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10/10/10

A processo la ‘ndrina del Garda

Nell’indifferenza generale è in corso a palazzo di giustizia di Brescia un processo per associazione mafiosa, contro la cosiddetta 'ndrina del Basso Garda: una cellula della ‘ndrangheta insediata da tempo sulle rive del Benaco e collegata alla potente famiglia dei Piromalli, originaria di Gioia Tauro in provincia di Reggio Calabria.
Sono 13 gli imputati alla sbarra. Tra loro i membri della famiglia calabrese dei Fortugno della quale, davanti ai giudici, sono comparsi i tre fratelli Marcello, Rocco e Gaetano. Il 416bis è contestato agli ultimi due; per Marcello, 44 anni detto “Nico” o “Nano” – attualmente in carcere per espiare una condanna a 16 anni per omicidio colposo – in questo procedimento è agli atti solo un’accusa per ricettazione aggravata.
Posizione ben più delicata quella degli altri due fratelli. Rocco Fortugno, detto “Tamburo”, 47 anni, residente a Padenghe sul Garda ma nativo di Gioia Tauro, dovrà rispondere di estorsione, furto, ricettazione, sfruttamento della prostituzione e traffico d’armi; Gaetano, anche lui nato a Gioia Tauro, 48 anni, è accusato di estorsione e traffico di droga. Per tutti e due però – come scrivono i Pubblici ministeri titolari dell’inchiesta, Paolo Savio e Silvia Bonardi della Direzione distrettuale antimafia – vale “l'aggravante di aver fatto parte all'associazione di tipo ndranghetista legata al clan Piromalli-Molè, nonché di aver commesso un reato avvalendosi delle condizioni di assoggettamento e di omertà tipiche della struttura malavitosa della quale facevano parte ed al fine di agevolarne la realizzazione delle rispettive attività illecite”.
L’indagine denominata “Didone” che ha portato al dibattimento odierno, è stata condotta della Sezione criminalità della Squadra Mobile di Brescia, ed è cominciata nel 2004, con l’obiettivo di definire i retroscena di alcuni gravi episodi, quali incendi e danneggiamenti, avvenuti nei locali notturni del Basso Garda, dove gli investigatori avevano più di un sospetto che fosse attiva una cellula della potentissima criminalità organizzata calabrese.
Come scrive il Gip nella richiesta di rinvio a giudizio, i fratelli Fortugno “erano noti e temuti nell'ambiente, quali pregiudicati per estorsione e capaci di rappresaglie”. In effetti gli stessi erano riusciti a diffondere di sé una certa nomea, che parlava delle pressioni che esercitavano ai danni di chi non stava con loro, condite poi con minacce, tentativi di estorsione e incendi nei confronti dei locali che facevano «ombra», toglievano clientela ed esercitavano concorrenza contro di loro.
Che la pista seguita fosse quella giusta lo dimostrò poi un provvedimento spiccato dalla Guardia di Finanza di Brescia, che nell’estate del 2007, su ordine della Procura, dispose il sequestro di beni per 30 milioni di euro, comprendendo 48 immobili e due night, sempre ai danni della famiglia Fortugno e di qualche altro loro sodale. “Mafia sul lago” venne chiamata quell’operazione; “un intervento epocale” lo definì l’allora capo della Procura della Repubblica Giancarlo Tarquini, perché fu la prima volta che nella ricca ed opulente provincia bresciana veniva sequestrata alla mafia una quantità di beni così ingente.
Tornando al presente, il dettaglio relativo ad uno dei capi di imputazione getta luce ulteriore su alcuni fatti che hanno riguardato la recente storia criminale bresciana. Rocco e Gaetano Fortuno – assieme a Daniele Pitarresi – sono entrati, al fine di impossessarsene, nelle quote societarie della Jolly Service Srl, un’azienda sempre bresciana che si occupava di procacciare ballerine per night club e che era di proprietà di un certo Salvatore Giuseppe. Quest’ultimo era in affari con un imprenditore bresciano, quell’Angelo Cottarelli ucciso nell’estate del 2006 in via Zuaboni a Brescia, assieme alla moglie Marzene Topar ed al figlio Luca, di appena 17 anni.
