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14/10/13

La solitudine nella lotta alla mafia

Io sono nato e cresciuto a Brescia, e a Brescia c'é la mafia. E se la mafia in Lombardia non si é impossessata della regione,  se comunque abbiamo un barlume di civiltà e di speranza è grazie ad un gruppo di persone che si é opposto.
Lo sapete perché queste persone mi mettono in crisi? Perché non sono dei Santi, sono fatti di carne e di ossa esattamente come me. Hanno dei pregi e sicuramente dei difetti, esattamente come me. Io spesso incontro gente che è sotto scorta perché è nel mirino della mafia, e può capitare che queste persone siano egocentriche, paranoiche, orgogliose, vanitose, fissate con il sesso, testarde, ritardatarie, egoiste, presuntuose, ingrate, stronze. Insomma può capitare che abbiano tutti o qualcuno dei difetti che posso avere io. Ed è questo quello che mi mette in crisi: che sono esattamente come me, che quello che hanno fatto loro potrei farlo anche io. Quanto farebbe bene alla mia coscienza se fossero dei Santi del Paradiso, ma nonostante siano come me, loro sono quelli che fanno il lavoro sporco al posto mio.
Pensare che una persona in prima fila nel combattere la mafia debba necessariamente anche avere il carattere di San Francesco forse è da ingenui. Se un giornalista scrive di mafia io non mi chiedo perchè scriva di mafia, non mi chiedo se così abbia avuto più successo con le ragazze, non mi chiedo se così si sia arricchito, io mi chiedo se quello che scrive sia vero, mi chiedo se quello che scrive dia fastidio alla mafia, mi chiedo se leggendolo la mia conoscenza e la mia coscienza siano migliorate.
Io mi sono rotto i coglioni di aspettare che una persona venga ammazzata prima di rivalutarla. Sarò ingenuo, ma ho visto troppa gente a casa mia disprezzata in vita ed apprezzata in morte, e così,  ingenuamente, sosterró tutti coloro che sostengono che la mafia, la camorra, la ndrangheta, la sacra corona unita e la stidda debbano essere non tollerate, ma sconfitte, e per fare questo mettono in gioco la loro vita. E le ascolterò anche se eventualmente saranno egocentriche, paranoiche, orgogliose, vanitose, fissate con il sesso, testarde, ritardatarie, egoiste, presuntuose, ingrate o stronze.

Chiariamo subito: ciò che avete appena letto non è farina del nostro sacco, ma una personalizzazione del discorso con cui Pif ha chiuso la bellissima puntata de Il Testimone che ha visto Roberto Saviano come protagonista.
Abbiamo pensato di utilizzare le sue parole come punto di partenza per una riflessione che sentiamo il bisogno di condividere con chi ci segue.
Con il suo discorso Pif si riferiva alla realtà della terra in cui è nato e cresciuto, quella siciliana. Una realtà che ha dovuto vivere, conoscere, respirare.
Ma basta sostituire i riferimenti geografici (come abbiamo fatto noi) per accorgersi che quanto dice si adatta perfettamente ad ognuna delle venti Regioni in cui è diviso il nostro Paese. Certo in alcune più che in altre, ma è ormai un fatto assodato che la criminalità organizzata abbia allungato i propri tentacoli su tutto il territorio nazionale ed oltre.
Il potere della globalizzazione...

Ma l'aspetto su cui intendiamo soffermarci qui è un altro: la solitudine di chi lotta contro la mafia.
Se ci pensate c'è un grande costante filo conduttore che accomuna tutte le tragiche storie di chi ha sacrificato la propria vita per combattere contro la cultura mafiosa: la solitudine appunto.
Ci sono casi più conosciuti, come quello del Generale Dalla Chiesa, spedito ed abbandonato a Palermo, o quelli di Falcone, Borsellino e dei membri del famoso pool antimafia, oggi osannati come eroi ma all'epoca considerati quasi come appestati.
Ma sono tanti, tantissimi gli esempi di uomini e donne che hanno deciso di lottare in prima persona e che sono stati lasciati soli, e quindi resi più vulnerabili, da amici, colleghi o addirittura familiari.
I primi uccisi furono i sindacalisti che si erano schierati contro i grandi proprietari terrieri siciliani. Ci fu Peppino Impastato, che, accompagnato da un piccolo gruppo di compagni, decise di sfidare Gaetano Badalamenti, quello che allora era uno dei più potenti boss di cosanostra. Potremmo parlare di Mario Francese, Giovanni Spampinato, Pippo Fava o Beppe Alfano, giornalisti dalla schiena dritta che conducevano inchieste "scomode" sulla mafia e sugli intrecci con imprenditoria e politica.
Come dimenticare le storie di Giorgio Ambrosoli, liquidatore dell'impero di Sindona, o di Libero Grassi, il primo coraggioso che osò ribellarsi al pizzo. Quelle di politici come Pio La Torre e Piersanti Mattarella, di magistrati come Costa, Livatino, Montalto, Terranova o Scopelliti, quelle del Capitano Basile o del Capo della Mobile di Palermo Boris Giuliano. Ma anche la vita di persone normalissime come Rita Atria, che a soli 17 anni decise di raccontare la mafia che aveva vissuto nella sua famiglia.
Sono solo pochi esempi, ma la costante é sempre la stessa: ognuna di queste persone era costretta a condurre da sola la propria battaglia, o al massimo, in alcuni fortunati casi, con l'aiuto di qualche amico o familiare. Tutt'intorno un ambiente ostile, e non ci riferiamo solamente alla criminalità organizzata, ma anche a quei colleghi, quegli pseudo amici, quei vicini o quei familiari che non solo non condividevano le loro idee, ma ne erano addirittura infastiditi. E le osteggiavano.
Tutte queste persone furono uccise perché davano fastidio.
Solo dopo, in maniera colpevolmente tardiva, l'opinione pubblica rivalutó le loro idee, le loro denunce, ed il loro lavoro.

