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16/11/12

La 'Ndrangheta in Lombardia: fenomenologia e sistemi di convivenza




Una mia amica mi invita a un seminario all’Università Cattolica di Brescia sulla ‘Ndrangheta studiata in termini psicologici. Non ho mai assistito a un dibattito del genere e decido di partecipare, anche per capire, almeno un po’, la mente di un mafioso.
Ieri, giovedì 15 novembre, l’Aula Magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia si è trasformata in un luogo di scambio di conoscenze e di dibattito. Il convegno organizzato dall’Università, dal Centro Studi per l’Educazione alla Legalità e da ASAG (Alta Suola di Psicologia Agostino Gemelli) portava un titolo importante: “La ‘Ndrangheta in Lombardia: fenomenologia e sistemi di convivenza”.
Al dibattito hanno partecipato le dottoresse Gozzoli (facoltà di Psicologia), D’Angelo (ricercatrice, facoltà di Psicologia), Coppola (ricercatrice, Scienze psicologiche a Messina) e Panzarasa (collaboratrice facoltà di Sociologia della criminalità organizzata a Milano), e i dottori Caimi (Centro Studi per la Legalità), Giorgi (ricercatore, Scienze della formazione), Lo Verso (ordinario di Psicoterapia a Palermo e a Enna) e Dalla Chiesa (Sociologia della criminalità organizzata a Milano).
Gli obiettivi del seminario sono molteplici:
1) parlare di convivenza e memoria non è irrilevante, visto che in un sistema di appartenenza (dato dal territorio, dalla cultura, dalle prospettive di vita) esistono delle parti a noi estranee  e per questo devono esserci delle regole. Senza queste regole nascono dei sistemi di convivenza vuoti e pericolosi: la mafia vive sulla convivenza forzata e buia.
2) lo sguardo psicologico è uno sguardo nuovo, ma i fenomeni mafiosi hanno bisogno di confronti antropologici e psicologici.
3) lo studio dell’organizzazione mafiosa ci dà un’opportunità in più per combatterla.
4) il confrontarsi può dare vita a delle reti di persone che nel tempo possono trovare una chiave di lettura per combattere il fenomeno anche sui nostri territori.
Il quadro che ne esce è decisamente complesso. 

Il mafioso. Come introduce il dott. Caimi, l’educazione alla legalità deve essere inserita nella formazione complessiva di un soggetto e si sintetizza in una costruzione di una coscienza responsabile attiva che ha il senso del sé e del noi: è un problema di maturazione di un ethos condiviso (modo di sentire, sensibilità, costume civile) e diffuso, problema che nasce dal fatto che lo Stato non è ancora visto e capito come cosa e casa comune. 
Il problema di un mafioso deriva dal fatto che “nasce mafioso”. Ma cos’è la mafia e cos’è il mafioso?
Quando pensiamo alla parola mafia, subito arrivano alla mente immagini di gente con la coppola, che chiedono il pizzo ai commercianti e imprenditori, uccidono, fanno del male, piazzano bombe, compiono stragi, hanno intrallazzi con la politica. Ma la mafia ha anche un’altra definizione: è soprattutto un’aggregazione di tipo antropologico (sullo stesso livello di un gruppo culturale, sportivo, ecc.). Ma parlare di aggregazione mafiosa non significa parlare di persone come le altre, per il semplice fatto che il mafioso non è una persona, non ha un’identità soggettiva, non è interessato al sé, alle emozioni o al denaro, paradossalmente. Egli è interessato al potere. Non avendo un “io” sviluppato, la Famiglia mafiosa si sovrappone all'individuo ed egli è totalmente assoggettato al clan; si arriva all'annullamento del singolo, che diventa un robot. Il mafioso è una non-persona, e allo stesso modo l’”altro” è una non-persona: per questo motivo c’è un’assenza di emozioni, anche quando si uccide. Il dottor Lo Verso faceva l’esempio che un mafioso non sogna mai l’uccisione di un individuo, cosa che va contro 120 anni di psicologia.
L’uomo di mafia viene visto come vigliacco, predatore, si nasconde dietro al potere; ma è anche educato, rispettoso delle regole, uomo d’onore. È qui il problema, dice Lo Verso: la mafia ha preso dalla tradizione siciliana alcuni valori e li ha fatti propri, ha usato la cultura siciliana per motivi di potere; l’uomo d’onore in realtà è uno che tiene fede alla parola data, che tiene conto che l’altro è un essere umano come te. Cosa che, come abbiamo visto, non è prerogativa del mafioso. La ‘Ndrangheta fonda il soggetto che ne fa parte, l’individuo non ha autonomia psichica ed è imbrigliato in questo mondo famigliare che è impossibile da trasgredire.

