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29/11/12

Operazione Squalo a Brescia: nel curriculum degli arrestati il 416bis

Abbiamo cominciato a parlarne ieri (qui), ma l’intenzione, come annunciato, è quella di approfondire. 
Qualche spunto, per cominciare, ci viene dai nomi delle persone coinvolte: Antonio Seminara e Giuseppe “Pino” Romano, già noti alle cronache per essere stati protagonisti, più di dieci anni orsono, di un’altra clamorosa storia di mafia: la vicenda “’Nduja”.
Non molti ne conoscono il corso degli eventi, ma per farsene un’idea vale la pena sacrificare qualche minuto alla lettura del post che gli abbiamo dedicato.
I fratelli Bellocco, originari di Rosarno e reggenti dell’omonimo clan, uno dei più sanguinosi e violenti della malavita calabrese, erano le figure centrali dell’impianto accusatorio che condusse nel 2005 all’arresto di ben  42 persone, fra le quali, come detto, Antonio Seminara e Pino Romano.
Caso vuole che solo pochi giorni prima che gli ex “compari” finissero nei guai a Brescia un’importante inchiesta condotta dalla DDA di Milano, conclusasi con l’operazione “Blue Call”, abbia portato all’ordinanza di arresto, fra gli altri, proprio di Umberto Bellocco.
Nduja, Blue Call e Squalo, tre storie che ripetutamente si intersecano fra loro, tre storie che vedono la nostra Provincia al centro di pericolosi intrecci criminali.  
Torneremo presto ad occuparci di queste vicende, per il momento vi lasciamo a questo articolo tratto dal sito www.bresciaoggi.it nel quale abbiamo evidenziato i paesi bresciani coinvolti più o meno direttamente dall’inchiesta appena conclusa.   
Operazione Squalo: dieci arresti con l’ombra della Ndrangheta
Il Bresciano terra di conquista della malavita che si arricchisce con la droga, la prostituzione, il lavoro nero nei cantieri edili e che impone il «pizzo». Fenomeni che ai più appaiono lontani, ma che in realtà sono vicinissimi. La mafia calabrese attiva in città, nell'Ovest come nel basso Garda dove si è arricchita grazie ai locali notturni, ha teso i lunghi tentacoli in provincia imponendo regole e tentando la scalata ad aziende. La punta dell'iceberg di un fenomeno sommerso è venuto a galla al termine dell'indagine che ha impegnato per un anno i carabinieri e la procura (pm Silvia Bonardi).
Ieri all'alba l'esecuzione di dieci provvedimenti firmati dal gip. Tutti in carcere.
A Paratico in arresto Antonio Annaccarato, 46 anni, originario di Taurianova; a Briatico (Vibo Valentia) Francesco Gallo, 57 anni di Cinquefondi, domiciliato a Borgosatollo; nello stesso paese calabrese Giuseppe Romano, 53 anni, residente a Romano di Lombardia; a Pontoglio Antonio Seminara, 44 anni, di Gioia Tauro; A Desio Salvatore Pulerà, 45 anni, di Roccabernarda; a Castelcovati Moris Salvoni, 42 anni, di Orzinuovi, Alberto Piceni, 43enne nato a Chiari, e Valerio Scarsetti, 62 anni nato in paese; a Chiari Giuseppe Zandolini, 51 anni, e a Mazzano Mario Silvestri, 45 anni, di Ischia.
Con ruoli e accuse che si differenziano, sono coinvolti nell'inchiesta nata il 24 dicembre, dopo la denuncia di un tentativo di estorsione.
«Dalle indagini sono emersi atteggiamenti tipici della criminalità organizzata», ha detto il colonnello Marco Turchi. «Colpite specialmente aziende del settore edile e tentativo di acquisire potere e quote societarie e imporre i propri uomini».
L'ESTORSIONE è stata subìta dai titolari della Orceana Costruzioni (in liquidazione e dichiarata fallita) che ha operato in più regioni e effettuato lavori in Abruzzo post terremoto; in ballo un contenzioso di 500mila euro  con l'impresa edile di Castelcovati Pfs costruzioni (Piceni e Salvoni i dirigenti). Soldi non ricevuti per la costruzione di villette in Liguria, perché «non era stato superato il collaudo», affermano gli investigatori. Vengono contattati due dei dieci arrestati per il recupero crediti. Ipotizzata la cifra - «nettamente gonfiata», sono parole degli investigatori -, di un milione e mezzo di euro nei confronti della Orceana Costruzioni, ditta già in liquidazione con blocco dei beni da parte della magistratura. Per cercare di avere i soldi contattano Antonio Annaccarato e Francesco Gallo, originari di Reggio Calabria, ma il recupero crediti non riesce. In scena entrano, come riferito dai carabinieri, alcune persone che gli inquirenti ritengono vicine a note famiglie calabresi con agganci con la malavita organizzata: Antonio Seminara di 44 anni e Giuseppe Romano, 53 anni.
Due «duri», arrestati nell'ambito dell'Operazione 'Nduja condotta a Brescia dalla magistratura nel 2001, con disarticolazione della 'ndrina dei Bellocco radicatasi al nord. Gli imprenditori di Castelcovati che richiedevano i soldi ai tempi pattuiti (due bresciani 40enni) diventano a loro volta vittime dei calabresi: ricevono minacce e richieste di denaro.
Chi si presenta in ufficio e non certo in guanti bianchi sostiene di vantare un credito di 600mila euro dalla Pfs. I carabinieri entrano in gioco quando dai magazzini della Orceana è prelevato materiale per centomila euro che era sotto sequestro.
Iniziano le indagini e dalle intercettazioni telefoniche i carabinieri del Nucleo Investigativo guidati dal capitano Pietro D'Imperio sventano un sequestro lampo. Vittima a luglio un commercialista 50enne di Brescia. I carabinieri stanno giorni nella via dove abita e il piano salta. A gestirlo un pugliese con precedenti per sequestro, contattato dai calabresi.
E grazie al lavoro sul territorio effettuato dai carabinieri di Chiari guidati dal capitano Egidio Lardo, si ricostruisce l'organigramma e sono individuati i collaboratori dell'organizzazione e che operano nell'Ovest nel campo edilizio. Accertato dai carabinieri il possesso di armi e collegamenti con personaggi già condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso. Ieri la chiusura dell'inchiesta, con gli arresti voluti dalla Direzione distrettuale antimafia di Brescia.
Franco Mondini

