Mappa delle allerte in provincia di Brescia.

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17/06/11

‘Ndrangheta: 142 arresti in Piemonte

Conclusa l'operazione “Minotauro”, in manette anche l'ex sindaco di Leini (To).

Dopo le numerose operazioni antimafia in Lombardia e in Liguria portate a termine nei mesi scorsi, ora è la volta del Piemonte con la maxi-operazione “Minotauro” - chiamata così per il labirinto di intrecci ricostruito dagli inquirenti – avviata cinque anni fa e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura torinese. Si è conclusa con 151 arresti eseguiti da 1300 carabinieri delle province di Torino, Milano, Modena e Reggio Calabria. Altre 40 persone sono indagate ma restano a piede libero. Gli arrestati sono ritenuti responsabili di associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti, porto e detenzione illegale di armi, trasferimento fraudolento di valori, usura, estorsione ed altri reati. Le forze dell’ordine hanno documentato con filmati e registrazioni audio 138 incontri tra ‘ndranghetisti torinesi di ogni livello tra cui cinque in occasione di funerali e uno durante una comunione.


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Più di 100 finanzieri hanno sequestrato beni per un valore di 117 milioni di euro: 127 tra ville, appartamenti e terreni situati a Torino e provincia, in altre zone del Piemonte, Lombardia, Liguria e Calabria. Sotto misure cautelari anche 10 aziende, più di 200 conti correnti e diverse cassette di sicurezza.
Sono nove le “locali” (le cosche della ‘ndrangheta, ndr) che sono state sgominate dall’operazione “Minotauro”, una vera e propria organizzazione criminale di tipo verticistico, con articolazioni territoriali dislocate in tutto il Torinese.
Il maggior numero delle ordinanze di custodia cautelare sono state eseguite in Piemonte. Mentre, sono cinque gli arresti eseguiti nel Modenese. Si tratta di Antonio Pagliuso, 47 anni, di Crotone e domiciliato a Vignola; Domenico Longobardi, 33 anni, di Castellammare di Stabia, residente a Modena; un albanese di 36 anni che vive a Carpi, Edmont Dedaj; due marocchini di 41 e 49 anni, Abdelaziz e Mohamed Asmoun, residenti a Savignano sul Panaro e Vignola. I carabinieri di Modena hanno eseguito altre perquisizioni nei confronti di affiliati all’organizzazione, che hanno portato al sequestro di oltre 20.000 euro in contanti.
In Calabria invece sono finite in manette 8 persone, in provincia di Reggio Calabria, tutti operanti nella Locride: Giuseppe e Pasquale Barbaro, di 49 e 60 anni, entrambi di Platì; Vito Marco Candido (30), di Stilo; Francesco Giorgio (63), di Gioiosa Jonica; Giuseppe Iaria (47) di Condofuri; Vito e Rocco Polifroni, di 40 e 69 anni, di Platì, ed Antonino Zampaglione (63) di Montebello Ionico.
Agli otto si aggiungono poi Natale e Rocco Trimboli, già latitanti da diverso tempo, ed una undicesima persona che si è resa irreperibile ed è attualmente ricercata.
Questa operazione non fa che confermare il radicamento della ‘ndrangheta nel capoluogo piemontese, dove storicamente si spartisce il malaffare con Cosa Nostra catanese. Nel corso di questi ultimi decenni la presenza mafiosa in Piemonte, ma anche in tutto il Nord, non ha fatto che aumentare, non si limita solo ai tradizionali traffici illeciti, ma ha contaminato l’economia legale ed ha intrecciato solide alleanze con la politica e l’economia.
Tra le persone arrestate c’è anche Nevio Coral, 71 anni, ex sindaco Pdl di Leinì (To), proprietario di una grossa azienda con ramificazioni in Francia e Germania, specializzata nella sicurezza e salute negli ambienti di lavoro. Coral è noto anche per essere il suocero dell’assessore regionale piemontese alla Sanità Caterina Ferrero (che ha rimesso le deleghe in seguito al suo coinvolgimento nello scandalo della sanità piemontese).
Il procuratore Caselli, nella conferenza stampa di presentazione dei risultati dell’operazione, ha definito Coral «il biglietto da visita della ‘ndrangheta da spendere nel mondo politico e imprenditoriale piemontese». Ed ha aggiunto: «Stupisce e amareggia che ci siano casi, isolati ma purtroppo numerosi, di persone delle istituzioni che intrattengono abitualmente proficui rapporti con personaggi riconducibili ad ambienti mafiosi di cui questa inchiesta restituisce un quadro inquietante». Dalle indagini, infatti, sono emersi collegamenti tra l’organizzazione criminale e uomini delle istituzioni piemontesi, voti di scambio nelle elezioni provinciali, comunali ed europee.
I politici chiedevano voti ai mafiosi, in cambio elargivano denaro e promesse di appalti. Nelle migliaia di pagine dell’ordinanza di custodia cautelare le intercettazioni dimostrano quanto il sistema fosse radicato. Qualche politico ha versato ai capi delle famiglie contributi per il mantenimento degli affiliati finiti in carcere e per le loro famiglie.
Oltre ai politici non mancano uomini della pubblica amministrazione, tra questi c’è anche il segretario comunale di un Comune dell’hinterland torinese, Rivarolo Canavese: secondo l’accusa, il tramite tra i capi delle ‘ndrine del torinese e un candidato alle elezioni europee del 2009.
Gli imprenditori sono attori protagonisti in questa vicenda di mafia piemontese, come del resto accade in tutta Italia. Ci sono quelli collusi e ci sono le vittime. È emerso un sistema di taglieggiamento delle imprese locali, specialmente quelle edili. Chi non pagava, o non accettava le regole imposte dalla ‘ndrangheta, subiva ritorsioni. Un professionista, nonché assessore in un comune del Torinese, è stato sequestrato e minacciato con un fucile a pompa. Lo ritengono responsabile di una serie di controlli fatti dallo Spresal in un cantiere edile gestito da una potentissima famiglia locale. Ma una volta liberato il professionista non ha denunciato l’accaduto, altro costume, quello dell’omertà, che è diventato la norma anche nel Nord Italia, non è una caratteristica solo del Sud, come per troppo tempo si è detto.

Fernando Scarlata per il sito www.onli.it