La struttura.
Grazie alle ricerche condotte dalla dottoressa Coppola, è stata mostrata la struttura della ‘Ndrangheta della Casa Madre in Calabria e quella delle Locali che sono presenti in Lombardia. Le Locali o Province sono imprescindibili dalla Casa Madre, non si possono slegare assolutamente: ogni tentativo di secessione è fermato (con la morte) sul nascere. La struttura è di tipo piramidale e verticistico, ma ha anche una suddivisione orizzontale, che in realtà favorisce la segretezza: le altre famiglie non sanno cosa fanno gli altri affiliati, non hanno una conoscenza totale e complessiva di ciò che succede all'interno della ‘Ndrangheta. Grazie allo studio del documento di custodia cautelare dell’operazione Crimine-Infinito del 2010 e attraverso delle interviste mirate ad alcune persone delle forze dell’ordine, di magistrati e di cappellani delle carceri (quindi tutte persone che vivono a diretto contatto con i mafiosi calabresi), la dottoressa D’Angelo e il dottor Giorgi hanno potuto delineare i metodi dell’infiltrazione mafiosa in Lombardia.
Innanzitutto, la ‘Ndrangheta è una mafia liquida, perché si insinua in tutti i luoghi di potere italiani, europei e anche mondiali, e si adatta al contesto sociale di oggi. Le seconde generazioni di ‘ndranghetisti sono formate dai figli dei primi mafiosi insediatisi qui, che hanno vissuto in Lombardia, hanno studiato e quindi si sono adattati al nostro territorio. L’inserimento della ‘Ndrangheta è silenzioso, tendenzialmente di basso profilo, sempre sul confine tra legalità ed illegalità: è un fenomeno sommerso, esserci e non esserci, parlarne e non parlarne.
In Lombardia si ha una riproduzione fedele delle Locali madre calabresi: esiste una gerarchia tra le diverse Locali lombarde, che sono 20, e in base alla posizione di spicco, queste acquistano più o meno potere. Continua a esserci un’esigenza di controllo della Casa Madre rispetto alle Locali: l’organizzazione ha a capo il Crimine o la Provincia, che risiede in Calabria. Le Locali funzionano secondo il principio di omogeneità geografica: i vicini in Calabria sono insieme anche nel nuovo luogo di insediamento.
Esiste una struttura di coordinamento chiamata Lombardia, che ha la tendenza a colonizzare dove si insedia e riproduce le dinamiche che ci sono in Calabria, ma nel riprodurle è anche abile ad adattarsi ai nuovi contesti: significa un’immersione nella nuova realtà e trasformarsi in essa per attecchire al meglio.

La colonia di Buccinasco. Il dottor Dalla Chiesa e la dottoressa Panzarasa si sono occupati, invece, dello studio di un caso lombardo: la colonia di Buccinasco, nell’hinterland sud-ovest di Milano.
Buccinasco, prima dell’espansione industriale negli anni Settanta, era solo un aggregato di cascine; la particolarità di questo caso è che la mafia si è sviluppata con il paese stesso. La ‘Ndrangheta arriva in questo paese negli anni Ottanta: all’inizio non c’era una strategia di conquista, ma solo una forma di criminalità endogena che si riproduceva sul territorio, tenendo ben saldi i rapporti con la Calabria (il paese di provenienza è Platì) e tentando di ricreare una comunità con la funzione di carattere mimetico.
La mafia qui si fa conoscere per omicidi, per sequestri di persona, che permettono non solo di avere denaro dai riscatti, ma anche di acquisire potere, per traffico di droga. Buccinasco diventa centrale per i traffici di eroina (organizzati insieme a Cosa Nostra), sia a livello nazionale che internazionale poi, arrivando ad essere non più acquirente dalla mafia siciliana, ma addirittura fornitore.
Quando è stato presentato questo studio, gli abitanti e l’amministrazione di Buccinasco si sono rivoltati per la “brutta figura” del paese di fronte a queste accuse. Insomma, anche lì, la mafia non esiste.

Di tutto questo convegno, di cui mi sono rimaste in testa moltissime cose e moltissimi dubbi, mi resta in testa una domanda sola: come abbiamo fatto a ridurci a combattere non l’infiltrazione, ma già la presenza della mafia in Lombardia?
Il dottor Dalla Chiesa risponde per me: dobbiamo ricordarci che non esiste un terzo livello, non è lo Stato che comanda i mafiosi, ma è la mafia che ha in mano i politici: i politici possono chiedere favori alla mafia, ma è la mafia che dà gli ordini. Ci sono dei poteri gerarchici che vengono fatti tramite delle relazioni: tu se lì, politico, perché io, boss, ti ci ho messo; senza i miei soldi e il mio potere tu non sei nulla.
Il fatto è che prima arrivano i soldi dei mafiosi, poi arrivano loro con i loro metodi: la Lombardia ha pensato per troppo tempo di poter prendere solo i soldi facendo anche finta di niente, ma ora… Ora ci sono loro, con i loro metodi, con le loro minacce e con le loro bombe che fanno scoppiare nei cantieri.
Insomma, tra la Lombardia e la Calabria non ci sono 1.096 kilometri di distanza; sono così vicine che oramai mi pare si sovrappongano.

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