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09/12/13

Un collaboratore di Giustizia a Brescia

Non ci ricordiamo, a memoria, di un evento simile organizzato nella nostra città.
Luigi Bonaventura, ex reggente della cosca di ndrangheta Vrenna-Bonaventura e da 7 anni collaboratore di giustizia, ha accettato di salire su un treno, senza scorta, e raggiungere Brescia. Di incontrare i bresciani, di aprirsi e raccontare la sua storia, di parlare della ndrangheta vista da dentro e della vita sotto protezione.
Le 24 ore di permanenza nella “Leonessa d’Italia” sono state ricche di emozioni, ma anche di tensioni.
Ci sono state la cena con i membri della Rete e la bellissima serata in Università, con tantissime persone, soprattutto giovani, colpite dalle parole forti del collaboratore di giustizia. Ma ci sono stati anche il cassonetto bruciato in via San Faustino e le ore passate in Questura a causa di un errore.
Di quest’ultima vicenda si è già molto parlato oggi sui media locali (bresciaoggi, corriere, bsnews, bresciatoday, quibrescia, linkiesta) e nazionali, ma pare che ci saranno degli strascichi, e quindi ci torneremo.
Riguardo al cassonetto incendiato preferiamo, nell’attesa di capire cosa sia realmente successo, non sbilanciarci e rima969476_575399112531994_896719137_nndare di qualche giorno ogni considerazione.

Vogliamo invece concentrarci sulle cose positive emerse da questa esperienza.
Prima di tutto ringraziare Luigi Bonaventura per la sua disponibilità: 14 ore di treno nell’arco di un giorno non sono una passeggiata, soprattutto nelle condizioni in cui è costretto a vivere.    
Per noi della Rete, e crediamo anche per tutti coloro che erano presenti all’evento, è stato toccante e formativo ascoltare le sue parole.
Gli siamo grati per aver accettato di partecipare a questa iniziativa, e gli siamo vicini in questo momento non certo facile.

La serata invece la vogliamo raccontare attraverso le parole di Stefania, un’amica presente fra il pubblico, che colpita da quanto ha sentito ha deciso di scriverci su:

Ciò che colpisce sono i gesti

Per la IV edizione della manifestazione, la Rete Antimafia provincia di Brescia e Studenti Per hanno invitato il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura per spiegare cosa è e come funziona la ‘Ndrangheta, anche in Lombardia.

Ciò che sei arriva prima di ciò che dici. Ciò che colpisce sono i gesti, che vengono prima delle parole. E Luigi Bonaventura, ex reggente di una cosca ‘ndranghetista e ora collaboratore di giustizia, ne fa sempre due mentre parla: si tocca la testa e il viso. Sono gesti che trasmettono emozioni, anche se magari non riusciamo a comprenderli razionalmente subito: questi, in particolare, sono indicatori di agitazione, che il corpo tende a scaricare attraverso dei movimenti ripetuti. E di motivi per essere in tensione Luigi ne ha.

Luigi era il reggente della cosca Vrenna-Bonaventura di Crotone, un ‘ndranghetista dalla nascita, come si definisce. Oggi è uno dei rarissimi collaboratori di giustizia, probabilmente l’unico che è stato così in alto nella gerarchia di quella mafia e che ha deciso di raccontare cosa è la ‘ndrangheta da un punto di vista interno. Senza di lui e senza gli altri collaboratori avremmo solo una vaga idea di come funzionino le cose all’interno di queste organizzazioni.

La serata organizzata dalla Rete Antimafia della Provincia di Brescia e da Studenti Per dell’università di Brescia ha reso possibile l’incontro con Luigi Bonaventura, in occasione della IV edizione “La mafia a 100 passi da casa nostra”. Insieme a lui, il suo avvocato, il dottor Ruggiero Romanazzi, e il professore dell’Università Cattolica, dottor Antonino Giorgi, specializzato in psicologia mafiosa e che segue un gruppo di ricerca sulla mafia da circa vent’anni.

