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22/12/12

Caporalato a Brescia, ne parla “Repubblica”

E’ interessante l’inchiesta curata per Repubblica da Paolo Berizzi, che si occupa di raccontare il mondo delle “imprese del mattone”.
Fra le storie che racconta ce n’è una che ci riguarda. E’ quella di Ezzine, Marocchino che vive a Palazzolo.
Una storia emblematica che ben rappresenta la triste realtà del caporalato nella nostra Provincia.

Ci sono tanti modi per non chiamare una truffa. Quando poi si fa sistema, quando da espediente di pochi la truffa si stratifica e diventa fenomeno strutturale, a quel punto sentire come si ingegnano per non chiamare lo schifo col suo vero nome, fa ancora più pena. "Flessibilità d'impresa". "Mutazioni genetiche". "Diversificazione aziendale". la chiamano così. È il nuovo jolly, fetido e infame, dei costruttori. Dei furbetti del mattone 2.0. La ricetta per fare soldi anche in tempo di crisi. Per spremere il limone e disossare i diritti. Aprono una nuova srl per ogni cantiere, costruiscono, e poi chiudono la società. La ammazzano con l'eutanasia della liquidazione volontaria (consente alla società di cessare e essere cancellata dal registro imprese) o facendosi travolgere dall'onda (onta?) del fallimento. L'impresa costruttrice? Sparita.
Ma come, ma è ancora e sempre lo stesso imprenditore. Sì, però ha cambiato nome. Una, due, tre volte. Anche sette otto, anche una volta all'anno che alla fine perdi il filo. E dunque: se l'impresa è morta, non può e non deve pagare più nessuno. Gli operai. Gli operai che si sono infortunati sul lavoro. Le ditte subappaltate. I fornitori. Paga Pantalone. C'è un manovale marocchino a Brescia che è caduto dal tetto e si è aperto in due la testa? Vada pure a piangere dai sindacati, al tribunale del lavoro, al ministero anche: tanto l'impresa è diventata un fantasma, e i fantasmi non hanno cuore né portafoglio; altro che danni. C'è da tirare su un villaggio turistico sulla costa jonica? Chi chiamare se non quei due fratelli che non se ne stanno mai fermi, che hanno perso il conto, persino loro, delle società che hanno aperto negli ultimi anni. Tutte con lo stessa ragione sociale, tutte specializzate nel dimenticarsi di saldare i debiti.
Benvenuti nel Paese del mattone a intermittenza. E dei "pacchi". Le chiamano "retractable company": ditte a scomparsa. Come scatole cinesi si moltiplicano sul territorio. E falciano tutto. Gli stipendi volatilizzati degli operai, le tasse, il sudore della manodopera (meglio se straniera), i materiali che nessuno paga più, le vertenze sindacali che si trasformano in carta straccia. Nella giungla delle 828mila imprese di costruzioni censite in Italia, l'anno scorso ne sono saltate 60mila (il record è del Nord con 17mila fallimenti, 7mila la Lombardia, oltre 3mila il Veneto). Che vuol dire 500mila posti di lavoro andati a farsi benedire (su un totale di 1 milione e 850 mila). Se sono fallite davvero o se si è trattato di suicidio "mirato", è impossibile stabilirlo con certezza.
Ma stime prudenti dicono che almeno il 30% dei fallimenti, nel settore, sono teleguidati, in modo strumentale, dai titolari. Chiudo, non pago, riapro. Si può anche stare bassi coi numeri. Calcoliamo 25mila addetti coinvolti nelle sabbie mobili dei furbetti del mattone. Con un salario di 20mila euro l'anno. Viene fuori mezzo miliardo di euro. Che resta nelle tasche dei costruttori "falliti". Ma se si tiene conto del sommerso dovuto al lavoro nero, che è enorme, l'ammanco è da considerarsi profondo almeno il doppio (1 miliardo). "Le srl a scomparsa, come le finte partite Iva individuali, sono una delle peggiori invenzioni di questo settore  -  dice Walter Schiavella, segretario della Fillea  -  . In questo momento di crisi e di illegalità diffusa, si moltiplicano. Il problema è che ci sono troppe imprese, la proliferazione è enorme e non viene regolamentata come dovrebbe: oggi chiunque va in camera di commercio e il giorno dopo diventa impresa edile, anche solo per costruire un immobile. Il tasso di entrata e di uscita di queste ditte improvvisate è elevatissimo. Che fare? Limitare l'accesso al mercato, alzare l'asticella della qualità, dei requisiti richiesti. Controllare la regolarità delle imprese (i dati più recenti riguardanti le ispezioni nell'edilizia dicono che il 61% delle imprese sono irregolari). Altrimenti nella giungla i furbetti continueranno a riprodursi".
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Andiamo a Brescia. Ezzine Abderrahim ha 33 anni e una cicatrice a forma di mezza luna che percorre la sua nuca da un orecchio all'altro. Lo incontriamo in un bar a Palazzolo, il paese dove vive. "Due mesi in coma, cranio sfondato, da qua e qua  -  indica  -  . E poi la schiena... ". E' il 14 giugno 2011. Ezzine, "operai generico", sta lavorando in un cantiere a Mestre. E' assunto in regola dall'impresa Imco di Brescia. Il titolare si chiama Alberto Fra. Costruisce case e negli ultimi cinque anni ha cambiato sette volte nome alla sua attività. Roba da perdersi. I responsabili messi alla testa delle varie srl sono un albanese, un sudamericano e un calabrese. Ezzine sta lavorando assieme ad altri 21 operai: tutti stranieri. Precipita dal primo piano dell'edificio, è conciato talmente male che lo danno per morto. Si risveglia dopo 60 giorni di coma. Invalidità al 65%. Non può più lavorare. Ma il peggio deve ancora venire.
Racconta Paolo Bulleri, l'esperto di infortunistica che segue il caso. "Dopo l'incontro con la direzione del Ministero del Lavoro di Venezia, scriviamo alla ditta. Che non risponde. La Imco risulta in liquidazione perché è fallita. In realtà tutti gli operai che prima lavoravano per la Imco continuano a lavorare con lo stesso padrone, gli stessi soci ma sotto un'altra ditta. L'ennesima".
In teoria Ezzine avrebbe tutte le ragioni per rivalersi sul suo ex datore di lavoro. Per avere un risarcimento danni. Ma chi gli pagava lo stipendio  -  tre contratti diversi, ogni volta una ditta diversa  -  è diventato trasparente. Anche per la legge. "Se avviamo una causa penale, il rischio è di non vedere più un euro", dice Bulleri. Ezzine e i suoi amici raccontano che nella zona del bresciano e del veronese le ditte di costruzioni a scomparsa sono quasi la regola.
"Ci sono tanti miei connazionali che non sanno nemmeno dove abbiano sede le ditte per cui lavorano. E' come se non esistessero, aprono e chiudono, e il capo è sempre lui. Se ti fai male, come è successo a me, anche se eri in regola non sai a chi rivolgerti. Ti dicono: l'azienda non c'è più". Sono filiere lunghe da risalire quelle delle ditte a scomparsa. Alcune si aggiudicano anche appalti pubblici. Ma l'allegra gestione privata dei dipendenti non cambia.

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