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29/10/11

Le mafie nel pallone

L’infiltrazione della criminalità organizzata nel mondo del calcio.
Di questo si è parlato Giovedì scorso presso la sala Buozzi di via Folonari 20 durante la presentazione de “Le mafie nel pallone”.  A discuterne l’autore del libro, Daniele Poto, per 36 anni giornalista di “Tuttosport”, Manuel Colosio, giornalista di Radio Onda D’Urto e conduttore di “Onda Ultras”, e Fernando Scarlata, coordinatore del Comitato Antimafia “Peppino Impastato” di Brescia.
I numeri sono da capogiro: ben 560 miliardi di Euro vengono “dispersi” ogni anno nell’illegalità, 138, secondo i dati Eurispes, quelli che finiscono nelle tasche delle cosche mafiose. Di questi circa il 10% proviene dal mondo del pallone.
Trenta, invece, sono i clan mafiosi che si occupano, in maniera diretta o indiretta, di calcio.

Alcune situazioni, ha spiegato Daniele Poto, sono davvero eclatanti: si va da Nitto Santapaola presente nell’organigramma societario del Catania, alla camorra nella curva del Napoli.
Particolarmente esaustivo il “caso Potenza”, deflagrato nel 2009. La storia è di quelle che si vedono nei film.
I protagonisti sono Giuseppe Postiglione,il presidente “ragazzino”, ed un boss della malavita lucana, Antonio Cossidente, a sua volta vicino alla potente famiglia Morabito di Africo. Il Potenza calcio diventa il loro “giocattolo”, una fonte di guadagno facile, ma anche una “lavanderia” con la quale ripulire i soldi sporchi della ndrangheta. La vicenda ha dell’incredibile: partite truccate, giocatori minacciati e picchiati prima e dopo le partite, interi campionati di Lega Pro e serie B falsati dal calcio-scommesse: è questo quello che emerge dalle indagini della Procura di Potenza, che, anche grazie alle confessioni di Cossidente, ha potuto delineare un quadro davvero inquietante. Basti pensare che Giuseppe Postiglione era riuscito a farsi nominare Consigliere di Lega Pro, e grazie a questa posizione era stato in grado non solo di allacciare rapporti utili a creare quella che la Procura di Potenza definisce una “holding calcistico-criminale”, ma anche di influenzare i rapporti e le indagini sulle partite sospette.
Le quantità di denaro in gioco sono ingenti: ogni settimana sono decine le puntate piazzate da Postiglione e dai suoi sodali con i soldi della droga forniti da Cossidente.
Ed ogni volta che qualcuno si mette di traverso gli uomini del boss sono pronti ad intervenire.
Tutto questo dura la bellezza di 2 anni: la giustizia sportiva non è in grado di mettere una pezza, ci vuole quindi l’intervento della Procura per interrompere il progetto criminale.
E alla fine Potenza resta senza calcio.