Questi invece gli articoli pubblicati sulla versione cartacea odierna del Giornale di Brescia
Proiettili, «ambasciate» e minacce per recuperare un credito: dieci in cellaI Cc hanno scoperto due estorsioni: i mandanti della prima sono risultati a loro volta vittime
Mostrare cartucce da caccia la vigilia di Natale. Inviare email con l’invito a pagare il dovuto alla scadenza al «fine di evitare spiacevoli episodi». Il far sapere al proprio interlocutore che si sa bene dove abita fino ad arrivare alla minaccia esplicita di sparagli nelle gambe e procedere poi a «prelievi» indebiti di materiali dai capannoni della ditta del
le vittime. Comportamenti tipica-
mente mafiosi. Al
fine di estorcere denaro alle vittime in virtù di un credito di denaro. Una «riscossione» poco ortodossa, che ha assunto i contorni dell’estorsione, e che è valsa l’arresto di dieci persone. Ad indagare, coordinati dal sostituto procuratore che fa parte della Direzione distrettuale antimafia, Silvia Bonardi, sono stati i carabinieri di Chiari e del Nucleo investigativo di Brescia, sotto la guida rispettivamente dei capitani Egidio Lardo e Pietro d’Imperio, con il supporto tecnico del
capitano Gianluca D’Aguanno. In 
manette - su ordinanza di custodia
cautelare del gip
 Alberto Viti - i presunti mandanti
della prima estorsione, Alberto Piceni e Moris Salvoni, soci della «Pfs costruzioni» che ritengono di vantare un credito di un milione e mezzo di euro nei confronti della «Orceana costruzioni» e che per riscuotere il dovuto si rivolgono a Francesco Gallo, calabrese già piuttosto conosciuto dalle forze dell’ordine - e Antonio Annaccarato - calabrese da tempo radicato sul Sebino con interessi nel campo dell’acquisto di aree edificabili, alberghi e altre attività immobiliari per milioni di euro - per fare pressioni di ogni tipo sui titolari della ditta di Orzinuovi, peraltro in grave crisi economica. I due mandanti però, come poi emerge nel corso dell’indagine, diventano a loro volta «vittime del sistema» nel quale si erano infilati, «pupi» nelle mani di «pupari» dal curriculum criminale di notevole spessore. Gallo e Annaccarato, infatti, di fronte all’impossibilità di riscuotere il denaro dai titolari della Orceana costruzioni decidono di rivolgersi a chi - di sicuro - sarebbe riuscito a portare a casa il denaro: due nomi che solo a pronunciarli incutono rispetto e paura: Giuseppe Romano, detto Pino, e Antonio Seminara che hanno stretti collegamenti con soggetti appartenenti alla ’ndrangheta calabrese. Nel mezzo ci stanno anche gli interventi di altri criminali, anche nostrani, interpellati per ottenere contatti con le vittime, come Valerio Scarsetti, 62enne di Castelcovati o Mario Silvestri 45enne di Ischia ma residente a Mazzano, Giuseppe Zandonini di 51 anni residente a Chiari e Salvatore Pulerà 45enne residente a Desio, la presenza del quale è accertata nel momento in cui Piceni e Salvoni (i mandanti della prima estorsione) vengono picchiati a loro volta e minacciati dai calabresi che diventano di fatto, i gestori della loro azienda. I calabresi si fanno infatti consegnare dai due bresciani, in tre distinte tranche, 18mila euro. Un quadro desolante di pesci grossi che mangiano i pesci più piccoli. Da qui anche il nome che gli inquirenti hanno dato all’operazione che è «Squalo».
Oltre alle estorsioni che vengono contestate - con l’aggravante prevista dall’articolo 7 l 152/1991 ovvero quella del metodo mafioso - nel corso delle indagini emerge anche che Silvestri cede a Romano e a Gallo una pistola, «piccola, calibro 7...con quattro botti ancora dentro». Arma che - come si sente anche nelle intercettazioni ambientali - viene maneggiata e aperta, ma che al momento degli arresti non è stata recuperata. Arresti che sono stati eseguiti ieri mattina: Gallo e Romano vengono rintracciati a Briatico in Calabria (noti i loro contatti con esponenti di spicco di famiglie come i Bellocco e gli Oppedisano), Pulerà a Desio. Tutti gli altri nel loro paese di residenza nel bresciano.
Daniela Zorat



