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03/07/10

Una vicenda triste, tutta bresciana

"Se non ci fossero di mezzo tre morti ammazzati parlerei proprio di farsa!" Così Mario Cottarelli, il fratello di Angelo, l'uomo massacrato a Urago Mella - sobborgo residenziale di Brescia - assieme alla moglie e al figlio di appena 17 anni (a fianco ritratti assieme).

Era l'agosto del 2006.
Il 7 giugno scorso la Corte d'Assise d'Appello di Brescia ha condannato all'egastolo per quella strage, Vito e Salvatore Marino, due cugini di Paceco in provincia di Trapani. Vito Marino è figlio del boss di Paceco Girolamo, detto "Mommu u nanu", ucciso alla fine degli anni Ottanta, con lo zampino di Mattea Messina Denaro.
Tra Angelo Cottarelli, imprenditore ed esperto di finanza, e i Marino esistevano degli affari pregressi. Insieme avevano truffato lo Stato, spillando soldi facili attraverso la legge 488 del 1992 sulla riqualificazione produttiva di aree depresse del meridione. Cottarelli produceva fatture e carte false che per i Marino rappresentavano la prova di investimenti effettuati nel settore vitivinicolo, così da ottenere lauti rimborsi.
Ma qualcosa ad un certo punto non ha più funzionato. I Marino pretendevano di più - la loro azienda era in forte asfissia finanziaria - ma Cottarelli non era disporto a darglielo. Una domenica mattina salirono a Brescia, provarono a spiegare al socio del nord la situazione ma il tutto degenerò. Forse partì un colpo o forse no; fatto sta che i Marino dovettero rimediare, eliminando ogni testimone: per la famiglia Cottarelli fu la fine.
La Procura generale di Brescia, dopo un'assoluzione in primo grado, ha giudicato colpevoli i cugini siciliani. Per loro è ergastolo! I Marino erano a piede libero. Alla lettura della sentenza risultavano assenti, cosa che stupì perché in precedenza non si erano persi un'udienza. L'avvocato di Mario Cottarelli - che s'era costituito parte civile - ha sussurrato al suo assistito: "Saranno già all'estero!" "E chi immaginava che sarebbe finita così?" Commenta oggi il fratello della vittima.
I cugini Marino si sono resi irreperibili: liberi di muoversi sono scappati ed anche il Prefetto di Trapani, il 17 giugno scorso, non ha potuto che confermare: "Dei colpevoli si sono perse le tracce"!
Una farsa. Dice Mario Cottarelli. Una storia che sembra non finire mai, si potrebbe aggiungere. Dai risvolti molto complessi e che a differenza di quello che si è sempre creduto, punta dritto ai misteri di una "comunità criminale" tutta settentrionale.
Dalpolonord.it
ne Il distretto dei compari lo racconta con dovizia di particolari. Ma della strage della famiglia Cottarelli s'è sempre parlato come d'un qualcosa avulso alla realtà bresciana, che tutt'al più evidenziava un collegamento Brescia-Trapani del tutto estemporaneo e casuale. Cosa vera sino ad un ceto punto!
Il 30 agosto del 2006 a soli due giorni dalla strage, un personaggio si presenta presso la caserma dei Ros di Brescia per rilasciare delle dichiarazioni spontanee. Si tratta di G. D. uno noto nell'ambiente. Lui assieme al padre, che tutti chiamano Ercolino, è il gestore di un night club che sorge alla periferia nord orientale della città. Ebbene G. D. - che poi si scoprirà essere un referente non proprio sconosciuto ai carabinieri - si sente in dovere di avvertire le forze dell'ordine che, per quel che si legge sui giornali, si sta indagando in una direzione sbagliata.
Sulla stampa, infatti, stanno facendo molto scalpore le notizie pescate in archivio, sul coinvolgimento di Angelo Cottarelli in un'operazione di polizia di due anni prima, in cui furono coinvolti esponenti della criminalità organizzata soprattutto di matrice calabrese. Si trattava dell'indagine Iena, condotta dalla Procura di Potenza, ma che andò a pescare dalle parti di Brescia, in città e sulle rive del lago di Garda. Si scoprì un giro di prostituzione che terminava proprio in quei locali a luci rosse dove  staccavano le loro marchette ragazze provenienti dall'est Europa e gestite dai clan.
La posizione di Cottarelli, che si fece anche qualche giorno di carcere, fu stralciata perché contro di lui prove non ce n'erano. Certo, quei locali notturni lui li conosceva bene e li frequentava, ma non si poteva parlare di un suo coinvolgimento diretto in azioni criminali.
