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13/04/12

L’ombra della ndrangheta dietro lo scandalo “Lega”

Chissà come se la starà ridendo in questi giorni Roberto Saviano…
Tutti quanti ricordano le polemiche scaturite dalla puntata del Novembre 2010 di “Vieni via con me” in cui lo scrittore campano spiegò come “le mafie, ed in particolare la ndrangheta, interloquiscono con tutti i poteri del nord, quindi anche la Lega”.
Saviano non ne parlò esplicitamente, ma è probabile che il riferimento riguardasse Angelo Ciocca, il Consigliere Regionale della Lombardia “pizzicato” durante la campagna elettorale ad un incontro con Pino Neri, a quei tempi considerato il boss della ndrangheta al nord.
Tutti quanti ricordano anche come andò a finire: l’allora Ministro degli Interni Roberto Maroni pretese ed ottenne di replicare nella puntata immediatamente successiva del programma condotto da Saviano e Fazio.
Sono passati mesi da quel giorno, ed ecco la Lega al centro di una bufera che ne sta seriamente minando la credibilità.

Le inchieste (tre filoni condotti da tre distinte Procure) sono ancora in corso, e siamo dunque ben lontani da sentenze definitive.
Non entriamo nel merito dei risvolti politici e morali che questo terremoto ha comportato e probabilmente comporterà, ma quello che emerge dalle indagini ci dà la possibilità di fare qualche riflessione.
Innanzitutto prendiamo in considerazione gli uomini-chiave, i principali attori di quello che a tutti gli effetti si può definire “lo scandalo Lega”.
Francesco Belsito, Stefano Bonet, Romolo Girardelli.
Tre nomi sconosciuti ai più fino a qualche settimana fa, ma che ora sono saliti alla ribalta delle cronache.
Francesco Belsito ormai lo conosciamo tutti… Genovese di nascita, ma calabrese (Pizzo Calabro) di famiglia, due lauree finte, ha ricoperto il ruolo di tesoriere del partito di Bossi dopo la morte del suo predecessore Maurizio Balocchi, sostituito anche per il ruolo di Sottosegretario.
Stefano Bonet, lo “shampato” (così viene soprannominato dai suoi soci, come emerge dalle intercettazioni), imprenditore veneto, è da anni il consulente finanziario del partito di via Bellerio. Già coinvolto in diverse inchieste (quella su Credieuronord e quella riguardante il villaggio turistico in Croazia costato, alcuni anni fa, le condanne ad esponenti leghisti veneti) è finito nei guai per l”Affaire Tanzania”: è lui, infatti, l’ideatore del piano di investimento dei soldi del partito (soldi pubblici, derivati dai rimborsi elettorali) nel paese africano.
Romolo Girardelli, detto “l’ammiraglio”, anch’egli genovese, è socio in affari di entrambi. Con Belsito ha creato la «Effebiimmobiliare» con sede a Genova, che si occupa di mediazioni nel settore immobiliare e commerciale, ma anche di consulenza e amministrazione di stabili. Insieme procuravano commesse alle società dell'imprenditore Stefano Bonet, il quale, a sua volta, aveva affidato a Girardelli la direzione dell’ufficio genovese della sua “Po.la.re. scarl”.
Girardelli finì sotto inchiesta nel 2002 con Paolo Martino e Antonio Vittorio Canale «soggetti al vertice della cosca De Stefano di Reggio Calabria». L'accusa era di associazione a delinquere di stampo mafioso «per aver messo a disposizione del clan le proprie competenze finalizzate - oltre che a fornire supporto logistico alla latitanza di Salvatore Fazzalari, esponente di spicco della 'ndrangheta calabrese attraverso la messa a disposizione di somme di denaro - alla negoziazione, allo sconto ovvero alla monetizzazione di "strumenti finanziari atipici" di illecita provenienza». Dunque, un procacciatore d'affari per la criminalità organizzata. Proprio il ruolo che svolgeva anche per Belsito, al quale risulta legato da almeno dieci anni.

Queste tre persone, stando a quanto emerge dalle indagini, avrebbero dato vita ad una “cricca” che si è occupata, fra le altre cose, di gestire gli interessi economici della Lega.
Ma le ombre non finiscono qui: a far parte del gruppo, infatti, sarebbe entrato anche l’avvocato calabrese (ma stanziato a Milano) Bruno Mafrici, che cura la parte legale ed i ricorsi amministrativi relativi a questi affari.
Mafrici è stato coinvolto nel filone d’inchiesta condotto dalla Procura di Reggio Calabria che punta ad accertare presunti casi di riciclaggio per una delle cosche di 'ndrangheta piu' potenti. Indovinate quale… proprio quella dei De Stefano.
In particolare, gli inquirenti sono ansiosi di verificare cosa contengano le memorie informatiche sequestrate nello studio M.G.I.M. con sede in via Durini di cui Matrici e' socio, e che potrebbero dare nuovo impulso alle indagini.
Davanti allo studio gli uomini della Dia hanno fotografato Paolo Martino, boss dei De Stefano, arrestato lo scorso anno nell'ambito di un'inchiesta della Dda milanese, ed un imprenditore calabrese impegnato in grandi appalti.
Nello stesso studio veniva anche messa a punto l'operazione del trasferimento dei fondi della Lega Nord verso Cipro e la Tanzania, sotto la regia di Bonet, Belsito e di Paolo Scala, promoter finanziario veneto ma residente a Cipro, che si è occupato di far arrivare in Tanzania i sei milioni provenienti da Belsito e che la procura di Reggio Calabria è convinta siano illeciti.
Transito che secondo la Dda potrebbe nascondere un’operazione di riciclaggio da parte della cosca dei De Stefano.

«Ampiamente accertata – si legge fra le carte della DDA reggina - appare la presenza di un gruppo di soggetti, variamente inseriti in contesti imprenditoriali, professionali ed istituzionali - in cui operano Stefano Bonet, Paolo Scala, Francesco Belsito e Bruno Mafrici - dipendenti o collegati alla figura di Girardelli. Si ritiene sostanzialmente certa l'esistenza e l'operatività di un gruppo di soggetti protagonisti di un complesso sistema di "esterovestizione" e di "filtrazione", e quindi di riciclaggio o reimpiego, di capitali di provenienza illecita, almeno in parte verosimilmente riconducibili alle attività criminali poste in essere dalla cosca De Stefano a cui il Girardelli risulta collegato sulla base di pregressi accertamenti».

Restano ancora da accertare, come abbiamo già scritto, le responsabilità penali degli indagati, ma alla luce di quanto abbiamo letto ci sembra lecito sostenere che le parole pronunciate un anno e mezzo addietro da Roberto Saviano non fossero affatto fuori luogo.

La ndrangheta non fa distinzioni di colori o credenze politiche: si serve indiscriminatamente di chiunque abbia potere per promuovere i propri progetti criminali.
Con buona pace di Maroni, anche della Lega.

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