Papalia: il Bresciano a rischio infiltrazioniIl procuratore generale denuncia la «pressione» della criminalità organizzata
«Quanto accaduto è la conferma della presenza diretta della mafia sul territorio bresciano ed in particolare nella gestione economica di alcune attività rilevanti». Nessuna sorpresa, dunque, per il procuratore generale di Brescia, Guido Papalia soddisfatto dei risultati dell'inchiesta Squalo che ha portato in carcere dieci persone per estorsione aggravata dal metodo mafioso.
«Quella che è emersa è solo una delle facce attraverso le quali si presenta la 'Ndrangheta» sostiene Papalia che entra poi nel dettaglio. «La volontà è di impossessarsi delle aziende in difficoltà economiche. I soggetti legati alla mafia si presentano agli imprenditori offrendo soldi e quindi favori, ma successivamente pretendono di ottenere profitti propri e cannibalizzano le quote societarie». Il settore bresciano raggiunto con più facilità dai tentacoli della mafia resta quello dell’edilizia: «Catalizza l'attenzione della 'Ndrangheta non solo per quanto riguarda il movimento terra, ma anche perché la costruzione di opere offre la possibilità di lavoro nero con l'impiego di soggetti stranieri pronti a tutto pur di lavorare. E la mafia ne trae ampi profitti». Difficile tracciare una mappa della ramificazione sul territorio a Brescia e se il lago di Iseo, da dove è partita l'ultima inchiesta, rappresenta una novità lo stesso non si può dire per il Lago di Garda «area ormai nota per le infiltrazioni mafiose» garantisce il Procuratore generale Papalia che lancia poi un messaggio agli imprenditori edili della nostra provincia: «Chi riceve offerte di subappalto assolutamente fuori mercato deve rifiutarle perché se da una parte garantiscono notevole profitto, dall'altra sono offerte che fanno cadere nelle mani della 'Ndrangheta». Gli ultimi arresti portano poi Papalia a fare una riflessione: «Ultimamente mi sembra che si stia facendo marcia indietro in merito all'istituzione di una sede a Brescia della Direzione Investigativa Antimafia. Mesi fa il Governo, anche grazie all'intervento dei parlamentari bresciani, aveva dato ampia disponibilità. Ora è tutto fermo ed è una cosa molto grave. Io - conclude il procuratore generale - proseguo nella mia battaglia. Con la Dia a Brescia il processo di contrasto alle infiltrazioni mafiose diventerebbe ancora più importante».
Andrea Cittadini