Come il presidente dell’associazione, Arthur Cristiano, vuole sottolineare, la ‘ndrangheta è diversa dalla Camorra o da Cosa Nostra: «Ci teniamo che alla fine della serata venga fuori un concetto basilare: purtroppo qui al nord c’è una visione un po’ errata della criminalità organizzata in generale. Spesso siamo fuorviati dalle immagini che ci vengono fornite dalla televisione o da alcuni libri; la ‘Ndrangheta è diversa da Cosa Nostra, è diversa dalla Camorra: noi parleremo della ‘Ndrangheta, che è un’organizzazione con delle caratteristiche particolari, che spesso viene sottovalutata e deve essere chiaro che non c’è nessuna possibilità di collaborare con questa o nessun’altro tipo di organizzazione di stampo mafioso».

La vita di un boss della ‘Ndrangheta. Luigi prende la parola e comincia a raccontare la sua vita, come tutto è iniziato. La sua famiglia è un nome importante all’interno di mamma ‘Ndrangheta e in un contesto simile nasci già uomo d’onore.

La sua infanzia è stata condizionata e fino a dieci anni è stato un bambino abbastanza terrorizzato che aveva paura di suo padre, un tipo abbastanza violento sia fisicamente che psicologicamente.

A dieci anni Luigi smette di avere paura: ricorda di un Capodanno e dei suoi primi spari in aria, per festeggiare, ricorda come si fa male a una mano mentre tenta di schiacciare il grilletto e ricorda come a un tratto lui non fosse più un bambino terrorizzato. Da quell’età comincia a girare nei vari quartieri della sua città (Crotone), fa a botte con i capi quartiere, prende possesso delle aree, dice: «Da adesso comando io». Anche questa è mafia.

Suo papà tornava a casa con le pistole o i fucili ad alta precisione e lui stava lì con lui, li puliva, e rimaneva affascinato da questo mondo. Mentre i bambini normali avevano le armi giocattolo, Luigi aveva le pistole vere.

Negli anni della prima adolescenza segue un addestramento, dove impara a sparare, fatto su dei lidi disabitati prendendo la mira verso delle bottiglie, lattine, bidoni. Vengono chiamati bersagli, e piano piano agli oggetti si sostituiscono le persone: Luigi racconta di come quando spara non uccide mai un “uomo”, bensì un “bersaglio”, per prendere distacco dall’altro. La ‘Ndrangheta ti educa, dice Luigi, ti insegna a pensare.

Secondo il dottor Giorgi, l’uomo di ‘Ndrangheta e di Cosa Nostra, ma non di Camorra, è simile a un automa. Intanto, spiega, la famiglia mafiosa coincide con la famiglia d’origine, le strutture sono simili e hanno una struttura psichica antropologicamente fondata, cioè che hanno una storia: la famiglia, in cui lo ‘ndranghetista è pensato cent’anni prima di nascere e non può essere altro. Non hai un’identità: o sei mafioso o non sei nulla.

Nel caso della ‘Ndrangheta, è un’identità assolutamente marmorea; il livello di superficie è liquido, si insinua in tutti gli ambienti in cui l’uomo si trova, ma la struttura profonda è di marmo, più forte, più robusta, più mitica, di quella di Cosa Nostra.

Quando diventa un giovane uomo, Luigi viene mandato al Nord per portare avanti il processo di colonizzazione («perché di questo stiamo parlando»), si ambienta, lavora in un’azienda come copertura, ma poi viene richiamato nella sua città natale per prendere parte a una guerra di mafia; e da qui inizia la sua ascesa ai vertici della ‘Ndrangheta, fino a diventare reggente di una cosca, la Vrenna-Bonaventura di Crotone.

La ‘Ndrangheta in Lombardia. Quando Luigi ha raccontato, anni fa, di un’infiltrazione mafiosa al nord, soprattutto in Lombardia, molti l’hanno preso per pazzo. Oggi sappiamo che aveva ragione, tant’è che Milano è chiamato il “secondo capoluogo della Calabria”. C’è questo cordone ombelicale che unisce la casa madre, al sud, con la nostra regione.

