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19/02/12

Il nuovo codice dell'ex ministro Alfano mette al riparo i beni dei clan.

di Lirio Abbate - l'Espresso - 17/02/2012

Un pezzo alla volta, gli strumenti più efficaci nella lotta alle cosche vengono smantellati. Si ripete che bisogna colpire i patrimoni dei boss, privandoli dei loro tesori. Ma il nuovo codice antimafia, voluto dall'allora ministro della Giustizia Angelino Alfano, rende di fatto impossibile l'attacco alle ricchezze dei clan. Le richieste di sequestro di grandi aziende colluse con le mafie da Milano a Trapani sono ferme da mesi nelle cancellerie dei tribunali. Perché i giudici temono che il loro intervento si trasformi nella sconfitta dello Stato: le nuove regole infatti rischiano di provocare il licenziamento dei dipendenti in caso di sequestro. E quindi rendono l'azione dei magistrati non un trionfo della legalità a danno delle cosche, ma una condanna per aziende e lavoratori che così finirebbero per rimpiangere i padrini. L'unica alternativa è riconsegnare tutto ai mafiosi, sancendo l'impotenza delle istituzioni.
Il nuovo Codice Antimafia è entrato in vigore a ottobre con decreto legislativo del Consiglio dei ministri. Il governo non ha preso in considerazione le osservazioni critiche (addirittura 66) formulate dalla commissione Giustizia, che comunque non aveva parere vincolante. Il provvedimento ha paralizzato l'attività dei sequestri, ossia il cardine di quella strategia ispirata da Pio La Torre, il parlamentare del Pci ucciso a Palermo trent'anni fa, e perseguita da Giovanni Falcone.
Le regole sono state cambiate con un decreto legislativo fatto approvare in fretta e furia dall'allora Guardasigilli Alfano, oggi segretario del Pdl: introduce una serie di vincoli normativi che - applicati nella crisi della giustizia italiana - di fatto si stanno trasformando in un regalo per le cosche. Ad esempio, obbliga i giudici a confiscare i beni entro due anni e mezzo dall'avvio del procedimento, e nel caso in cui il termine venga superato prevede che si debba restituire il bene al mafioso, impedendone per sempre la confisca.
Principi garantisti, che si scontrano con la situazione attuale: un procedimento di confisca oggi dura dieci anni. Ma i tribunali non sono stati messi in condizione di accelerare i tempi: basta pensare che per alcuni sequestri di grossa rilevanza la perizia effettuata dall'amministratore giudiziario sui beni dura non meno di due anni. Per questo il Codice Alfano rischia di diventare uno strumento prezioso per i prestanome dei padrini, gestori di un patrimonio sempre più grande. Le nuove regole infatti costringono i magistrati a una scelta drammatica: restituire i beni che non si è riusciti a confiscare nei 30 mesi previsti, oppure mettere in liquidazione le grandi aziende, chiudendole e licenziando gli impiegati. In pratica, lo Stato metterebbe i lavoratori sulla strada, spingendoli a sostenere i boss come quando trent'anni fa a Palermo gli operai disoccupati sfilavano con i cartelli inneggianti a Cosa nostra: "Con la mafia si lavora, senza no".
I problemi del nuovo Codice antimafia sono stati evidenziati subito. Mentre Alfano si dichiarava "orgoglioso e commosso per il risultato", sbandierando insieme a tutto il Pdl il valore di questo strumento contro la criminalità, opposizioni ed esperti avevano lanciato l'allarme. Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, il procuratore di Torino, Gian Carlo Caselli, quello di Lanciano, Francesco Menditto avevano fatto presente i rischi. E anche associazioni come Libera di don Luigi Ciotti, in prima fila nella gestione dei beni confiscati, si sono espresse con chiarezza. Adesso i timori sono diventati realtà: lo strumento principale che doveva attaccare i patrimoni della criminalità organizzata è ingolfato da norme sbagliate e contraddittorie.
Ma dietro questa sconfitta c'è un modo di combattere la mafia che ha caratterizzato l'intero governo Berlusconi con la ricerca di spot mediatici, spesso privi di efficacia, e concentrati su una visione antica della mafia, fatta di droga, armi e racket. Mentre oggi le cosche si sono evolute, diventando soprattutto imprenditori. L'eredità di questi spot adesso rischia di vanificare anni di successi contro i boss. Per questo gruppi di magistrati sollecitano la modifica del Codice antimafia, per ottenere "un procedimento finalizzato, nel rispetto delle garanzie, al sequestro e alla confisca dei beni, non alla liquidazione dei diritti, dei creditori (che può avvenire in altre sedi, senza vendere i beni e senza ritardare la loro destinazione a fini sociali)". I magistrati vogliono che "il bene non sia disperso nel corso del procedimento e che sia rapidamente destinato per finalità sociali", eliminando tutte quelle norme che possono creare "effetti negativi nell'azione di contrasto alle mafie" [...]
Quella dei tesori confiscati rischia di essere una grande occasione perduta dalle istituzioni. L'organismo creato per gestirli non ha fondi e strutture adeguate per portare a termine la sua missione, che potrebbe trasformare gli scrigni criminali in linfa per l'economia, soprattutto a Sud. L'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati dovrà occuparsi presto di circa 11 mila casi con uno staff di sole 30 persone e fondi irrisori: la paralisi appare inevitabile. Il ruolo fondamentale dell'Agenzia guidata dal prefetto Giuseppe Caruso, potrebbe essere messo in crisi dall'assoluta "inadeguatezza delle risorse". Il prefetto ha presentato i problemi davanti alla commissione parlamentare Antimafia.
Prima della costituzione della sua struttura, l'Agenzia del Demanio si occupava della materia con cento persone mentre adesso l'organico è ridotto a un terzo. E non si riesce a reclutare figure qualificate da altre amministrazioni pubbliche: non sono previsti incentivi. Due le strade per evitare il blocco: aumentare l'organico o trasformarla in un'ente pubblico economico con maggiore autonomia. Caruso chiede pure di spostare da Reggio Calabria la sede ("Perché presenta difficoltà di collegamento ferroviario e aereo") portandola a Roma oppure a Palermo, "considerato che attualmente più del 42 per cento delle confische si trova in Sicilia e poco meno di un terzo nel palermitano".
L'Agenzia ha rilevato molte difficoltà operative per la gestione dei beni, basta pensare che il 65 per cento è gravato da ipoteche, e poi ci sono immobili ancora occupati dai mafiosi - agli arresti domiciliari - o dai loro familiari. Le banche sono un problema anche per mandare avanti le aziende confiscate: già in fase di sequestro gli istituti di credito revocano gli affidamenti bancari, non consentendo di proseguire l'attività. Come accade a Roma, al famoso Café de Paris di via Veneto, confiscato alla 'ndrangheta. Finché era nelle mani dei boss le banche allargavano le maglie del credito, quando l'azienda è finita tra le braccia della giustizia i cordoni si sono stretti e ora gli amministratori giudiziari hanno difficoltà a pagare i fornitori.

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