Progettato il sequestro lampo di un commercialista in cittàNon solo i due episodi acclarati di estorsione. Ma pure il progetto di un sequestro lampo ai danni di un commercialista cinquantenne residente in città che - a detta dei «calabresi» - doveva dei soldi ai loro conterranei. É emerso anche questo nel corso delle indagini condotte dai carabinieri del Nucleo investigativo e della Compagnia di Chiari che sono culminate con i dieci arresti di ieri mattina. A dimostrazione della pericolosità sociale degli indagati e del loro spessore criminale. Nel mese di luglio avevano già fatto sopralluoghi sotto casa del professionista che - stando a quanto si dicevano i calabresi - doveva 500mila euro ai loro «compari» al Sud. Gallo, Annaccarato e Romano per questo si erano rivolti a uno «specialista» campano che avrebbe dovuto eseguire materialmente il rapimento, poi sfumato per la presenza di pattuglie dei carabinieri.




Condanne che nel clan «fanno curriculum»Condanne in appello a 26 anni, poi ridotte in Cassazione per l’impossibilità di utilizzare alcune intercettazioni con una diminuzione di pena. È quella di cui Giuseppe Romano si vanta di aver ricevuto, a riprova del suo spesso- re criminale per impaurire le vittime e ridurle in stato di soggezione psicologica. Proprio Romano era risultato al vertice dell’organizzazione sgominata anni fa con l’operazione «Nduja». Era collegato al clan Bellocco. Suo braccio destro è Seminara. Annaccarato è invece già noto per reati quali sfruttamento e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Dal suo passato emergono anche con- trolli di polizia con gli Oppedisano. Mentre Gallo per gli inquirenti, sarebbe il «regista» della vicenda «Orceana». Silvestri era finito nei guai per droga e armi. Zandonini negli anni ’90 era rimasto coinvolto in vicende della Banda della Magliana.
Vittime tra due fuochi
Una pensa anche al suicidioDopo il proiettile, le esortazioni ai pagamenti per posta elettronica e le minacce poco velate, i calabresi sono arrivati anche a prelevare forzosamente e del tutto indebitamente, dai capannoni della «Orceana» diverso materiale edile per un valore che si aggira attorno ai centomila euro. Due gli episodi accertati e che sono stati poi denunciati dalle vittime per evitare anche che - nel corso delle procedure di liquidazione della società - potessero incappare in provvedimenti della magistratura. Pressioni psicologiche che hanno determinato in uno dei due titolari dell’azienda di Orzinuovi una forte depressione, curata con psicofarmaci. Minacce debilitanti al punto di fargli pensare di farla finita, di suicidarsi. Uno «stato di prostrazione e sconforto» che viene ben evidenziato nell’ordinanza di 246 pagine firmata dal gip Alberto Viti.

















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