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16/02/12

A Brescia “massiccia presenza della ndrangheta”, lo scrive la DNA

E’ stata da pochi giorni resa pubblica l’annuale relazione della Direzione Nazionale Antimafia  inerente al 2011, un documento rilevante ed autorevole con il quale questo organismo, deputato al coordinamento delle varie DDA (Direzioni Distrettuali Antimafia) dislocate sul territorio, riesamina il lavoro svolto.

Molto eloquente è la sezione dedicata alla ndrangheta (che potete trovare per intero qui), soprattutto per quanto emerge nei confronti del distretto bresciano, che ovviamente ci riguarda da vicino.
Ma andiamo con ordine.
Per cominciare è interessante capire quale sia la percezione generale del fenomeno da parte della DNA:
Una valutazione complessiva dei dati investigativi e processuali raccolti da questa DNA consente, agevolmente, di osservare che la ‘ndrangheta, malgrado l’incisiva e straordinaria attività di contrasto dispiegata nel periodo in esame, si manifesta e si espande sempre più sul piano nazionale ed internazionale, puntando a riaffermare la propria supremazia con immutata arroganza, soprattutto sul piano delle disponibilità finanziarie, che sono ormai illimitate, e raffinando ulteriormente il proprio agire criminale.
Può affermarsi, senza tema di smentita, che la ‘ndrangheta ha caratteristiche di organizzazione mafiosa presente su
tutto il territorio nazionale, globalizzata ed estremamente potente sul piano economico e militare […]
Il quadro investigativo e processuale complessivamente considerato evidenzia inequivocabilmente che la ‘ndrangheta è caratterizzata non solo da una
illimitata disponibilità finanziaria derivante principalmente dal traffico di stupefacenti e dai lucrosi investimenti immobiliari e di imprese già rilevati ed evidenziati nella precedente relazione, ma anche da una allarmante e provata diffusione territoriale che non conosce confini; le indagini dispiegate negli ultimi anni denunciano una “presenza massiccia” nel territorio che non trova riscontro (rectius: possibilità di comparazione) nelle altre organizzazioni mafiose. L’organizzazione si avvale di migliaia di affiliati che costituiscono presenze militari diffuse e capillari ed, al contempo, strumento di acquisizione di consenso, radicamento e controllo sociale.”

Il concetto è abbastanza chiaro: immaginare una ndrangheta confinata alla Calabria non è più lecito. Non esistono limiti, nè territoriali, nè tantomeno economici!
Ma come è arrivata la ndrangheta ad estendere in maniera così efficace il proprio dominio? Per avere una risposta basta proseguire nella lettura:
“Siffatti mutamenti ontologici dell’organizzazione in esame sono stati, indubbiamente, favoriti ed accelerati dalla “nuova generazione” di ndranghetisti che, pur conservando il formale rispetto per le arcaiche regole di affiliazione, oggi non sono solo in grado di interloquire con altre ed altre categorie sociali, ma anche di mettere a frutto le loro conoscenze informatiche, finanziarie e gli studi intrapresi.
E’ bene, quindi, rilevare ed evidenziare che gli allarmanti (rectius: inquietanti) rapporti intrattenuti con rappresentanti delle istituzioni, con politici di alto rango, con imprenditori di rilevanza nazionale (disvelati da numerose indagini dispiegate in varie regioni nel corso del periodo in esame) non sono soltanto frutto esclusivo del clima di intimidazione e della forza intrinseca del consorzio associativo, bensì il risultato di una progettualità strategica di espansione e di occupazione economico-territoriale, che, oramai, si svolge su un piano assolutamente paritario; rapporti con istituzioni ed imprese volto ad intercettare flussi di denaro pubblico, opportunità di profitti e, contestualmente, ad innestare nel libero mercato fattori esterni devianti (di nitida derivazione criminale e di inquinamento economico), ma tendenti verso una nuova fase di legittimazione imprenditoriale e sociale idonea a conferire un adeguato grado di “mimetismo imprenditoriale” e ciò allo scopo evidente di eludere le indagini patrimoniali ed assicurare, nel tempo, stabilità economica alle attività imprenditoriali. Detto fenomeno è ancor più evidente nel nord-Italia ove la ‘ndrangheta opera in sinergia con imprese autoctone o, in talune occasioni, dietro lo schermo di esse. […]
L’intensa e straordinaria attività di indagine dispiegata dalla DDA di Reggio Calabria, Catanzaro, Milano, Roma e Torino ha, vieppiù, evidenziato le “due nature” della ‘ndrangheta: l’una, quella militare, volta all’acquisizione di poteri di controllo territoriale e sociale e, l’altra legata in modo indissolubile alla prima, la ‘ndrangheta “politica” ed imprenditrice che intesse rapporti con uomini politici, favorisce ed agevola in modo interessato, “cariche politiche” ovvero instaura rapporti economici con realtà imprenditoriali esistenti sul territorio al fine di fagocitarle e/o inglobarle.”
Il meccanismo è facile da comprendere: la ndrangheta non è più (o forse non lo è mai stata), come qualcuno, forse in malafede, vorrebbe farci credere, solo un’organizzazione militare che controlla il territorio con la forza, ma un complesso ed eterogeneo organismo che ha esteso le proprie competenze infiltrando tutti i rami della società.
E’ importante focalizzare un concetto, un aspetto chiave che deve essere ben chiaro se si vuole comprendere il fenomeno: la ndrangheta non è più composta da un’accozzaglia di calabresi che se ne va in giro a delinquere per l’Italia. Ne fanno parte anche tutti quegli imprenditori o quei politici AUTOCTONI che con essa collaborano, che ne coprono le attività, che si fanno sottomettere senza denunciare.
Queste connivenze, unitamente alle competenze assunte durante gli anni hanno permesso la capillare espansione della ndrangheta prima in Italia e poi all’estero.
Ma il peggio deve ancora arrivare:
non può più parlarsi di “infiltrazioni in Lombardia, Piemonte o Lazio”, sebbene di nuclei criminali ndranghetistici stabilizzati sul territorio che operano con le modalità proprie della “casa madre” sotto l’aspetto organizzativo (ripartizione del territorio, affiliazioni, cariche, ruoli dati, locali etc.) e che strategicamente, nonché logisticamente, costituiscono l’assetto economico avanzato in ragione delle diverse opportunità che regioni più ricche possono offrire nei vari settori (immobiliari, appalti, finanziari, sanità, lavori pubblici, turistici).”
Insomma: ormai è tardi, la ndrangheta è stabilmente insediata al nord!
Prima di passare ad un’analisi più approfondita del distretto bresciano ecco un breve spaccato del contesto in cui esso è inquadrato: la Lomabrdia.

