine ultimo è quello di alimentare, lo ribadiamo, un dibattito costruttivo e di prospettiva, in grado di difendere il bene comune che è l’azione sociale antimafia.

Il punto fermo in tema di collaboratori è che non spetta all’associazionismo/attivismo antimafia, qualunque esso sia, stabilirne l’attendibilità o meno.
Le dichiarazioni che un collaboratore rende ai magistrati vengono sistematicamente approfondite e verificate con accurate indagini dalle Procure.
Solo le Procure sono in possesso di competenze ed elementi tali da poter definire l’attendibilità nel merito delle dichiarazioni rilasciate da un collaboratore.

Considerato che il nostro obiettivo è fare informazione, conoscenza e contrasto sociale alla mafia e alla cultura mafiosa, ascoltare la storia di un collaborante già ritenuto attendibile dalle Procure è coerente con la nostra mission? Puó essere utile alla nostra causa?
L'importanza dei collaboratori per le indagini è da più parti riconosciuta. Piú difficile sembra trovare un accordo sulla opportunitá di "utilizzare" il collaboratore anche nell'antimafia sociale. Per molto tempo abbiamo affrontato la questione all'interno della Rete. Oggi siamo arrivati alla conclusione che anche i collaboratori, di cui non dimentichiamo affatto il passato di criminali mafiosi, possono essere utili.

In questa precisa direzione ed intenzione abbiamo avviato una collaborazione con la lista di rappresentanza universitaria "Studenti Per" e con l'UniBs. Questa intesa ci ha dato l'occasione di concretizzare un progetto dal titolo "La mafia a cento passi da casa nostra". Un percorso di 3 anni con il quale abbiamo voluto contribuire a creare conoscenza e coscienza del fenomeno mafia al nord.

PremiazioneAbbiamo pensato che per iniziare questo tipo di approfondimento servissero dei punti di riferimento da utilizzare come guida. E così i primi ospiti sono stati Giovanni Impastato, Benny Calasanzio Borsellino e Salvatore Borsellino.  Familiari di vittime di mafia, in grado non solo di spiegare una piaga che loro stessi hanno vissuto in prima persona, ma anche di raccontare le storie di uomini che per fronteggiarla hanno sacrificato la loro stessa vita. Di raccontare insomma quelli che nel dibattito in corso vengono classificati come gli eroi buoni.
Per introdurre la mafia al nord abbiamo invitato la "Compagnia degli stracci" a mettere in scena lo spettacolo "La pagliuzza e la trave", un' opera molto coinvolgente che ai numeri ed i fatti dell'inchiesta "Infinito" raccontati in maniera leggera ma incisiva contrappone i nomi e le storie delle vittime come Peppino Impastato o Rita Atria.

Per continuare questo percorso ed entrare nello specifico della nostra realtá abbiamo prodotto un videodocumentario (qui il trailer) che parla delle infiltrazioni della criminalitá nella nostra Provincia, e abbiamo anche interpellato membri delle Istituzioni dando voce a 2 dirigenti della Questura di Brescia ed all' ex Procuratore Generale della nostra cittá, il dott. Guido Papalia.

A questo punto ci siamo chiesti quale avrebbe potuto essere il passaggio successivo, e ci siamo resi conto che se da un lato é crescente nei Bresciani la percezione della presenza della criminalitá organizzata, dall'altro é scarsissima la consapevolezza che una volta entrati in contatto con essa non è più possibile tirarsi indietro.
Ad accrescere i nostri sospetti circa la scarsa consapevolezza della popolazione "padana" sono le inchieste (delle Forze dell’ordine, ma anche quelle giornalistiche) che indagano su quanti ricorrono all' aiuto avvelenato della ndrangheta nei momenti di difficoltá (qui un recente approfondimento).
Chi pensa infatti di poter sfruttare la criminalità organizzata, oltre ad essere fin da subito complice morale, è destinato a diventare vittima.
Ci siamo dunque posti un ulteriore obbiettivo, quello cioé di capire e far capire che cosa sia davvero la mafia, questo lo scopo delle ultime due serate organizzate in Universitá.
Durante la prima abbiamo potuto ascoltare le parole di Antonino dott.Giorgi, che ha spiegato quali siano le peculiaritá psico-antropologiche del mondo mafioso, soffermandosi in particolare su Cosa Nostra e ‘Ndrangheta.Volantino
Nella seconda il collaboratore di Giustizia Luigi Bonaventura ci ha raccontato le due facce della sua vita: gli anni nella ndrangheta, dalla nascita come "giovane d'onore" fino alla reggenza del clan di ndrangheta Vrenna-Bonaventura, e quelli della collaborazione con lo Stato, del programma di protezione e dei problemi che sta incontrando.
La sua storia, insieme alle conoscenze delle componenti psico-antropologiche della ‘Ndrangheta, ci ha permesso di capire quali sono le regole, i modi, le logiche che vigono all'interno della criminalitá calabrese. Sentire il racconto di chi certe esperienze le ha vissute concretamente dall'interno ha dato a tutti la percezione della brutalitá e dell'efferatezza della ‘Ndrangheta. 

