Mappa delle allerte in provincia di Brescia.

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22/10/13

A Brescia “Mafia e dintorni”

Tratto dall’edizione cartacea del Bresciaoggi odierno:

«La mafia è già fra noi: si batte solo isolandola»

Mimmo Varone

Ci sono stati arresti, processi, indagini, confische di beni, segnalazioni di riciclaggio in Lombardia e a Brescia. Si sa da tempo che dalla IMG_0030 Valtrompia alla Bassa il nostro territorio è terreno di elezione della ´ndrangheta calabrese. Ma solo ora si diffonde la preoccupazione di capire il fenomeno. Perchè solo ciò che si conosce bene si può combattere con efficacia. Ed è questo il senso del convegno che di ieri nell´aula magna dell´Università cattolica, in via Trieste, su «Mafia e dintorni (in Lombardia) - Dall´invisibilità alla conoscenza, all´intervento».
La prima cosa da capire è che a Brescia da un pezzo, dagli anni Settanta, non si può più parlare di infiltrazione bensì di stabilizzazione. Lo ha sottolineato nel suo intervento il pm Paolo Savio, che da 8 anni è alla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Brescia e ha seguito i processi più importanti. Di una stabilizzazione - precisa -, che coniuga alla perfezione «modernità e tradizione», per il che diventa molto difficile da contrastare.
«Ci troviamo di fronte a una struttura che nelle zone di origine mantiene il suo carattere militare - dice Savio -, ma nelle zone di trasferimento diventa un´organizzazione criminale silente, mantiene la portata devastante dell´origine ma non mostra un evidente utilizzo di assoggettamento e omertà». Una prova l´ha data l´Operazione Centauro, che ha avuto a oggetto le famiglie Rachele, Tigrante, De Moro, Franzè, Piromalli, Romeo e Rando, e «ha rivelato collegamenti difficilmente compatibili territorialmente tra le ´ndrine ioniche e di Gioia Tauro». Come a precisare di più, dalla strage della famiglia Cottarelli (processo arrivato al secondo grado) è emerso che «un imprenditore bresciano sarebbe stato utilizzato per un business di fatture false». E si viene al punto: «Ci troviamo di fronte a una presenza organizzata stabile - scandisce il pm -, che assume nuovi metodi relazionali compresi i rapporti con la Pubblica amministrazione e la politica, si mostra capace di convogliare un consenso importante, abbandona il clichè di estorsioni e minacce, cerca di sovrapporsi e sostituirsi allo Stato con regole proprie». Qui a Brescia, insomma, «la struttura militare è stata sostituita da una borghesia mafiosa e ciò fa di di questo territorio un laboratorio di osservazione di grande interesse». Ma pone difficoltà aggiuntive, che richiedono alti livelli di conoscenza.
AL CONVEGNO HA partecipato anche Girolamo Lo Verso dell´Università di Palermo: con il suo gruppo, di cui fa parte Antonino Giorgi. ricercatore in Cattolica, da anni studia il fenomeno mafioso e da qualche tempo la ´ndrangheta.
«Il mafioso è il dipendente ideale del padrone delle ferriere - dice Lo Verso -, va a uccidere senza emozioni e senza chiedere neanche il nome della vittima. Nella ´ndrangheta è persino peggio per livelli di ferocia fredda. Il mafioso e lo ´ndranghetista fanno a pezzi il nemico non per sadismo bensì per seminare terrore con indifferenza». Di più, «lo ´ndranghetista si considera appartenente a una razza perfetta - aggiunge Giorgi -, considera persino Cosa Nostra di second´ordine e tutti gli altri per lui sono non persone. Ha una struttura psichica granitica, anche se all´esterno appare capace di adattarsi ai contesti. Colonizza i territori, e vede anche la Lombardia come se fosse un pezzo di Calabria».
Come combattere una tale forza? In primo luogo con la costruzione di reti, che mettono insieme i saperi e tolgono le vittime dall´isolamento, restituiscono dignità. Il commerciante che paga il pizzo, l´imprenditore taglieggiato «sono persone che non vedono più futuro e sono incapaci di guardare i propri figli», dice Lo Verso. E da psicoterapeuta, «chi deve pagare a un prepotente e viene lasciato solo si sente un vigliacco e prima o poi cederà - aggiunge -, se esce dalla solitudine tutto diventa più facile».
E su questo fronte Brescia non parte da zero. Una rete antimafia c´è già, fatta da giovani che dal 2010 si sono messi insieme per evitare che il processo Fortunio passasse sotto silenzio. Da allora sono cresciuti. E «abbiamo capito che l´intervento di contrasto alla criminalità organizzata non è solo compito delle forze dell´ordine - dice per tutti Arthur Cristiani - spetta a ciascuno a seconda del proprio ruolo, e a noi tocca quello di lottare contro la cultura mafiosa». Cultura che «nasce da un vuoto morale», aggiunge Giuseppe Giuffrida di Libera.