Ma l’infiltrazione della mafia nel mondo del pallone non si limita all’inquinamento delle società. La criminalità organizzata si incunea ovunque trovi un varco, non fa differenza che si tratti di dirigenza, staff, giocatori o tifoseria.
A questo proposito calza a pennello la vicenda, raccontata da Poto, riguardante il calciatore del Cosenza Donato Bergamini, morto in circostanze misteriose nel 1989.
Secondo la versione ufficiale Bergamini, che da 5 anni militava nel Cosenza, si sarebbe suicidato gettandosi sotto un Tir lungo la Statale 106 Jonica. La storia raccontata dai genitori però è un’altra, e sono numerosissime, nonchè evidenti, le prove che la realtà sia ben diversa da quella emersa dalle superficiali indagini svolte dai Carabinieri. A pensarla così anche la Procura di Castrovillari che ha recentemente chiesto, ed ottenuto, la riapertura del caso.
L’ipotesi del suicidio non sta in piedi: le tracce ritrovate sul cadavere non sono compatibili con la dinamica descritta dal camionista (che dichiarò di aver trascinato il corpo per più di 60 metri). Le versioni dei due testimoni (il camionista appunto ed una ragazza che sosteneva di trovarsi in compagnia di Bergamini al momento del suicidio) non solo non combaciano, ma sono addirittura contrastanti in alcuni particolari. Persino il verbale dei Carabinieri  presenta delle inesattezze. Bergamini inoltre non aveva nessun motivo per togliersi la vita, e tutti i compagni, l’allenatore Gigi Simoni, gli amici, i membri dello staff del Cosenza dichiararono che Donato non sembrava affatto una persona in grado di arrivare ad un gesto così estremo.
A rendere ancora più inquietante la vicenda ci sono altri particolari che le indagini ufficiali non hanno mai considerato: la scomparsa dei vestiti indossati dalla vittima al momento della morte, gli strani comportamenti della ragazza che lo accompagnava, che anzichè chiamare i soccorsi pensò bene di telefonare ad un dirigente ed al capitano della squadra, ma soprattutto un’ incredibile quanto allarmante coincidenza: i due magazzinieri del Cosenza che nei mesi successivi cercarono di prendere contatto con la famiglia di Bergamini morirono entrambi in incidenti avvenuti sulla stessa Statale.
Sono in molti a credere che Bergamini fu ucciso, le ipotesi più accreditate come movente sono due: che Donato si fosse opposto a qualche combine proposta al Cosenza, oppure che fosse finito in un pericoloso giro di droga che coinvolgesse parte della squadra (ipotesi avvalorata da una serie di denunce anonime).
Un’altra curiosa coincidenza rende ancora più intricata questa vicenda: Bergamini in quegli anni era il compagno di stanza di Michele Padovano, attaccante che ha raggiunto il culmine della propria carriera negli anni della Juventus e che può vantare anche una presenza in nazionale. Padovano è finito in manette nel 2006 con l’accusa di associazione a delinquere e traffico di stupefacenti. Il PM che si occupa del caso, Antonio Rinaudo, ha chiesto pochi giorni fa 24 anni di carcere per l’ex calciatore.
Dopo 22 anni la morte di Donato Bergamini resta un mistero.

Di storie all’apparenza incredibili nel libro ce ne sono parecchie. Si parla ad esempio di Juve Stabia-Sorrento, partita comprata dalla camorra e che ha portato all’arresto, fra gli altri, di 2 giocatori del Sorrento. Nonostante quanto emerso dalle indagini la Juve Stabia ha potuto comunque godere della promozione in B dovendo solamente scontare una penalizzazione di 5 punti.
Oppure di Brindisi-Vibonese, partita che il Presidente della squadra pugliese cercò di truccare senza fare i conti coi propri giocatori, che invece avevano trovato un contro-accordo (con scommesse annesse, ovviamente) per fare un “dispetto” all’odiato dirigente.
C’è la storia dell’Albanova, la squadra della camorra, quella di Gaetano D’Agostino, segnalato alle giovanili del Milan da Marcello Dell’Utri, e quella di Giorgio Chinaglia, ex bandiera della Lazio che tentò la scalata alla società del Presidente Lotito con l'appoggio dagli “Irriducibili”, una frangia di ultà, e con i soldi dei Casalesi (che avevano già affrontato con successo la stessa impresa con il Sorrento e con il Benevento).