A distanza di tanti anni il panorama è notevolmente evoluto. La presenza della criminalità organizzata si è prepotentemente palesata non solo nel nord Italia, ma anche in Europa, nel nord e nel sud America. La mafia oggi si è spogliata di quelle vesti che nell'immaginario collettivo ne sono la caratteristica peculiare: non più coppola e lupara, ora indossa gli abiti borghesi di chi si gode la vita investendo i propri proventi illeciti nella florida (per loro) economia del nord.
Ciò che in questi anni non è proprio cambiato, purtroppo, è la solitudine che contraddistingue chi è impegnato nell'antimafia.
I Magistrati, alle prese con faldoni sempre più corposi, sono spesso abbandonati a loro stessi da una politica ancora poco interessata al tema della criminalità organizzata. Le forze dell'ordine lottano contro i continui tagli che stanno rendendo sempre più improbo il loro compito, e contro una mancanza di collaborazione da parte dei cittadini che purtroppo spesso sfocia nell' omertá.
I pochi giornalisti che si occupano di mafia sono costretti ad una vita di precarietà, sacrifici, disagio e paura. Ed anche il cittadino comune che decide di dedicare una fetta del suo tempo alla lotta contro la cultura mafiosa ed a ciò che essa comporta (usura, estorsione, eco-mafie, droga, prostituzione, ludopatia e via dicendo) si trova a doversi confrontare con l’indifferenza e lo scetticismo di chi gli sta intorno.
La mafia, dal canto suo, non sopporta gli "elementi di disturbo", ma, come dicevamo, si è evoluta, ed ha cambiato strategia: gli omicidi creano martiri, molto meglio la strada della diffamazione, della delegittimazione, dell'isolamento. Non uccide più fisicamente, uccide socialmente.
E così chi parla di mafia è costretto a subire ogni genere d'accusa: ha manie di protagonismo, si vuole solo arricchire, sta sputtanando la sua terra, vuole fare carriera politica, è un diffamatore, racconta balle. Ma ci sono anche le accuse personali: è antipatico, é arrogante, non sa stare con la gente, è un donnaiolo, è un irresponsabile.
Qualcuno, a seguito di concrete minacce di morte, è costretto a vivere in regime di protezione. Perde la libertà di compiere molte delle azioni quotidiane che riteniamo più banali, come per esempio accompagnare a scuola i figli. Ma viene additato come uno della "casta", un parassita con l'auto blu che sperpera denaro pubblico, un megalomane a cui piace farsi vedere con la scorta per stare al centro dell'attenzione.
Tutto questo isola il diretto interessato, lo delegittima, lo rende meno forte. Il risultato è che diventa molto più difficile continuare, si perde di credibilità,  e ad avvantaggiarsene non può essere che la criminalità organizzata.
Il caso più conosciuto é quello di Roberto Saviano, ma la realtà è che scrittori e giornalisti costretti a subire l'onta dell'isolamento sono davvero tanti, troppi.
Ci vengono in mente i nomi di Giovanni Tizian, giornalista emiliano di origini calabresi costretto a vivere sotto scorta, o dell'amico Emiliano Morrone, scrittore cosentino che da anni lotta insieme a pochi amici per liberare la sua terra dalla morsa della ndrangheta.
E non c'è bisogno di allontanarsi poi troppo per trovare altri esempi.

