Mappa delle allerte in provincia di Brescia.

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09/12/12

Allarme DIA: così è difficile andare avanti!

Abbiamo già raccontato in diversi post la difficile situazione in cui versa la DIA, la Direzione Investigativa Antimafia. L’impressione sempre più evidente è che negli ultimi mesi si sia condotta una politica atta a depotenziare, se non addirittura smantellare, questo fondamentale organismo info-investigativo.
Ribadendo il nostro sostegno a tutti gli uomini e le donne quotidianamente impegnati “sul campo” nella lotta alla criminalità organizzata, riteniamo che sia opportuno dedicare del tempo ad un punto della situazione che chiarisca quali siano, oggi, i termini della questione.

Alla DIA, unico organismo investigativo interforze, la legge istitutiva 410/91 attribuisce una competenza monofunzionale di contrasto alle organizzazioni mafiose, nelle loro diverse declinazioni, che si specifica nell’assicurare lo svolgimento, in forma coordinata, delle attività di investigazione preventiva, attinenti alla criminalità organizzata, nonché di effettuare indagini di polizia giudiziaria relative a delitti di associazione mafiosa o comunque ricollegabili all’associazione medesima.
Nonostante la sua collocazione nell’ambito del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, la legge istitutiva pone la D.I.A. al di fuori delle articolazioni gerarchiche e strutturali del citato Dipartimento, trattandosi di un Ufficio centrale che opera senza vincoli sull’intero territorio nazionale: tale configurazione non consente di parificarla a nessuna delle Strutture territoriali delle Forze di Polizia.
Nonostante il sistema delineato dal legislatore sia del 1991, la piena operatività della DIA è stata fortemente penalizzata da una serie di inadempienze normative e da scelte ministeriali che minano l’autonomia e l’incisività della stessa che si possono riassumere nei seguenti punti:

· la copertura della pianta organica viene attualmente assicurata attraverso la sola chiamata diretta del personale, impoverendo così il livello professionale degli operatori, come alcuni casi, anche recenti, hanno dimostrato, nonostante la legge istitutiva della DIA preveda un concorso unico nazionale riservato ad operatori con specifiche competenze in materia di contrasto alla criminalità organizzata, e solo per il 5% la copertura attraverso la chiamata diretta. E’ stata così snaturata la previsione normativa che mirava con questo meccanismo a garantire l’accesso alla D.I.A. a personale altamente qualificato;

· esistono carenze di organico, come evidenziato in recenti audizioni presso la Commissione Parlamentare Antimafia, nel corso delle quali si è fatto presente che la complessità dei compiti affidati alla DIA richiederebbe un organico di almeno 2500 persone. Attualmente presso la struttura antimafia prestano servizio poco più di 1300 persone, a livello nazionale; a ciò si aggiunga che il perseguimento degli obiettivi istituzionali è reso ancora più problematico in quanto non è stata data concretezza all’idea di coordinamento prevista dall’art. 3, comma 4 L. 410/91, che letteralmente dispone “Tutti gli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria debbono fornire ogni possibile cooperazione al personale investigativo della D.I.A (…..) devono costantemente informare il personale investigativo della D.I.A., incaricato di effettuare indagini collegate, di tutti gli elementi informativi ed investigativi di cui siano venuti comunque in possesso e sono tenuti a svolgere, congiuntamente con il predetto personale, gli accertamenti e le attività investigative eventualmente richiesti”;

· in tema di difficoltà del coordinamento la condizione operativa è assolutamente speculare, alla fase iniziale dell’istituzione della Dia, descritta dal primo Direttore della Dia Giuseppe Tavormina e da Luciano Violante rispettivamente nelle audizioni del 16 marzo 2011 e del 29 marzo 2011.

· a fronte della crescente complessità delle attività di contrasto delle organizzazioni mafiose, si è assistito ad una costante riduzione dei fondi, passati dai 28 milioni di euro nel 2001 ai 9 milioni di euro nel 2012.

