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09/12/11

Fucile, pistole ed incendio. Succede a Castegnato

Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di un racconto uscito da qualche gangster movie.
La vicenda invece non solo è reale, ma si è svolta proprio qui, a due passi dalla città!
Protagonisti un siciliano e tre fratelli calabresi originari di Gioia Tauro (che coincidenza: proprio come i Fortugno!).
Ecco come bresciaoggi.it racconta l’accaduto:

Racket delle arance, tre fratelli in manette

Il piazzale si trova lungo la Padana Superiore tra Ospitaletto e Castegnato. È solo un'area a bordo strada, davanti ad un ristorante. Si ferma solo chi va a pranzo. Eppure è ambita. Tanto da scatenare una specie di guerra delle arance, tra calabresi e un catanese.
NELLO SPIAZZO - la vicenda risale allo scorso anno - Silvestro Maccarone, siciliano, sistemava il suo camion carico di arance. Che vendeva da ambulante agli automobilisti di passaggio o a quelli che sapevano che lì potevano trovare gli agrumi di Maccarone. Ma la cosa non era gradita ai Deliso, fratelli calabresi originari di Gioia Tauro, ma da tempo nel Bresciano. E a Cosimo in particolare, che quel posto lo considerava «suo». Un'esclusiva. Una proprietà. Doveva essere lui e solo lui a vendere le arance davanti al ristorante.
Se i Deliso fossero gente incline al dialogo, probabilmente si sarebbe arrivati ad un patto. A dare una regola alla convivenza bordo-strada. Ma i Deliso non sono gente così, stando a quel che raccontano i carabinieri della compagnia di Chiari e i precedenti penali dei fratelli. Così sono cominciate le minacce e gli atti intimidatori. Almeno tre gli episodi gravi. L'ultimo, quello decisivo, è il primo narrato dal capitano dei Carabinieri Egidio Lardo.
«È pomeriggio e tre dei fratelli - Cosimo, 31 anni, Vincenzo, 33 anni e Marcello 25 anni (il quarto Francesco, condannato per rapina a sei anni è latitante) - si avvicinano al furgone di Maccarone. È chiaro che non hanno buone intenzioni, del resto con il catanese non ne hanno mai avute. Sono armati di una calibro nove».
«Fanno scendere a forza il loro rivale dal camion, che cospargono di benzina. Poi, con tutto il carico di arance, gli danno fuoco. Ma non è finita - spiega Lardo -: come atto di ulteriore sfregio sparano sette colpi nella carrozzeria. Poi se ne vanno». È a quel punto che Maccarone deve aver pensato che ne aveva abbastanza, infatti adesso è già tornato in Sicilia. Ma solo dopo aver sporto ancora denuncia. Lo aveva già fatto quando c'erano stati gli altri episodi.
TEMPO PRIMA infatti i Deliso erano arrivati a minacciarlo, e Salvatore aveva dovuto chiamare suo fratello e un amico extracomunitario per cercare di calmare i calabresi. Col risultato che Marcello, il più giovane ma quello con la lista di reati più lunga alle spalle, ha puntato una pistola al petto del fratello. L'altro tentativo di spaventare Maccarone si era risolto in un passaggio davanti al furgone delle arance per prenderlo a fucilate, come in un film di gangster. Intimidazioni che, fino a che non si sono decisi ad incendiare il camion, non erano però bastate a convincere Maccarone ad andarsene.
All'arresto dei tre fratelli i carabinieri sono arrivati attraverso varie piste, a cominciare dalle rilevazioni sui bossoli. Quelli conficcati nella carrozzeria del camion dato alle fiamme corrispondevano ad altri trovati qualche tempo prima nell'auto di Marcello, durante una perquisizione. Poi ci sono stati i riconoscimenti dello stesso Maccarone e di altri testimoni. Insomma, alla fine i tre sono stati incastrati per una serie di reati tra cui l'estorsione, il porto d'armi illegale, le minacce ecc. Reati che si aggiungono alle fedine penali già parecchio sporche dei fratelli di Gioia Tauro.

Eugenio Barboglio

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