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08/10/13

Strage di Urago: ecco le motivazioni dell’ergastolo ai Marino

Compiuto oggi un altro piccolo passo verso la conclusione di una delle più brutte pagine di cronaca che ha visto coinvolta la nostra città:  la strage di Urago Mella con lo sterminio della famiglia Cottarelli.
Sono state rese pubbliche ieri,infatti, le motivazioni della sentenza con cui la terza sezione penale della Corte d’Appello di Milano ha decretato la condanna all’ergastolo (qui la notizia) per i cugini Marino, accusati di essere stati gli esecutori dell’efferato delitto che scosse la nostra Provincia nel lontano 2006.
Una storia processuale ricca di vicessitudini ed imprevisti che speriamo possa concludersi presto con il secondo (auspicabilmente l’ultimo) passaggio in Cassazione.

Da brescia.corriere.it l’articolo di Mara Rodella:

Posto che « que singula non probant, unita probant » (ciò che singolarmente non prova, può farlo se considerato unitariamente) «inducono questa corte a ritenere provata, oltre ogni ragionevole dubbio, la penale responsabilità di entrambi gli imputati». Così Vito e Salvatore Marino, i cugini trapanesi accusati del massacro di Urago Mella del 2006, quando nella loro villetta di via Zuaboni furono uccisi l’imprenditore Angelo Cottarelli, la moglie Marzenna Topor e il loro figlio Luca, appena 17enne, ritrovati in taverna «con la gola squarciata e raggiunti da due colpi di pistola alla testa», meritano l’ergastolo.

In sessanta pagine è la terza sezione penale della Corte d’assise d’appello di Milano (presidente Sergio Silocchi) a motivare la condanna alla pena a vita per omicidio - aggravato dalla crudeltà ma non dalla premeditazione e dai motivi abbietti - confermata a carico dei Marino il 25 giugno scorso. Perché «in totale assenza di qualsiasi ipotesi alternativa formulabile da questa corte o spiegazione da parte degli imputati circa le loro attività il 27 e 28 agosto» la strage non può che portare la loro firma. Una strage che sarebbe maturata in una situazione degenerata all’improvviso. Perché è «pienamente attendibile», per i giudici, «che chi brandiva una calibro 22 contro la testa di Angelo Cottarelli o di uno dei congiunti al fine di arrecare il massimo spavento possibile abbia inavvertitamente fatto partire un colpo. Ciò, a quel punto, impose un’esecuzione collettiva». Per poi presumibilmente indirizzare i sospetti, «con l’uso del coltello», su banditi dell’Est.

Ai giudici meneghini la Corte di Cassazione, disponendo un appello bis, aveva chiesto di focalizzarsi sulla consistenza dei riscontri individualizzanti» a carico dei trapanesi, che «presentavano problemi di logicità di valutazione o inutilizzabilità». Le deposizioni testimoniali, in particolare, «che avevano descritto i soggetti visti sostare sotto l’abitazione e uscire dalla casa la mattina del fatto, erano state fatte oggetto di una valutazione a doppio binario che appariva incongrua» e «ritenute credibili nella parte in cui descrivevano con una coincidenza quasi perfetta le fattezze dei due Marino».
E partendo da un presupposto, vale a dire «la figura centrale» di Dino Grusovin, sedicente architetto triestino e grande accusatore dei Marino, che ammise di essere stato a casa Cottarelli quella maledetta mattina, ma legato al tavolo della cucina.

Un personaggio «la cui credibilità soggettiva - ricordano i giudici d’appello - è stata affermata ricorrendo al principio della valutazione frazionata delle sue dichiarazioni». Avrebbe mentito sul proprio ruolo, ma non sulla sua presenza in via Zuaboni, «fondata su solide basi di fatto» anche per la Cassazione. Per esempio, il suo cellulare che il 27 agosto aggancia la cella in zona e le telefonate che da lì partono per chiedere il contatto dell’Immobiliare di Cottarelli, o la sua capacità di portare gli investigatori alla villetta. «Indiscutibile» che i tre uomini notati in via Zuaboni il 27 agosto fossero gli stessi della mattina dopo, «quindi gli assassini di Cottarelli». Altrettanto certo, è che Grusovin «facesse parte dei tre»: «non avrebbe avuto alcun motivo per esserci se non in compagnia dei Marino». Che in Sicilia avevano lasciato i telefoni spenti «per impedire la ricostruzione dei loro spostamenti»: altro elemento «strano», così come il fatto di aver noleggiato una Punto a Linate, per poi arrivarci a Brescia, anziché continuare il viaggio con la Bmw del fratello di Vito: su entrambe sono state rinvenute particelle di piombo e bario compatibili con quelle rinvenute a casa Cottarelli. O di aver dormito a casa di Grusovin.

A conferma delle dichiarazioni del pentito «la ricerca, in particolare nell’agosto 2006, sia di Tartamella, sodale di Cottarelli, che di quest’ultimo, da parte di Vito Marino»: appurato «il bisogno di finanziamenti da parte di Vito», 300 mila euro secondo la ricostruzione, il quale sapeva che Cottarelli (coinvolto in un giro di fatturazioni illecite) «custodiva denaro e documenti in tavernetta» - e considerata la disponibilità del cugino di fascette della stessa marca di quelle trovate ai polsi delle vittime - «si può ritenere che la situazione, originata dalla ricerca di denaro, scopo indubbio dell’irruzione nell’abitazione dei Cottarelli, e condotta con modalità ritenute via via violente ed estorsive, sia infine degenerata nella strage per il verificarsi di un imprevisto che ha obbligato i malviventi a un cambio di programma».

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