· si aggiunga che la legge 183/2011 ha comportato recentemente una drastica riduzione del trattamento economico accessorio percepito da tutto il personale dipendente della DIA fin dalla sua nascita, che, per l’anno 2012 sarà tagliato del 64% e, a decorrere dal 2013, del 57%;

· recenti tentativi di disarticolazione della struttura hanno condotto all’istituzione di organismi che duplicano l’attività della D.I.A., quali, per esempio, il G.I.C.EX, G.I.C.ER, G.I.TAV, G.I.R.ER. gruppi che si occupano di appalti, da sempre materia di competenza della Struttura antimafia, collocandoli presso la Direzione Centrale di Polizia Criminale, dotati di poteri di indagine, peraltro, meno incisivi. È ovvio che se proprio si volevano costituire dei gruppi di lavoro specializzati, per gli appalti relativi alle opere ferroviarie Tav in Val di Susa, per l’Expo di Milano, per la ricostruzione dell’Aquila e delle zone colpite dal terremoto in Emilia Romagna, la logica avrebbe voluto che questi gruppi di lavoro fossero incardinati all’interno della Direzione Investigativa Antimafia, poiché essi avrebbero potuto utilizzare al meglio i poteri investigativi conferiti dalla legge al Direttore della Dia, che come è noto valgono su tutto il territorio nazionale e non risentono di alcun limite provinciale, o di ricerca di informazioni che ogni ente pubblico o titolare di un’autorizzazione pubblica deve assecondare. La costituzione di quei gruppi esterni alla Direzione Investigativa Antimafia è percepita come l’ennesimo provvedimento di confusione dei compiti e di duplicazione di organismi.

Alla luce delle recenti inchieste che hanno fatto emergere l’intreccio tra criminalità organizzata e corruzione, proprio un organo interforze può certamente assumere un ruolo determinante nel costituendo sistema anti-corruzione. Infatti non vi è settore della pubblica amministrazione nel quale le indagini non abbiano registrato e dimostrato il dispiegarsi dell’illecita influenza dei gruppi criminali, direttamente, ovvero per il tramite di figure imprenditoriali o politiche espressione degli stessi interessi criminali. Così come non vi è indagine su organizzazioni di stampo mafioso che non rilevi preoccupanti fenomeni di penetrazione corruttivo-collusiva nelle istituzioni.
Se reale la volontà di tutta la classe politica di combattere seriamente l’infiltrazione nel tessuto economico sociale delle organizzazioni criminali, che venga data attuazione ai principi fondanti la L.410/91, ripresa in toto dal Codice Antimafia, e si ridiano ad un settore così delicato i fondi tagliati in modo scellerato dalle ultime manovre finanziarie. Nonché si ponga fine a modalità di intervento per il contrasto a fenomeni mafiosi, attraverso provvedimenti estemporanei che vanno nella direzione opposta alle imprescindibili esigenze di un coordinamento efficiente.

Nel frattempo a Brescia il Procuratore Generale della Repubblica, il dott. Papalia, da mesi chiede a gran voce l’istituzione di una sede DIA nel capoluogo Lombardo, senza però ottenere alcuna risposta.
Riportiamo a titolo esemplificativo uno stralcio del discorso tenuto in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario:
La magistratura è impegnata a tutti i livelli per impedire il radicamento nel nostro territorio di queste organizzazioni mafiose e, a tal fine, oltre a svolgere una costante azione di monitoraggio e contrasto delle attività criminali da tali organizzazioni poste in essere, si è particolarmente attivata in questultimo periodo per aggredire i patrimoni illeciti già acquisiti e impedirne lacquisizione di altri.
Tali attività richiedono una particolare specializzazione della polizia giudiziaria e un impiego notevole di personale umano. Sono state costituite delle apposite squadre per la esecuzione di accertamenti patrimoniali nell
ambito, in particolare, dei procedimenti per lapplicazione delle misure di prevenzione. Enecessario però rivolgersi anche alla D.I.A. che ha competenze specifiche in questo campo ed è attrezzata per dare risposte tempestive e soddisfacenti . Purtroppo, però, a Brescia non cè una sede della D.I.A. e, allo stato, nonostante alcune iniziative già intraprese, non si è riusciti ad ottenerne la costituzione, nonostante Brescia sia sede di Corte di Appello e, quindi, di D.D.A.. Chiedo espressamente la collaborazione del Comune perché vengano messe a disposizione alcuni locali delledificio dove prima era ubicata la sezione di polizia giudiziaria della locale procura.”

