Mappa delle allerte in provincia di Brescia.

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29/09/11

Operazione “Ticino”, duro colpo alla ndrangheta lombarda

E’ scattato questa mattina di buon ora il blitz che ha condotto all’arresto di una decina di persone su tutto il territorio bresciano.
L’operazione “Ticino”, frutto della collaborazione fra la DDA e la sezione Criminalità Organizzata della Squadra Mobile di Brescia, è nata nell’Ottobre 2010 ed ha portato alla notifica di 9 provvedimenti cautelari e 2 ritardati arresti, oltre che ad una lunga lista di persone indagate.
E’ stato così smantellato un sodalizio contiguo alla ndrangheta in grado di movimentare ingenti quantità di sostanze stupefacenti dal Sud America al capoluogo lombardo.IMAG1037

Dieci, come dicevamo, gli arrestati. Si tratta di  Giorgio e Giancarlo Rossini (quest’ultimo noto boss lumezzanese del narcotraffico) Murelli Sandro (residente a Padenghe), Beta Petre Florin (rumeno), Razio Morris (Calcinato), Merli Mauro (Mazzano), Mapelli Sergio (Brescia), Mazzaferro Giuseppe detto Pino (Flero), Lazzaroni Roberto (San Zeno) e Muscio Mario (Torbole Casaglia).

Ma veniamo ai fatti: l’inchiesta nasce nell’Ottobre del 2010 e porta alla luce un grosso traffico di stupefacenti destinati al mercato bresciano. Sono due i canali principali attraverso i quali la cocaina viene introdotta in Italia:
il primo ha origine in Sud America ed attraverso la Spagna porta a Torino, da dove la merce viene poi fatta confluire nel bresciano.
L’intermediario è un certo Giovo Andrea, che dalla Spagna si occupa di fungere da collegamento tra i due continenti. Su di lui si sono concentrate anche le attenzioni del GICO di Torino, e, grazie ad una perfetta collaborazione, la Squadra Mobile di Brescia è stata in grado di bloccarlo non appena rientrato in città.
Il secondo canale prende origine dai balcani e conduce a Brescia attraverso un mediatore rumeno.

L’importanza di questa operazione, però, risiede nei nomi dei personaggi coinvolti.
Cominciamo da Pino Mazzaferro.
Originario di Rizziconi (Rc), ma residente a Flero, Giuseppe Mazzaferro detto Pino già da anni è protagonista delle cronache giudiziarie. Fra i numerosi reati ascrittogli spicca l’accusa di aver preso parte ad un’associazione di stampo mafioso riconducibile alla famiglia Crea di Gioia Tauro (ordinanza di custodia cautelare emessa dalla DIA di Reggio Calabria nell’Ottobre del 2006). Il clan organizzava truffe ai danni dello Stato beneficiando in modo illegittimo dei finanziamenti della legge 488/92 oltre che compiere estorsioni, accaparrarsi tramite prestanomi fondi terrieri e fornire appoggi a latitanti. Contestualmente su disposizione della DIA gli sono stati confiscati diversi beni immobili ed immobili, fra cui un appartamento ad uso abitativo ed uffici aziendali siti a Flero, quote societarie ed intero patrimonio aziendale della società Siderflero, con sede a Flero (Bs).
In questo caso Mazzaferro è accusato di ricettazione e riciclaggio di un centinaio di barre d’alluminio, reati che sembrano essere stati compiuti con la complicità di Roberto Lazzaroni. L’intero carico è stato sequestrato in Borgosatollo.
Altro nome eclatante è quello di Mario Muscio.
Bresciano residente a Torbole Casaglia, il Muscio sconta una pena fino al 2021 per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Per motivi di salute si trovava agli arresti domiciliari. Il suo ruolo era quello di tramite fra l’organizzazione bresciana e le famiglie Morabito, Papalia e Piromalli, molto conosciute nell’ambiente malavitoso calabrese.
Ed infine abbiamo Giancarlo Rossini, storico boss della droga nel bresciano. Personaggio di spessore, era già stato arrestato nel 2001 con l’accusa di fiancheggiare la Nuova camorra organizzata. Ora, invece, gli é stata notificata un’ordinanza di custodia cautelare in carcere (arrestato il 30/12/2010 per detenzione di sostanze stupefacenti), con l’accusa di essere in affari con la ‘ndrangheta.
E’ proprio lui IMAG1034il protagonista del risvolto più inquietante emerso dall’inchiesta Ticino: sembra infatti che Giancarlo Rossini nutrisse propositi di vendetta nei confronti di alcuni magistrati della DDA di Brescia, responsabili, in procedimenti risalenti ad alcuni anni fa, di aver sequestrato prima e confiscato poi diversi beni di ingente valore, causando a Rossini enormi danni economici. Il progetto, definito dal dirigente della Squadra Mobile Tumminia “non attuale”  in quanto si trattava ancora di un’idea allo stato embrionale, era quello di assoldare dei killer che si “occupassero” dei PM.

Una vicenda “collaterale”, come l’ha definita il Procuratore Pace nella sua introduzione, che lascia ben intendere la gravità della situazione e la forza che la criminalità organizzata bresciana sta assumendo.
Non meno importanti a riguardo sono state le parole di Riccardo Tumminia in merito alla Val Trompia.
Il dirigente della Squadra Mobile ha infatti dichiarato che i riflettori sono ora puntati proprio in quella direzione, ma che non si tratta più, purtroppo, di impedire la radicalizzazione, bensì di operare per la sradicalizzazione, da un tessuto sociale ormai contaminato, di situazioni criminali ormai certe.

 

Le parole del dirigente della Squadra Mobile di Brescia Riccardo Tumminia

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