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28/11/11

'Ndrangheta: una sentenza che fa storia

L’articolo di Fernando per www.onli.it

Milano. Nel luglio dell'anno passato, grazie al lavoro congiunto delle Procure di Milano e Reggio Calabria, 304 persone furono arrestate nell’ambito dell’operazione “Infinito” con l’accusa di essere affiliate alla ‘ndrangheta. Di queste ben 160 erano residenti in Lombardia, 120 in Calabria, le altre in Piemonte e Liguria.
Sabato scorso, dopo ben trentadue ore di camera di consiglio, si è giunti alla conclusione del processo di Milano in tempi brevi: 119 imputati alla sbarra e 110 condanne dopo solo sedici mesi. L’accusa aveva chiesto 118 condanne e l’assoluzione per Antonio Oliverio, ex assessore Udc della provincia di Milano con Penati e poi sostenitore di Guido Podestà. Per Oliverio è stata confermata l’assoluzione anche nella sentenza di primo grado. Altre quattro persone sono state assolte, mentre in altri quattro casi si è optato per il non luogo a procedere: in tre casi perché gli imputati sono già stati giudicati per i medesimi fatti in altro procedimento a Busto Arsizio nel processo «Bad boys», un quarto per estinzione del reato a causa della morte dell’imputato.Tra i numerosi reati contestati vi sono l’associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidi, traffico di droga e armi, estorsione, usura, corruzione, esercizio abusivo di attività finanziaria, favoreggiamento di latitanza, ricettazione, coercizione elettorale. Il tutto per acquisire appalti pubblici e privati, condizionare le amministrazioni politiche.Le pene vanno da un massimo di 16 anni (contro i 20 chiesti dai pm Alessandra Dolci della Dda, Paolo Storari e Ilda Boccasini) per Alessandro Manno, capo della locale di Pioltello a un minimo di 1 anno e 4 mesi per l’ex sindaco di Borgarello (PV) Pasquale Valdes. Tra i condannati di spicco vi sono Giuseppe Domenico Albanese e Pasquale Zappia (12 anni di reclusione). Quest’ultimo fu ripreso da una intercettazione ambientale il 31 ottobre del 2009 in occasione della nomina a capo dei capi della “cupola” lombarda, denominata appunto «La Lombardia», nella ormai nota riunione dei boss tenutasi nel centro sociale di Paderno Dugnano, intitolato a Falcone e Borsellino.
Tra gli imputati di spicco non si può non citare Cosimo Barranca, condannato a 14 anni in quanto capo della locale di Milano e già al vertice de «La Lombardia». Era l’uomo che intratteneva i rapporti con i “colletti bianchi” come il manager Pietro Pilello, ex membro di molti CdA di società della regione Lombardia, o come Carlo Antonio Chiriaco, ex Direttore sanitario della asl di Pavia. Sempre Barranca era amico di politici lombardi e professionisti mafiosi come Pino Neri, avvocato tributarista, massone e accusato di essere il boss della locale di Pavia.Una sentenza che conferma come la ‘ndrangheta in Lombardia sia ormai divenuta sistema. Del resto lo avevano confermato le relazioni annuali della Dia, del novembre del 2010, e della Dda di quest’anno: entrambe parlavano di ‘ndrangheta come soggetto che ha colonizzato la Lombardia, che condiziona la politica, la pubblica amministrazione e l’economia della regione più popolosa d’Italia. Mafia, impresa, politica, libere professioni e massoneria hanno stretto un sodalizio che è ormai innegabile.Nessuno ha parlato in Lombardia, terra di omertà.
Nessun affiliato ha collaborato con la giustizia, e nessuna vittima ha raccontato di essere finita nelle maglie del racket, dell’usura e dei business mafiosi. Le prove sono giunte grazie allo strumento delle numerosissime intercettazioni telefoniche, senza le quali non ci sarebbero stati arresti processi e condanne.Sono state fondamentali anche le intercettazioni di Vincenzo Mandalari (condannato a 14 anni), latitante dopo il 13 luglio 2010 ma catturato dai carabinieri di Monza lo scorso 22 gennaio a San Giuliano Milanese. Il boss non era andato lontano, era rimasto in terra lombarda dove aveva protezioni, ma, evidentemente, non sono bastate.Nelle intercettazioni in questione il boss ha fornito una mappa con nomi e cognomi della presenza ‘ndranghetista nel Milanese e in Lombardia: ha svelato la presenza di oltre 500 affiliati e di venti clan che in Lombardia hanno messo le mani su numerosi business: dagli storici traffici illeciti come droga e armi, ai più recenti traffici di rifiuti tossico-nocivi e di esseri umani, sino alla contaminazione dell’economia legale come il controllo del movimento terra, l’infiltrazione negli appalti pubblici con la complicità di imprenditori lombardi, il riciclaggio di denaro sporco e il voto di scambio.
Gli affiliati ‘ndranghetisti hanno perpetrato omicidi, tra cui quello di Carmelo Novella il 14 luglio 2008, all’epoca boss dei boss ma commise l’errore di volersi staccare dalla Madrepatria reggina.Nel procedimento si sono costituiti parte civile la Regione Lombardia; i comuni di Pavia, Bollate, Paderno Dugnano, Desio, Seregno e Giussano; il ministero dell'Interno, la presidenza del Consiglio e la Federazione antiracket italiana di Tano Grasso. Il gup ha stabilito che i risarcimenti siano stabiliti in sede civile.Una sentenza che è una battaglia vinta per il numero di condanne, di anni inflitti e di beni confiscati. Gli ‘ndranghetsiti lo sanno.
Sanno di aver perso una battaglia importante, per tale motivo, durante la lettura delle sentenze, i mafiosi rinchiusi nelle gabbie dell’aula bunker hanno inveito contro il giudice Roberto Arnaldi e contro i loro avvocati, non considerati all’altezza del compito, viste le condanne.

Fernando Scarlata

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