”In Lombardia la ‘ndrangheta si è diffusa non attraverso un modello di imitazione, nel quale gruppi delinquenziali autoctoni riproducono modelli di azione dei gruppi mafiosi, ma attraverso un vero e proprio fenomeno di “colonizzazione”, cioè di espansione su di un nuovo territorio, organizzandone il controllo e gestendone i traffici illeciti, conducendo alla formazione di uno stabile insediamento mafioso in Lombardia. Qui la ‘ndrangheta ha “messo radici”, divenendo col tempo un’associazione dotata di un certo grado di indipendenza dalla “casa madre”, con la quale però comunque continua ad intrattenere rapporti molto stretti e dalla quale dipende per le più rilevanti scelte strategiche.
In altri termini, in Lombardia si è riprodotta una struttura criminale che non consiste in una serie di soggetti che hanno semplicemente iniziato a commettere reati in territorio lombardo; ciò significherebbe non solo banalizzare gli esiti investigativi a cui si è potuti giungere con le indagini collegate, ma anche contraddire la realtà che attesta tutt’altro fenomeno e cioè che gli indagati operano secondo tradizioni di ‘ndrangheta: linguaggi, riti, doti, tipologia di reati sono tipici della criminalità della terra d’origine e sono stati trapiantati in Lombardia dove la ndrangheta si è trasferita con il proprio bagaglio di violenza. […]
L’attività investigativa testimonia della presenza e della capillare diffusione della ‘ndrangheta nell’area lombarda certamente a far tempo dagli anni 80
Presenza e diffusione certa fin dagli anni 80. Ma non si era sempre detto che la mafia al nord non esiste? Lo sosteneva fino ad un paio di anni fa addirittura l’allora Prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi.
Ma veniamo a noi: Brescia!
“Non dissimile appare la situazione nel territorio di Brescia, stando alla relazione sulla DDA di quel distretto: è ben nota la massiccia presenza, da decenni, della ‘ndrangheta calabrese, nell’area lombarda. L’intensa operatività e pericolosità di sodalizi di matrice ‘ndranghetista si è delineata concretamente a più riprese sul territorio bresciano, alla luce delle tante investigazioni sviluppate e condotte a termine.
Da alcuni decenni, la criminalità organizzata, in Lombardia, presente soprattutto nei maggiori centri urbani e nelle aree più industrializzate, è caratterizzata dalla presenza di tutti i gruppi mafiosi nazionali progressivamente radicatesi nel tessuto sociale, cogliendo le opportunità offerte dalle particolari condizioni ambientali connesse allo spiccato dinamismo economico e produttivo della Regione. Brescia, come noto, rappresenta il polo dell'evoluzione tecnologica, industriale, imprenditoriale e di servizi: in tale ambito cercano spazi operativi ed occasioni di arricchimento modelli criminogeni di tipo tradizionale, tra cui quello calabrese che ha sodalizi nettamente preminenti sugli altri.
Trasferitisi nel nord Italia, essi svolgono attività criminali sotto l'egida delle famiglie mafiose di appartenenza, dedicandosi anche ad attività imprenditoriali apparentemente lecite ma in realtà frutto del riciclaggio del denaro proveniente da tali organizzazioni.
Sono assolutamente significativi, e comunque idonei a consentire una ricostruzione ed un'analisi prospettica del fenomeno criminale in questione, due diversi procedimenti finalizzati a monitorare la presenza di famiglie di origine calabrese in una delle zone (Valtrompia, Valsabbia e bassa bresciana) più densamente urbanizzate e industrializzate del Paese, ove si sospettava il trasferimento di strategie, metodologiche e rituali criminali propri delle più note organizzazioni ‘ndranghetiste. Ci si riferisce all'operazione "Centauro", avente ad oggetto il traffico internazionale di stupefacenti e di armi: procedimento concluso in primo grado con la condanna degli imputati, e all'indagine c.d. "Mamerte", vera e propria galassia al cui interno sono confluiti vari filoni investigativi che spaziano dall'associazione di stampo mafioso alla bancarotta fraudolenta in decine di società, commerciali, dalle false fatturazioni alle estorsioni.