Giulio Cavalli é uno scrittore ed autore lombardo. Non tutti ne conoscono la storia, vale dunque la pena spendere qualche riga per raccontare chi è.
Fin dagli inizi della sua carriera si è dedicato ad opere di approfondimento e denuncia: dal tema della Resistenza in Italia a quello del turismo sessuale infantile, passando per il G8 di Genova e per la strage di Linate.
Nel 2008 presenta "Do ut des", uno spettacolo teatrale sui riti mafiosi, ed è da quel momento che iniziano per lui i problemi: Cavalli subisce minacce rivolte a lui ed ai figli, trova le gomme dell'auto squarciate e riceve una serie di bossoli presso il teatro che dirige. Nel 2009 gli viene assegnata la scorta, ma Giulio continua la sua attività antimafia partecipando a diversi seminari, parlando con gli studenti nelle scuole, ma soprattutto lavorando ad un'altra opera teatrale, quel "A cento passi dal Duomo" con cui racconta la criminalità organizzata del milanese. Tutto questo mentre ancora i meneghini credono che la mafia in Lombardia non esista, del  resto lo sosteneva anche il Prefetto di Milano!
Nel frattempo viene eletto in Regione, e al Pirellone porta con sè le sue battaglie scomode. Con largo anticipo rispetto alle note vicende che determineranno la fine dell' era Formigoni, Giulio denuncia la presenza della ndrangheta all'interno del Consiglio Regionale. Ma per tutta risposta l'allora Presidente del Consiglio Regionale Davide Boni (poi dimessosi a causa di problemi giudiziari) minaccia di querelarlo.
È fra i più attivi oppositori alla nomina di Pietrogino Pezzano, il cui nome era finito nell'inchiesta "Infinito", come direttore dell'Asl 1 di Milano. L' "amico dei boss", così Pezzano é stato soprannominato dai media, è costretto a lasciare il posto pochi mesi dopo l'insediamento.
Numerose sono le iniziative intraprese da Cavalli in ambito antimafia, ma quando la Regione cade per le infiltrazioni della ndrangheta...lui non viene rieletto!
Nel frattempo le minacce continuano, come continuano la sua attività nelle scuole, il suo impegno in giro per l'Italia ed il suo lavoro di scrittore con l'uscita di "Nomi, Cognomi e infami" e "L'innocenza di Giulio" (un approfondimento sulla vicenda giudiziaria e le collusioni di Andreotti).
Giulio Cavalli viene considerato uno "scassaminchia" e su di lui l'opera di delegittimazione si fa più pressante: come detto nonostante la legislatura fosse finita a causa di una vicenda di ndrangheta, e nonostante fosse il Consigliere più attivo e preparato sul tema, non viene rieletto in Regione. Si comincia a parlare della sua vita privata, mentre passano in secondo piano le sue battaglie. In estate Luigi Bonaventura, ex reggente di una cosca di ndrangheta oggi collaboratore di giustizia, racconta come da anni si stia pianificando il suo omicidio. Le discussioni però invece di concentrarsi sul significato di queste dichiarazioni, si spostano sulla credibilità di chi le ha proferite. E così mentre il mondo dell'antimafia si interrogava sull' attendibilitá di Bonaventura, Giulio restava sempre più solo.
È di pochi giorni fa la notizia del ritrovamento di una pistola carica, colpo in canna, nascosta in un cespuglio proprio di fronte alla finestra dello studio della sua abitazione romana.
Oggi Giulio si trova in località protetta, e su questa ennesima triste vicenda è stata aperta un'indagine sulla quale vige il più stretto riserbo.
Forse una riflessione su quanto è successo a Giulio bisogna farla.IMAG0384

Quando in uno Stato democratico una persona è costretta a vivere nascosta è tutto lo Stato (cioè noi) ad uscirne sconfitto.
Questa situazione si poteva evitare? Certamente si.
È molto più facile mettere nel mirino una singola persona piuttosto che un gruppo.
Le battaglie di Cavalli, di Saviano, di Emiliano Morrone, di Falcone e Borsellino, di Peppino Impastato, Rita Atria, Beppe Alfano, Boris Giuliani e di tutti gli altri devono essere le battaglie di ognuno di noi.
La criminalità organizzata non può tappare la bocca ad una città, ad una Provincia, ad una Regione o ad un Paese intero.
Quello che noi, da liberi cittadini, possiamo, anzi dobbiamo fare, è semplicemente farci carico delle loro idee e condividerle, raccontarle, tramandarle.
Dobbiamo farlo tutti insieme il “lavoro sporco”.
Anche noi, come Pif, ci siamo rotti i coglioni di aspettare che le persone vengano ammazzate (fisicamente o socialmente) per essere rivalutate.
Abbiamo una grande arma che possiamo utilizzare contro la mafia, é la parola.
Usiamola.

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