Girelli: «Brescia, serve una sezione della Dia»

La presenza consolidata delle ´ndrine calabresi a Brescia è dimostrata da una serie di indagini giudiziarie e da una massa di dati provenienti da Dia (Direzione investigativa antimafia), Dna (Direzione nazionale antimafia) e dell´Agenzia nazionale per l´amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Le indagini dicono che la presenza criminale è diffusa nel controllo di stupefacenti, contraffazione, prostituzione, e sempre di più nella gestione di appalti, nonché nel controllo delle attività economiche e commerciali attraverso partnership finanziarie, dell´usura legata al gioco d´azzardo, del caporalato soprattutto nell´edilizia.
Gian Antonio Girelli, presidente della Commissione speciale antimafia di Regione Lombardia elenca numeri, al convegno di ieri in Cattolica su «Mafia e dintorni», che sottolineano «la necessità di risposte da parte delle istituzioni». Ricorda che la Commissione regionale ha, tra l´altro, il compito di monitorare la situazione, sensibilizzare i cittadini e mettere a punto soluzioni normative che rafforzino la legge. Ma «c´è anche necessità di una maggiore formazione nei livelli periferici delle istituzioni - aggiunge -, gli amministratori devono imparare a cogliere i segnali, a capire cosa succede, e devono favorire una maggiore risposta del tessuto sociale, delle imprese, della scuola, del lavoro, della cultura, dell´associazionismo».
IN LOMBARDIA ci sono 1.186 beni confiscati alla criminalità organizzata, 708 a Milano, 124 a Brescia, 83 a Varese, 67 a Como, 59 a Lecco... Solo in città sono stati confiscati 30 beni, e per il resto 8 a Pezzaze, 7 a Desenzano, 6 a Lonato e altrettanti a Roncadelle, 5 a Flero e altri 5 a Lumezzane, 4 ciascuno a Calcinato, Castelmella e Concesio. In una situazione simile, «l´auspicio è di riprendere le ipotesi di una sezione Dia a Brescia - dice Girelli - e di un rafforzamento della Dda».
La nostra provincia rappresenta il polo dell´evoluzione tecnologica, industriale, imprenditoriale e di servizi. E «in tale ambito - sottolinea il presidente della Commissione - la ´ndrangheta cerca spazi operativi e occasioni di arricchimento, con un modello criminogeno di tipo tradizionale che ha sodalizi nettamente preminenti sugli altri». Molti si sono trasferiti da tempo nel nord Italia, e svolgono attività criminali sotto l´egida delle famiglie mafiose di appartenenza, «dedicandosi anche ad attività imprenditoriali apparentemente lecite ma in realtà frutto del riciclaggio».
Girelli elenca due diversi procedimenti volti a monitorare la presenza di famiglie di origine calabrese nella provincia di Brescia (Valtrompia, Valsabbia e Bassa), da un lato l´Operazione «Centauro», che ha avuto a oggetto il traffico internazionale di stupefacenti e di armi con la condanna in primo grado degli imputati. Dall´altro la cosiddetta indagine «Mamerte», vera e propria galassia «al cui interno sono confluiti vari filoni investigativi che spaziano dall´associazione di stampo mafioso alla bancarotta fraudolenta in decine di società, commerciali, dalle false fatturazioni alle estorsioni». E se non bastassero i dati, danno un panorama abbastanza chiaro del livello di «colonizzazione» ´ndranghetista.MI.VA

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