La situazione così delineata, però, non sembrava destare preoccupazione per l’ormai ex Direttore della D.I.A. D’Alfonso, il quale, ad esplicita domanda se l’Ufficio fosse in grado di operare con i finanziamenti forniti, aveva espressamente dichiarato in Commissione Antimafia:
“...con questi nove milioni e 700 mila euro, se non ricordo male, per il 2012, noi siamo in condizione, senza affanno ho scritto.., ho detto, noi siamo in condizione di gestire bene l'attività dell'organismo… omissis… ripeto, con l'attuale crisi economica che c'è e quello che c'è stato assegnato, questi nove milioni e 700 mila finalmente fanno chiarezza sul meccanismo reale, operativo, della Direzione Investigativa Antimafia…”
Ed ancora:
“…con il capitolo di spesa nuovo, che noi avremo per il 2012, con i nove milioni e 700 mila euro, io oggi sono già in condizione di assicurarvi che per quanto riguarda le missioni, che incidevano sull'operatività dell'organismo, noi potremo lavorare tranquillamente…””
E veniva anche chiesto:
“…Questa struttura così come è funziona o ci vorrebbe una qualcosa in più? E lei ha detto una battuta rispondendo ad un collega rispetto ai mezzi che abbiamo. Che cosa manca di mezzi? Questo dovrebbe essere, la Dia doveva essere a suo tempo per alcuni reati il conferimento di tutte le forze di Polizia rispetto a strumenti, mezzi e capacità operative. Questo è avvenuto, avviene? C’è qualche limite? Perché al di là di dire che tutto va bene, il coordinamento, qui siamo in un organismo di inchiesta, che cosa non va bene? Perché se qualcuno che tutto va bene, allora non ci ho capito nulla io. Però per aiutarci dovremmo avere un qualche elemento in più per operare, se fosse anche possibile in qualche piega anche di norme che può venire fuori, di dare contezza, ma questo lo impediscono che cosa? Le forze di Polizia, il capo di Polizia, il comandante generale, non sto personalizzando nulla...”
E questa era la risposta del Direttore:
“…Io ritengo che funziona bene. Il significato di bene è che può funzionare anche meglio, ma partendo da un concetto positivo, di organismo che è vitale e d’altra parte le operazioni che si stanno facendo in questo periodo lo dimostrano… omissis… Ovviamente, io dicevo, se era previsto un organico di 3-4 mila persone a fronte di 1.300, la differenza anche sta anche nel numero perché ovviamente il numero significa, in termini esponenziali, anche operazioni di Polizia…””

Ed allora se tutto funziona, tutto va bene, i soldi bastano, ed il personale rende, come mai che Bologna è ridotta a meno dei minimi termini, a Latina nessuno va ed a Brescia dove anche lì il Procuratore Capo, Dott. PAPALIA, chiede una Sezione della D.I.A. neanche viene data una risposta?
E’ stato denunciato dalla stampa (come riporta lo stralcio dell’articolo de IL FATTO QUOTIDIANO del 22.08.2012 riportato qui sotto) un lento tentativo di smantellamento della Direzione Investigativa Antimafia struttura che, tanto per fare un esempio, tra il 2009 e il primo semestre del 2011 ha sequestrato beni per 5,7 miliardi di euro e ne ha confiscati altri per 1,2 miliardi di euro. Cifre che rappresentano l’introito maggiore per il Fondo unico Giustizia.