Ma dalle cronache dei giornali leggiamo che spesso, se non addirittura sempre, i protagonisti degli affari di mafia non sono solo calabresi, ma anche lombardi: l’imprenditore, il commerciante che pensava di fare affare con la mafia e che invece si è trovato invischiato in qualcosa più grande di lui che, inevitabilmente, lo porta alla rovina. Non è possibile collaborare o avere alcuna relazione né con la ‘Ndrangheta né con le altre tipologie di mafie, soprattutto perché, dice Luigi, le mafie non sono libertà. Non sono libertà soprattutto perché l’altro è un oggetto e quindi non c’è nessuna possibilità di relazione o di convivenza: se fai affari con loro, diventi di loro proprietà e insieme a te la tua famiglia e i tuoi averi. Ti prendono tutto e ti divorano da dentro.

L’organizzazione. Com’è organizzata la ‘Ndrangheta? È una delle organizzazioni più complesse e anche Luigi fa fatica a spiegare come è: intanto, dice, è una cupola nella cupola perché in realtà va a fondersi con il concetto patriarcale e crea non solo affiliazione, ma anche legami di sangue: «Allora tu parli con i tuoi affiliati, ma poi fisso un’altra riunione dove tutti sono miei consanguinei. Ecco la cupola nella cupola».

A differenza della Camorra e di Cosa Nostra, che sono strutture piatte, orizzontali, la ‘Ndrangheta nasce già piramidale perché forte di quel concetto patriarcale. A livello organizzativo è piatta, le varie locali agiscono quasi in completa autonomia, ma nello stesso tempo è organizzata in modo unitario e verticistico. Come veniva spiegato un anno fa al convegno “La ‘Ndrangheta in Lombardia. Fenomenologia e sistemi di convivenza”: «È stata mostrata la struttura della ‘Ndrangheta della Casa Madre in Calabria e quella delle Locali che sono presenti in Lombardia. Le Locali o Province sono imprescindibili dalla Casa Madre, non si possono slegare assolutamente: ogni tentativo di secessione è fermato (con la morte) sul nascere. La struttura è di tipo piramidale e verticistico, ma ha anche una suddivisione orizzontale, che in realtà favorisce la segretezza: le altre famiglie non sanno cosa fanno gli altri affiliati, non hanno una conoscenza totale e complessiva di ciò che succede all'interno della ‘Ndrangheta».

Non solo la ‘Ndrangheta ha una struttura precisa, ma essa si vede come un organismo perfetto, senza sbavature e senza possibilità di errore; da qui derivano regole rigidissime per poter essere all’interno dell’organizzazione: non devi essere omosessuale, non puoi essere figlio di poliziotti o innamorarti di un poliziotto o figlio di, per esempio, non puoi cioè portare disonore.

La ‘Ndrangheta e Cosa Nostra sono organizzazioni che non permettono conoscenza dell’altro diverso da sé: l’identità del mafioso, l’io, coincide perfettamente con il noi dell’organizzazione, il noi è l’io. Quando un uomo si dissocia dall’organizzazione, l’io non c’è, e, come si può immaginare, ci sono delle ricadute psicologiche enormi.

Non per niente, infatti, l’uomo di mafia non va mai in terapia, perché è il luogo della parola, assolutamente in antitesi con l’omertà, caposaldo della cultura mafiosa.

Poco prima di diventare reggente, Luigi sposa una donna (nel 2000) che è al di fuori dei circuiti mafiosi: sa cosa fa il marito, ma non le viene raccontato tutto nei dettagli. La particolarità di questo matrimonio è che è celebrato per amore, e non per convenienza, come spessissimo si fa all’interno delle famiglie mafiose, soprattutto sei porti un nome importante e soprattutto per accentrare il potere oppure per mettere pace a delle faide.

In direzione ostinata e contraria. Il matrimonio è forse il primo passo che fa vacillare l’essere mafioso che esiste all’interno di Luigi; il secondo passo è quando diventa padre e guarda negli occhi i suoi figli e capisce che è giunto il momento di venire fuori dal mondo che fin dall’infanzia ha abitato. Siamo alla fine del 2005 e si accorge che, nonostante lui non sia mai stato violento verso i suoi figli, li sta facendo crescere nello stesso modo in cui lui era stato cresciuto: era un boss, la cosa era automatica.