Nell'operazione Iena fu coinvolto il locale di G.D. anche perché era quello che Cottarelli frequentava con maggior assiduità. Aveva una doppia valenza: poteva essere un posto dove divertirsi, ma anche il luogo per incontrar altra gente, stringer mani e magari pianificare affari futuri.
Ed è proprio questa la pista che G.D. dice agli inquirenti di  imboccare. Niente Iena quindi, niente vecchi compari contro i quali Cottarelli poteva aver testimoniato e che ora volevano vendicarsi, ma nuovi "amici" incontrati però sempre nel solito night club.
Secondo G.D. - come scrive la Procura generale nel dispositivo di richiesta di appello alla sentenza di assoluzione di primo grado per i cugini Marino - "il triplice omicidio, era da collegare ad interessi economici che legavano Cottarelli ad alcuni 'mafiosi' siciliani". Nell'ambiente bresciano, quindi, le "pericolose complicità" di Angelo erano ben note. Tant''è che quell'incontro, la prima volta, avvenne nello stesso locale di G.D., mediato da un certo Francesco Tartamella, ragioniere di Trapani. Cottarelli conobbe i suoi carnefici non a migliaia di chilometri di distanza, ma nei sobborghi della sua città natale, a pochi minuti di macchina da casa.
Il night club, si sa, è un luogo particolare. Spesso "porto franco" ad appannaggio della criminalità organizzata: il night di G.D. non sfugge a questa teoria. Ne da una chiara descrizione un siciliano, Giuseppe 39 anni, sino al 2007 testimone di giustizia della magistratura bresciana. Lui in quel luogo era di casa, faceva da autista e da body guard alle ragazze che tutte le sere si esibivano e poi si prostituivano fuori dal locale.
Ebbene, quel luogo pare fosse un coacervo di criminali, di tutte le speci e di tutte le sigle. Secondo Giuseppe era frequentato da camorristi, esponenti del cosiddetto "gruppo dei pastori" di Afragola vicino al potentissimo clan Moccia; ma c'erano pure i compari della 'ndrangheta, immancabili, rappresentati da affilliati ai Piromalli della Piana di Gioia Tauro e dei Bellocco di Rosarno; e naturalmente, i siciliani. La facevano da padrone i catanesi, tra i quali un sessantenne che col suo ufficio a Desenzano del Garda tirava le fila; ma non mancavano i gelesi, con collegamenti coi Rinzivillo i quali a loro volta potevano contare su una ramificata struttura operativa basata in mezza Lombardia, coi vertici in provincia di Varese. E poi siracusani, avolani e naturalmente qualcuno in contatto coi cugini Marino da Trapani.
Questi ultimi, oltre ad avere avuto un parente stretto ucciso da Cosa nostra perché a suo volta nei quadri della mafia trapanese, risultano in affari con Mariano Minore, sindaco di San Vito Lo Capo e "cugino di esponenti mafiosi, ben protetto da funzionari del consolato Usa di Palermo e dell'ambasciata Usa a Roma" come si legge in un'informativa dei carabinieri di Trapani. Certo è che sia il nipote del ben più noto Totò, capo del mandamento di Trapani, ammazzato dai Corleonesi di Riina perché esponente della vecchia mafia.
Da Trapani i Marino, frequentando il night di G.D., vengono in contatto con Cottarelli del quale apprezzano presta la dimestichezza a trattar faccende finanziarie ed a maneggiare carte e fatture. Hanno bisogno di lui e lo coinvolgono attraverso l'amico comune Francesco Tartamella. Poi però qualcosa non va e a casa del bresciano, dove tutti si erano recati solo a chiarire la situazione, il sangue sale alla testa e ci scappano ben tre morti.
La strage di Urago Mella fu tutta bresciana. Fu attraverso un night del luogo che certe amicizie e certi contatti si poterono realizzare, ed è in quel luogo, tutt'ora in attività, che certi summit criminali all'epoca furono possibili. 
Ora i Marino risultano irreperibili. Non si capisce se qualche procura - o Brescia o Trapani - abbia nei loro confronti spiccato mandato di cattura. Ma si tratta della solita disinformazione e delle "luci spente" che hanno riguardato questa storia sin dall'inizio. Chissà se a qualcuno, per rintracciare i cugini siciliani, verrà mai in mente di tornare a pescare nel locale di G. B. e magari riavvalersi delle sue confidenze. Chissà... Una traccia per la soluzione di questa triste e farsesca vicenda potrebbe essere rimasta proprio a Brescia.

Fonte: http://www.dalpolonord.it/

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