“Se si sono finalmente aperti gli occhi sugli intrecci tra mafia e politica nel Nord Italia, lo si deve alla nostra attività – spiega un funzionario che per motivi di sicurezza deve restare anonimo –. L’operazione ‘Breakfast’, per esempio, che ha coinvolto alcuni elementi di spicco della Lega Nord. O la ‘Doma’, nella quale sono finiti colletti bianchi e politici nazionali, ‘vicini’ al clan dei Casalesi. Qualche mese fa è partita una nuova richiesta d’arresto nei confronti dell’ex sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino. O le principali inchieste di Palermo, dove – guarda caso – i magistrati stanno indagando sulla trattativa Stato-mafia. Ma forse è proprio per questo che siamo diventati scomodi”. […] Lo smantellamento sembra procedere a piccoli passi, perché nessuno si assumerebbe la responsabilità di distruggere in un colpo solo la creatura di Falcone. Ma basta mettere insieme alcuni fatti degli ultimi 10 mesi per rendersi conto della situazione.
Prima il taglio dei fondi passati da 28 milioni di euro a soli 9 milioni e 700 mila, poi il taglio delle indennità, il personale in sostituzione degli uscenti che non arriva e spesso quello che arriva non ha le professionalità che dovrebbe, poi la sottrazione delle competenze che in barba alla tanto sbandierata spending review vede la duplicazione di Uffici già in seno alla D.I.A. Si sono creati e si stanno creando gruppi interforze ad hoc per il controllo degli appalti: vedi la ricostruzione all’Aquila (Gicer), l’Expo Milano 2015 (Gicex) e ora il terremoto in Emilia anche. Cioè si riducono le Prefetture ma si duplicano i Gruppi di Lavoro?
[…] E poi la Dia ha già al suo interno un Osservatorio Centrale sugli Appalti che opera a 360 gradi. La sensazione, dunque, è che la si voglia svuotare di soldi e significato per renderla una scatola vuota facilmente accartocciabile.

Eppure la D.I.A., che viene presa ad esempio anche in Europa, nonostante tutto, è “un’azienda di stato ad alto reddito”. Nei dati comunicati dal Viminale il giorno di ferragosto e di cui giustamente si pregia il Ministro degli Interni si legge, nel paragrafo “Lotta alla Criminalità Organizzata” che, nel periodo agosto 2011 luglio 2012, sono stati effettuati sequestri per un valore totale di 4,124 mld di euro e confische per un valore di 1,567 mld di euro. Ebbene la D.I.A. nello stesso periodo annovera sequestri per circa un mld di euro e confische per circa un mld di euro. Ciò vuol dire che con le minime risorse a disposizione ha effettuato poco meno del 25% dei sequestri complessivi e circa il 70% delle confische complessive, beni che confluiscono nel Fondo Unico di Giustizia con il quale vengono poi sovvenzionati Ministero degli Interni e di Grazia e Giustizia.
Detto ciò non serve essere professori Universitari di Economia per capire che la strada giusta da seguire non è certo quella di depotenziare la D.I.A. quanto invece quella di sfruttare al massimo la professionalità del suo personale ed integrarla con energie fresche.
Il Crimine Organizzato “fattura” in Italia circa 135 miliardi di euro che sommati al danno economico dato dal fenomeno della corruzione ed all’evasione fiscale si raggiunge l’impressionante cifra di 300 miliardi di euro. Se si riuscisse a recuperare complessivamente anche solo il 15% di questa cifra si avrebbe l’equivalente di una legge finanziaria pesante che consentirebbe uno sgravio fiscale importante sui cittadini, oggi fortemente vessati, un abbassamento del prezzo della benzina, dell’I.M.U. oltre ad un ritorno d’immagine in tema di sicurezza senza eguali, favorendo peraltro gli investimenti stranieri.
In tema di lotta all’evasione già molto si sta facendo, per la corruzione bisognerebbe arrivare alla promulgazione di una buona legge, per la lotta alla mafia semplicemente applicare le leggi che già ci sono.
Alla legge istitutiva della D.I.A. non è mai stata data piena applicazione (vedi istituzione del Ruolo Unico), basterebbe farlo e qualche finanziamento in più non sarebbe assolutamente difficile da trovare, vista anche la produttività dell’Ufficio. Dove? Per esempio dai tagli alle scorte, facendo pagare il costo dell’ordine pubblico allo stadio alle squadre di calcio, prendendo qualcosa in più da quel FONDO UNICO di GIUSTIZIA, evitando i Gruppi Interforze sugli Appalti che già fanno parte dei compiti della D.I.A..

Sarebbe auspicabile una politica saggia come quella dell’imprenditore di Milano che nel 1992, per consentire l’apertura della sede nel capoluogo lombardo, mise a disposizione due mini-appartamenti in comodato d’uso a titolo gratuito. L’imprenditore motivò così il gesto: “Se voi rischiate la pelle per noi, non capisco per quale motivo io, che sono tra coloro che beneficiano di tutto questo, non vi devo mettere nelle condizioni di poter svolgere un’attività operativa di un certo tipo anche a Milano”.

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