Realizza che ha il futuro dei figli nelle sue mani e non vuole condannarli alla stessa vita che ha avuto lui, sapere già che sta rubando loro il futuro, che dovranno sparare e ammazzare, prigione, latitanza… Si ricorda di un omicidio che aveva compiuto anni prima e della fierezza che aveva visto negli occhi di suo padre e dei suoi zii, quel compiacimento che tutte le persone cercano negli occhi dei genitori e che lui aveva trovato perché aveva ucciso un uomo. Invece Luigi vuole che i suoi figli vedano orgoglio nei suoi occhi quando torneranno da scuola, per la laurea, per il matrimonio, non per aver ucciso un uomo.

Comincia ad avere delle riflessioni, pensieri che non ha avuto mai il coraggio di fare nemmeno a se stesso. Si rende conto di essere chiamato uomo d’onore, ma si chiede dove sta l’onore nel sapere che stai rubando il futuro dei tuoi figli e dei figli degli altri. Decide di parlare con la moglie e da lì la sua vita cambia: si dissocia dalla mafia e dal 2007 è un collaboratore di giustizia.

Prima di andare a costituirsi, ritenendosi un uomo d’onore, ma come lo intendiamo noi, va a parlare con il padre, per cercare di fargli comprendere perché vuole cambiare. La risposta del padre verso il figlio è di quelle che non sono concepibili in una società come la nostra, ma sono la prassi in quella mafiosa: tocca al padre uccidere il figlio che ha portato disonore. Ed è ciò che il padre di Luigi tenta di fare per ben due volte.

Il ruolo delle donne. La vita di Luigi ha una particolarità che la distingue dal vissuto di altri mafiosi. Per un caso del destino, anche la madre di Luigi è una persona esterna alla vita malavitosa e anche suo padre si è sposato per amore. Mentre il padre e la sua famiglia cercavano di dargli un certo tipo di educazione, sua madre gli insegnava disperatamente un qualcosa, dei “mattoncini”, che avrebbero costruito la personalità di Luigi e che sicuramente hanno contribuito al suo cambio di direzione. Forse possiamo equiparare ai “mattoncini” il concetto di umanità.

Anche la moglie, sposata per amore ed esterna, l’aiuta a dissociarsi dalla mafia.

Queste due donne gli permettono di avere la possibilità di non pensarsi ‘ndranghetista e basta. Ecco che il ruolo delle donne, come spiega bene il dottor Giorgi, diventa fondamentale nella costruzione del mafioso: se Luigi, come gran parte degli altri, avesse avuto una mamma che gli insegnava le stesse cose del padre (violenza, uccisioni, ecc.), allora per lui non ci sarebbe stata nessuna possibilità di pentimento. Non hai scelta alcuna, sei un robot, un kamikaze; non c’è presenza di emozione, sei già morto prima. Ed è il femminile che li costruisce così, attraverso un passaggio di tradizioni di anni e anni di storia della cultura mafiosa. L’uomo, continua il dottor Giorgi, ha il potere, ma la donna è il potere: sottile differenza che porta la donna ad essere centro del potere (per esempio può disonorare un uomo, tradendolo con un altro), ma che, in nome di questo, perde la sua femminilità.

La collaborazione. Il dottor Giorgi ci tiene a sottolineare che pentito e collaboratore sono diversi, ma che vengono usati praticamente indistintamente da un certo tipo di giornalismo che usa la parola “pentito” per dare una connotazione negativa all’operato del collaboratore di giustizia. I pentiti veri e propri sono quelli che si pentono dal punto di vista religioso per quello che hanno fatto in passato, i collaboratori collaborano, appunto, con lo Stato. Ma pentito può anche essere chi si pente sul piano morale delle azioni passate, non per forza passando dalla fede.

Il problema, però, è che quando si usa la parola “pentito” invece di collaboratore, sembra di dare un valore negativo all’azione del pentirsi che, di per sé, è positiva. È positiva per chi si pente ed è positiva per noi, che in questo modo possiamo sapere più dettagli sul funzionamento della mafia che le semplici indagini non possono darci.