Gli ultrà. Un altro tema cruciale e delicato.
Lo ha affrontato Manuel Colosio, che spiega come sia facile per la criminalità organizzata infiltrare le tifoserie.
Napoli è certamente il caso più eclatante.
“La camorra gestisce la curva!”
Questo è quanto afferma un autorevole pentito, ma ci sono anche le dichiarazioni del Questore Puglisi e del Capo della Polizia Manganelli a ribadire l’influenza della criminalità sui tifosi.
Nessun altra squadra, però, è immune da questo genere di infiltrazione. Basti pensare a quanto si è scoperto riguardo alle tifoserie della 3 società più importanti d’Italia: Milan, Inter e Juventus.
All’ombra della Madonnina, sponda rossonera, dopo lo scioglimento della “Fossa dei Leoni” il controllo della curva è passato ai “Guerrieri Ultras”, capeggiati da Giancarlo Lombardi, detto Sandokan. Lombardi, fra i vari precedenti, può vantare una condanna a 5 anni per tentata estorsione proprio ai danni del Milan. Di recente è stato nuovamente arrestato con le accuse di truffa e riciclaggio di denaro.
Non meno pericoloso il fondatore dei “Boys” nerazzurri Graziano Bianchi. Ex terrorista di estrema sinistra, è stato arrestato nel Settembre 2010 per aver favorito la fuga del potente boss mafioso Gaetano Fidanzati.
Per non essere da meno anche la Juventus può vantare il suo bel “caso”. A capo dei “Vikings” (gruppo di tifosi della Vecchia Signora residenti a Milano) c’è infatti Loris Grancini, considerato uomo vicino a Cosanostra ed alla cosca calabrese dei Rappocciolo. Poco prima delle ultime elezioni amministrative del capoluogo lombardo una mail proveniente dall’indirizzo info@vikingjuve.com, e firmata da un certo Christian, invitava tutti gli iscritti a sostenere Marco Clemente, candidato PDL a Consigliere Comunale. Lo stesso Clemente, secondo un’informativa della Squadra Mobile di Milano, avrebbe incontrato, in vista delle politiche del 2008, il boss della ndrangheta Salvatore Barbaro per chiedere un intervento su tutta la comunità calabrese al fine di far votare il Popolo delle Libertà.

Casi estremi, a dir poco clamorosi, ma che di clamore, in realtà, ne hanno suscitato ben poco.
E non è un caso, vista la ferrea omertà che avvolge il mondo del pallone e tutto ciò che gli sta attorno.
Proprio su questo verte la riflessione di Fernando Scarlata.
E’ triste constatare quanto sia fitta e profonda la coltre di silenzio che circonda lo “spettacolo calcio” in ognuna delle sue componenti. Calciatori, dirigenti, staff, tifosi. Sembra che tutti siano all’oscuro di quanto accade. Possibile che della piaga del calcio scommesse, talmente grave da aver costretto Michel Platini, numero 1 dell’UEFA, a chiedere aiuto all’Unione Europea, nessuno sappia niente? Possibile che nessuno abbia qualcosa da raccontare? Persino i giornalisti, oggigiorno, sono alle dipendenze delle proprie squadre di riferimento. E allora si cerca di dimenticare in fretta gli scandali del calcio e di parlare di gol, risultati, mercato e persino gossip. Le inchieste nel giornalismo sportivo non esistono più.
I calciatori hanno un ruolo importante in questo contesto: alcuni sono coinvolti in maniera diretta nel calcio-scommesse (ultimo esempio in ordine temporale il caso che ha visto protagonista il portiere della Cremonese Paoloni e nel quale sono stati coinvolti personaggi del calibro di Doni e Beppe Signori), molti altri sanno ma non parlano.

Non mancano le colpe di una giustizia sportiva assolutamente non adeguata al compito che le viene affidato.
Inchieste superficiali e condanne sommarie non fanno altro che aumentare le possibilità di cavarsela con poco di chi “sgarra”. Basti pensare a Salernitana e Juve Stabia, entrambe arrivate in serie B grazie a partite comprate. Entrambe subirono una misera penalizzazione in punti, nel primo caso davvero ininfluente visto che il destino della squadra campana, al momento del verdetto, era già segnato verso una retrocessione ormai certa.
Una penalizzazione che non punisce abbastanza chi si è avvantaggiato barando, e che non risarcisce affatto le squadre che quei torti li hanno subiti non essendo state promosse in una categoria che avrebbero meritato per quanto fatto sul campo. 
Ma il calcio oggi è un business per molti, è un giocattolo troppo prezioso per permettere che venga distrutto o anche solo danneggiato.
E’ quindi meglio cercare di sminuire o addirittura insabbiare vicende del genere piuttosto che far emergere i mali che attanagliano il pallone.

Interessi forti, giustizia lasciva, omertà assoluta. Non c’è da stupirsi allora se “La mafia è nel pallone”.

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