Mappa delle allerte in provincia di Brescia.

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17/09/12

Operazione “Nduja”: com’è andata a finire?

Una locale di ndrangheta che controllava una vasta area compresa fra le Provincie di Brescia e Bergamo.
Questa, in soldoni, l’ipotesi emersa nel 2005 dall’operazione ‘Nduja, che consentì l’arresto di una cinquantina di persone con, fra le altre, l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Fra i condannati c’è anche Zeno Longhi, bergamasco di 54 anni, da diversi anni in fuga per sfuggire al carcere.
La sua latitanza si è conclusa venerdì scorso, quando i Carabinieri della stazione di Villa D’Almè (Bg) lo hanno “pizzicato” in casa dell’anziana madre.
Il suo arresto ci fornisce l’occasione per ripercorrere insieme l’intera vicenda, che ha visto coinvolti anche personaggi di spicco della criminalità organizzata calabrese e che ha avuto negli anni risvolti a dir poco clamorosi.

L’indagine, che fu coordinata dall’allora PM della DDA di Brescia Roberto Di Martino e condotta dagli uomini del Ros, ebbe inizio nel 2001 e sfociò negli gli arresti, quattro anni dopo, di 42 persone accusate a vario titolo di diversi reati, fra i quali l’associazione a delinquere di stampo mafioso.
150 le persone coinvolte nell’inchiesta, fra queste una trentina di bresciani.
Il processo, conclusosi in primo grado nel 2009, portò alla luce due diverse associazioni delinquenziali, entrambe collegate alla potentissima cosca dei Bellocco di Rosarno. 
I gruppi operavano tra la Val Calepio, la bassa bergamasca e quella bresciana (fra Chiari, Castelcovati, Pontoglio, Palazzolo e Rovato).
Il primo, il cui referente principale sarebbe stato, stando all’accusa, Condello Giovanni, si occupava di recupero crediti.
Il secondo gruppo, invece, aveva fatto di spaccio, estorsioni e caporalato le attività più redditizie.
Giuseppe Romano, residente a Romano di Lombardia (Bg), il presunto boss. Gregorio De Luca e Caratozzolo Giuseppe, entrambi residenti a Chiari, i due uomini di fiducia.
Scrivono i Giudici nella sentenza di primo grado:
Gregorio De Luca è definito uomo di Pino Romano, fondamentale nel traffico di stupefacenti, ma a disposizione per altre necessità del gruppo” […] “Caratazzolo Giuseppe è al corrente di tutte le attività del gruppo, gestisce il caporalato, ha la disponibilità delle armi ed è protagonista di 2 episodi estorsivi”.
Sono 10, in totale, i membri di questa seconda congrega. Fra di loro anche un altro “bresciano”: Seminara Antonio, residente a Pontoglio.
In costante contatto tra loro, condividono scelte e proventi delle attività illegali, e sono dotati di mezzi comuni: telefoni, armi e base logistica”.

Una vera e propria “locale” secondo l’accusa, dotata di un capo società e di una basilare struttura organizzativa.
Ma a rendere ancora più allarmante l’intera vicenda ci sono altri 2 aspetti messi in evidenza dai Giudici:
omertà e controllo del territorio.
Nessuna delle persone offese – infatti - si è costituita parte civile o ha presenziato il dibattimento. Sono anzi apparse fortemente intimorite e qualcuno ha anche cercato di ridimensionare i fatti o ha addirittura reso dichiarazione mendace
Allo stesso tempo il gruppo era in grado di esercitare un capillare controllo del territorio, tanto che “a loro si rivolgono gli imprenditori che han problemi con qualche Calabrese ancor prima di rivolgersi ai Carabinieri”.

Condello e Romano non sono personaggi qualunque: hanno quelle che in gergo vengono definite le “conoscenze giuste”.
Tant’è vero che, per dirimere una questione nata fra i due gruppi, nell’Aprile del 2002 vengono convocati a casa del secondo niente meno che i figli del boss Giuseppe Bellocco: Umberto e Domenico.
Ecco come l’ordinanza di custodia cautelare racconta l’incontro:
Nel corso di tale colloquio Romano Giuseppe tiene un comportamento deferente e intimorito nei confronti dei due giovani Bellocco, che appartengono ad uno dei clan più sanguinari della piana di Gioia Tauro (Rc) e che certamente nelle gerarchie mafiose hanno un rango elevato per il solo fatto di essere i figli di un capo clan del calibro di Bellocco Giuseppe; rilevante per definire la figura di Romano Giuseppe è comunque il fatto che i Bellocco infine acconsentono di soddisfare le richieste di questi, definendolo come un amico e un cristiano”.

Piovono le condanne alla fine del primo grado di giudizio: per Romano Giuseppe, De Luca Gregorio, Caratazzolo Giuseppe e Seminara Antonio, tutti colpevoli di associazione mafiosa, vengono comminati rispettivamente 26, 15, 10 e 16 anni di carcere.
In Appello l’impianto accusatorio viene confermato, seppur con un leggero ridimensionamento delle pene (22 anni, 12 anni e 10 mesi, 6 anni e 6 mesi, 14 anni).
Quando la vicenda sembrava ormai volgere al capolinea ecco arrivare il clamoroso colpo di scena:
nel Giugno 2011 la Corte di Cassazione annulla quasi completamente la sentenza rinviando il processo in Appello.
Tutto da rifare: le intercettazioni vengono ritenute inutilizzabili perché acquisite con impianti «esterni» alla Procura, pratica legittima ma in quel caso accompagnata da un decreto con motivazione ritenuta insufficiente.
Cade a questo punto l’imputazione più grave, il 416 bis. Senza le intercettazioni, infatti, l’accusa non è più in grado di dimostrare lo stampo mafioso dell’associazione a delinquere.

Nel Marzo 2012 si celebra a Brescia l’Appello bis, nel quale vengono inevitabilmente sgonfiate sia le accuse che le pene (grazie anche al fondamentale contributo della prescrizione per alcuni reati).
Assolto Gregorio De Luca, più che dimezzati gli anni di detenzione degli altri imputati: 8 anni e 2 mesi per Pino Romano, l’unico a cui è stato contestato il reato di associazione a delinquere semplice. 4 anni per Caratazzolo Giuseppe e 6 anni ed 8 mesi per Seminara Antonio.

Spetta ora alla Corte di Cassazione scrivere la parola “fine” all’intera vicenda.

Resta però la fondata sensazione che quanto emerso nel corso degli anni sia da considerarsi un pericoloso campanello d’allarme per Brescia e la sua Provincia, tutt’ora troppo legata alla convinzione che certi fenomeni siano da considerarsi assoluta esclusiva del Sud.
I fatti, purtroppo, provano il contrario.

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