Un mafioso che inizia la sua collaborazione con lo Stato viola una regola fondamentale delle organizzazioni mafiose: la consegna del silenzio, l'omertà, che è garanzia del mantenimento della segretezza, di esercizio del potere e di assicurazione dell'impunità. È per tale motivo che alcuni collaboratori di giustizia, considerati "infami" nel mondo mafioso, sono stati colpiti dalle cosiddette "vendette trasversali", vale a dire che i loro cari (figli e parenti) sono stati vittime di feroci agguati.

La particolarità di Luigi è che non ha deciso di collaborare con la giustizia per avere dei riscontri personali o dei benefici, ma è stata una risposta alle sue questioni morali. Luigi oggi è un collaboratore definito “ad alta attendibilità” da ben dieci Procure perché tutte le situazioni che ha denunciato e tutti i nomi che ha fatto sono stati verificati e risultati veri.

Come funziona la dissociazione? Come spiega l’avvocato Romanazzi, si manifesta la volontà di cambiare vita e di passare dalla parte della legalità; si viene quindi inseriti in un programma di protezione che chiede innanzitutto di lasciare il paese e la famiglia di origine. Non è vero che chi è collaboratore di giustizia vive alle spalle dello Stato; non esiste la villa, la bella vita, i soldi, i privilegi che alcuni film raccontano quando parlano di pentiti: esiste uno stipendio di circa 1500 euro mensili (da confrontare con la valanga di soldi che sicuramente un mafioso possiede, soprattutto se è un reggente di una cosca), esistono dei documenti falsi, esiste una vita diversa, fatta di solitudine, abbandono e paura.

Dopo aver fatto il passo, c’è la gestione della vita quotidiana che lo Stato non sembra in grado di controllare al meglio: nonostante i nuovi documenti, per esempio, Luigi risulta celibe e senza figli all’anagrafe del paese di trasferimento; nonostante la località segreta, più o meno tutti sanno dove si trova; nonostante la protezione obbligatoria dello Stato, Luigi è rimasto sette anni senza scorta, con la paura che da un giorno all’altro possano portargli via i figli o uccidere uno dei suoi cari.

Esiste un certo distacco da chi dovrebbe preoccuparsi di loro e chi collabora con lo Stato ha un’idea precisa del perché: semplicemente, chi li dovrebbe proteggere ha paura dei collaboratori stessi, perché potrebbero rivelare qualcosa che lo Stato stesso ha interesse a non far conoscere. Per questo il programma di protezione non funziona, i collaboratori sono subito riconoscibili e non hanno reale protezione.

Un ulteriore esempio delle falle del sistema è che, quando un collaboratore si trasferisce, non è lui stesso ad andare a cercare una casa, un medico, una scuola per i figli. No, fa tutto il maresciallo dei Carabinieri del posto. Questo è come un’insegna luminosa che indica agli altri mafiosi che il pentito è lì. Nel caso di Luigi, tra l’altro, la città segreta di nuova residenza è a 25 chilometri dalla sua terra; non proprio un luogo inaccessibile per chi desidera vendicarsi.

Ecco che allora i pentiti non sono più persone da ammirare e da prendere come modello per quei mafiosi che ancora non sono sicuri di voler fare un passo in avanti. Anzi! I collaboratori diventano quasi lo “zimbello” dei mafiosi, un deterrente: vuoi fare il collaboratore? Guarda cosa è successo a Bonaventura!

È una situazione oltre il paradossale e fa bene Luigi a tenere alta l’attenzione su di sé, svelando dove vive, aprendo un profilo Facebook e un account Twitter, facendosi intervistare, raccontare la sua esperienza, girare l’Italia per testimoniare la sua situazione.

La molta attenzione che attira su di sé può essere una garanzia di sopravvivenza perché la mafia colpisce quando si viene lasciati soli. Quindi, cosa rimane dopo questa conferenza? La consapevolezza che l’unione può fare la forza, come dimostrano associazioni come Addio Pizzo, Libera, la stessa Rete Antimafia, che con il loro lavoro tengono alta l’attenzione sulla mafia e la sua (ormai non più infiltrazione) esistenza in Lombardia.

La conferenza lascia anche un’altra cosa: un cassonetto bruciato fuori dall’aula dove Luigi stava parlando. La mafia, ha ragione Luigi, è a meno di 100 passi da casa nostra.

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