L'utilizzo dei collaboranti, secondo questa ottica, ci sembra proficua per lo sviluppo di un'antimafia sempre più adeguata e meno sprovveduta.

Non é mai stata nostra intenzione fare di Bonaventura né un eroe né un martire, ma semplicemente uno strumento.
Non gli abbiamo chiesto di venire a parlare di inchieste, di famiglie, di fare nomi, di screditare o parlare bene di qualcuno. Gli abbiamo semplicemente dato l’occasione di raccontare la ndrangheta attraverso la sua storia, storia che finanche il dott. Nicola Gratteri, non certo un ingenuo e sprovveduto antimafioso dell'ultima ora, ha raccontato nel suo ultimo libro.  
Siamo coscienti che da parte di losche figure è in corso il tentativo di infiltrare l’antimafia. I recenti casi Girasole e Canale sono allarmanti.
Ma se da un lato hanno messo in mostra delle falle all'interno del nostro mondo, dall' altro hanno dimostrato che errori di valutazione possono essere commessi non solo dalle piccole ed "ineffabili" associazioni, ma anche da istituzioni del campo come Libera. Sono da condannare per questo? Certamente no, pensiamo anzi che siano da sostenere perchè quando ci si mette in gioco non è difficile incappare in malintenzionati che provano ad approfittare della buona fede delle persone.
Gli errori, che chiunque può commettere, devono servire per crescere e migliorarsi, e questo deve valere per tutti, dalle piccole associazioni a quelle più grandi.

Dalle esperienze Girasole e Canale dobbiamo imparare ad approfondire ed analizzare meglio ogni causa prima di farla nostra.
In questo noi ci siamo impegnati, e, nonostante  forse qualcuno ci creda degli sprovveduti, con Bonaventura abbiamo fatto un lungo lavoro di studio. Abbiamo preso informazioni su di lui, siamo andati per ben due volte a casa sua per ascoltarlo, parlare con la sua famiglia ed il suo legale.
Abbiamo letto diversi documenti.
Quello che abbiamo riscontrato é che collabora con 10 Procure, tra cui una estera, che ci sono diverse sentenze che ne attestano l' attendibilitá e che di lui si parla in ben 3 relazioni della DNA:
Quella del 2008 in cui emergono i propositi del padre di ucciderlo.
Quella del 2011:

Alla positiva conclusione delle indagini che hanno impegnato forze di polizia e pubblici ministeri della DDA di Catanzaro per alcuni anni, ha contribuito anche l’apporto collaborativo di soggetti intranei alla cosca che nel corso del procedimento hanno iniziato a rendere dichiarazioni auto ed etero accusatorie rafforzando il quadro probatorio acquisito, il riferimento è ai collaboratori di giustizia Bonaventura Luigi, Bumbaca Domenico, Marino Vincenzo.

Dalle indagini e dalle dichiarazioni di questi ultimi è emersa l’esistenza di una sorta di confederazione di ‘ndrangheta
[...]

Dalla indagine Hidra del gennaio 2011 è emersa inoltre la strategia di aggressione nei confronti dei collaboratori di giustizia Bonaventura Luigi, Bunbaca Domenico e Marino Vincenzo tesa ad incidere sulla volontà di collaborare con la giustizia.

Si conferma dunque l’esigenza, più volte rappresentata, di non sottovalutare il rischio di elaborazione ed attuazione di strategie di repressione violenta dei fenomeni di dissociazione, già posto in essere nel passato dalle cosche ‘ndranghetiste.