Di rilevante interesse, ai fini di una complessiva analisi del fenomeno e della sua evoluzione nel distretto bresciano, sono altresì gli esiti delle indagini denominate
"Didone" (famiglia Fortugno, legata al clan Piromalli-Molè, originaria di Gioia Tauro, con variegati interessi nel bresciano, fra.
Lonato e Padenghe del Garda); "'Nduia" (nei confronti di. Condello Giovanni, Bellocco Lamberto, Caratozzolo Vincenzo ed altre 30 persone, la maggior parte delle quali condannate per associazione di tipo mafioso), "Centauro" (avente ad oggetto le famiglie Rachele, Tigrante, De Moro, Franzè, Piromalli, Romeo, Rando).
Passate attività di indagine nei confronti di personaggi affiliati alla 'ndrangheta calabrese presenti nel bergamasco e nel bresciano, hanno evidenziato come tali soggetti abbiano fatto riferimento alle cosche dei luoghi di provenienza per, risolvere le reciproche controversie e per ricevere direttive sulle varie attività da svolgere, non esitando ad associarsi tra loro a, seconda delle diverse esigenze operative. Alla presenza di tali gruppi è legato il fenomeno delle estorsioni ad alcune attività commerciali, in particolare locali notturni e dei recuperi crediti svolti facendo leva sulla forza di intimidazione derivante dall'appartenere alla criminalità meridionale. Tali gruppi criminali sono inoltre particolarmente attivi nel settore dell 'edilizia ove svolgono anche l 'attività di intermediazione abusiva di manodopera (
il caporalato, ndr), attraverso cui riescono ad inserirsi nelle attività imprenditoriali e ad acquisire la gestione dei cantieri edili.”
Cercheremo nelle prossime settimane di approfondire il più possibile queste storie di “mafia bresciana”, sia con l’uscita di un documentario che stiamo preparando in collaborazione con la lista universitaria Studenti Per-UDU Brescia e con la regia di Fabio Abati, sia attraverso la pubblicazione di altri post sul nostro blog.
Per il momento poniamo ai lettori una questione: voi lo sapevate?
Sapevate dell’operazione Centauro? Di “Didone” o “Nduia”? Sapevate che persone residenti (qualcuno addirittura originario) nella nostra provincia sono state arrestate e condannate per reati di mafia? Avevate mai avuto la percezione che A BRESCIA C’E’ LA MAFIA?
Nella maggior parte dei casi la risposta a tutte queste domande è sempre NO!
I bresciani (a parte rare eccezioni) non sanno cosa avviene sul proprio territorio.
La colpa è degli Amministratori locali, dei politici, ma soprattutto dei media. Il tema mafia è di poco interesse, non crea appeal, e quindi si è deliberatamente scelto, per troppi anni, di ignorarlo!
La colpa è un pò anche nostra. Forse se avessimo dato ascolto a quelle poche persone che in questi anni hanno tentato di avvisarci (invece ritenerle visionarie o invasate) avremmo potuto fare qualcosa contro questa “invasione”.
E’ per questo motivo che chiudiamo il post con un paragrafo della relazione riguardante la Calabria. Sono parole che devono restare bene impresse nelle nostre menti. Le dobbiamo conservare e farne tesoro, perchè in queste parole è racchiuso il vero senso della parola “antimafia”.
“Le numerose manifestazioni di solidarietà a Magistrati ed alle instancabili Forze di Polizia, le iniziative culturali, i dibattiti di cui la stampa nazionale ha dato contezza e rilievo fanno intravedere la concreta possibilità di una presa di coscienza collettiva che fa ben sperare per il futuro e, comunque, fanno intravedere un percorso di contrasto più articolato che si congiunge con quello tracciato dalla Magistratura che non può essere delegata in modo esclusivo.”

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