E’ recente il caso dell’omicidio di una collaboratrice di giustizia che aveva rinunciato al piano di protezione, ad opera di soggetti intranei alle cosche ‘ndranghetiste operanti in Petilia Policastro (KR) e Milano. Il riferimento è alla vicenda di Garofalo Lea, originaria di Petilia Policastro, appartenente ad una famiglia di notevole spessore criminale, che è stata ampiamente trattata nella precedente relazione.
[...]
Le sentenze che hanno attestato l’operatività delle cosche attive nella provincia di Crotone (sentenza GUP Catanzaro del 10.03.2010 e sentenza Tribunale di Crotone del 7.06.2011 nel procedimento relativo al cartello di ‘ndrangheta denominato Vrenna-Corigliano-Bonaventura, alla cosca Megna-Russelli, alla cosca Grande Aracri di Cutro, alla cosca Farao-Marincola) hanno riguardato anche specifiche intimidazioni e violenze nei confronti di alcuni collaboratori di giustizia o di loro familiari come espressione della strategia di aggressione finalizzata ad incidere sulla volontà e la determinazione di collaborare con la giustizia. Sul punto si rinvia a quanto richiamato nel paragrafo dedicato a Crotone con riferimento ai collaboratori Bonaventura Luigi, Bumbaca Domenico e Marino Vincenzo.

Quella del 2012:

I COLLABORATORI E TESTIMONI DI GIUSTIZIA
I collaboratori di giustizia rappresentano strumento irrinunciabile di acquisizione conoscitiva e probatoria, quanto detto trova conferma nell’esito positivo delle verifiche giurisdizionali nei procedimenti penali fondati sulle dichiarazioni degli stessi, nonostante la costante azione di inquinamento e di intimidazione messa in atto dalle organizzazioni criminali minacciate dalle loro rivelazioni.

Si è fatto cenno ai risultati particolarmente significativi raggiunti all’esito dei numerosi dibattimenti che si sono conclusi nel periodo di riferimento della presente relazione, nei diversi Tribunali del distretto di Catanzaro, molti altri sono attualmente in fase di celebrazione.

La gran parte delle sentenze relative ai procedimenti di maggiore importanza riguardanti le cosche attive nelle diverse province (Catanzaro, Crotone, Cosenza e Vibo Valentia), si sono fondate anche sul determinante apporto dichiarativo dei collaboratori di giustizia che hanno contribuito alla ricostruzione delle dinamiche criminali nei territori in esame e a far luce su una serie impressionante di omicidi nelle diverse “guerre di mafia” registrate nel passato ma anche negli ultimi anni.
[…]
Non va sottovalutato il rischio di elaborazione e attuazione di strategie di repressione violenta dei fenomeni di collaborazione, già posto in essere nel passato dalle cosche ‘ndranghetiste.
[...]
La predisposizione di strategie di aggressione con finalità dissuasive nei confronti dei collaboratori e testimoni di giustizia è stata accertata e se ne da atto nelle sentenze che hanno attestato l’operatività delle cosche attive nella provincia di Crotone (sentenza GUP Catanzaro del 10.03.2010 e sentenza Tribunale di Crotone del 7.06.2011nel procedimento relativo al cartello di ‘ndrangheta denominato Vrenna-Corigliano-Bonaventura, alla cosca Megna-Russelli, alla cosca Grande Aracri di Cutro, alla cosca Farao-Marincola). Tali sentenze hanno riguardato anche specifiche intimidazioni e violenze nei confronti di alcuni collaboratori di giustizia o di loro familiari come espressione della strategia di aggressione finalizzata ad incidere sulla volontà e la determinazione di collaborare con la giustizia.

Non sfugge l’effetto fortemente dissuasivo che tali episodi determinano, anche in considerazione degli obiettivi spesso colpiti (familiari dei collaboratori totalmente estranei a contesti criminali), e la devastante incidenza della pressione intimidatoria su tutti coloro (testimoni e/o collaboratori) che si avvicinano ad un percorso collaborativo.
Si conferma dunque l’esigenza, più volte rappresentata, di non sottovalutare il rischio di elaborazione ed attuazione di strategie di repressione violenta dei fenomeni di collaborazione da parte delle cosche ‘ndranghetiste che dell’uso spregiudicato di tali metodologie hanno dato ampia prova.

D’altra parte ad oggi non esiste alcun elemento, quanto meno di natura pubblica ed ufficiale, che smentisca quanto abbiamo appurato.

Lo ripetiamo ancora: non siamo noi a poter stabilire se Bonaventura é credibile o no, ma gli elementi che abbiamo raccolto in questi mesi ci hanno convinto ad andare avanti col nostro progetto.Siamo convinti della bontà del nostro lavoro, per il quale ci assumiamo piena responsabilità.
“La parola è l’arma più potente contro le mafie” recitava il nostro striscione di fronte al Tribunale di Brescia. Una frase che ci piace contrapporre al “la meggiu parola è chidda chi un si dici”, tipica del linguaggio malavitoso e che abbiamo volutamente sovvertito per dare un titolo a questo post.
Noi ci crediamo sul serio. 

Ci pare importante aderire ad una antimafia sociale allargata, partecipata dal basso, capace di mettere insieme sinergie e strumenti.
Questo è il nostro auspicio.

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