Quel fatto, conosciuto come la “strage di Urago Mella”, gettò l’intera comunità locale nello sconforto. Soprattutto dopo che si scoprì che Cottarelli – un imprenditore di successo ma con la passione per le truffe finanziarie – era stato vittima delle sue frequentazioni. Ad ucciderlo – condannati all’ergastolo qualche mese fa, ma subito dopo spariti nel nulla – due cugini siciliani, Vito e Salvatore Marino, legati alla mafia del trapanese.
Cottarelli forniva loro fatture false in modo che gli stessi potessero lucrare sull’Iva non pagata, in più ottenendo finanziamenti pubblici dall’Unione europea. Evidentemente qualcosa deve essere andato storto – forse Cottarelli s’è tenuto ciò che non era suo – arrivando al drammatico epilogo del 2006.
L’imprenditore bresciano non era nuovo a certi ambienti criminali. Con Giuseppe Salvatore, titolare della Jolly Service srl, Cottarelli si conosceva bene. Anzi, sempre nel 2004, vennero arrestati insieme su ordine della Procura della Repubblica di Potenza, che indagava su un giro di prostituzione d’elite. Cottarelli fu poi scagionato per assenza di prove, ma è interessante notare che in quella stessa operazione fu coinvolto anche Gaetano Fortugno, già in quell’occasione considerato il referente di un clan dell’ndrangheta. “Sono stato a una cena… C’era gente pericolosa, gente con la pistola…” Queste parole, dette da Angelo Cottarelli, sono agli atti dell’inchiesta della Procura di Potenza.
Come è scritto nella richiesta di appello per la strage, sempre a carico dei cugini Marino (inizialmente assolti in primo grado): “Nel corso dell'indagine erano state intercettate alcune conversazioni tra Giuseppe Salvatore (titolare della Jolly Service Srl) e Cottarelli, dalle quali emergeva che Cottarelli frequentava alcuni dei locali notturni dove lavoravano le ballerine gestite dal Salvatore, cambiava segni, prestava somme di denaro a Salvatore ed infine forniva tutta una serie di consigli di natura societaria e finanziaria al Salvatore stesso per la gestione della sua società”.
Un’azienda, la Jolly Service, ben conosciuta anche dai fratelli Fortugno, visto che riforniva di ballerine pure i loro locali, e visto che della stessa volevano impossessarsi. “Con violenze e minacce – raccontano i pm bresciani – costringono un certo Mauriglio Samanni (che nel 2004, a causa dell'arresto di Salvatore Giuseppe, gestiva per suo conto la società Jolly Service S.r.l ndr) a partecipare a un incontro e nel corso dello stesso, ad intimarli che non avrebbe più dovuto occuparsi della gestione della citata società, che avrebbe dovuto informare i gestori dei vari locali notturni che da qual momento si sarebbero dovuti rivolgere agli indagati per ottenere le prestazioni di ballerine da sala, obbligandolo a stare seduto e a non rispondere al telefono. Minacce particolarmente gravi in quanto provenivano da persone verso le quali non aveva alcun rapporto di amicizia e familiarità e nell'ambiente erano noti e temuti”.
Secondo alcuni testimoni – che nelle prossime udienze saranno ascoltati dalla Corte - tra i locali che la consorteria collegata ai Fortugno teneva sotto scacco, c’era pure il Mascotte, una discoteca di Gusaggo un sobborgo di Brescia. Qui si esibivano le ragazze della Jolly Service e per questo ai Fortugno interessava entrare nel pieno controllo di quella società ed assoggettare a sé chiunque per quella collaborasse. Sempre rileggendo la richiesta di rinvio a giudizio dei cugini Marino per l’appello Cottarelli si scopre che: “Il Cottarelli, nell'affare coi siciliani suoi carnefici, viene introdotto da tale Francesco Tartamella, un ragioniere di Trapani, il quale davanti alla Corte d'assise di Brescia ha affermato di aver conosciuto il Cottarelli frequentando il locale Mascotte di Gussago, nel quale si esibivano le ballerine della Jolly Service del Salvatore”.
I fratelli Fortugno sono quindi la massima espressione di quella criminalità organizzata di origini calabrese con uno spiccato interesse per gli affari, ma senza che venga meno quella volontà al controllo della realtà attorno, col classico metodo mafioso: violenza e minacce. In più, come dimostrato, sono stati al centro di un fatto di cronaca di grande rilievo, come la strage di Urago Mella che ha fatto suonare con forza l’allarme “mafia” anche a Brescia. Oggi, col processo ai Fortugno, lo Stato cerca di mettere un tassello ulteriore alla doverosa lotta contro tutto questo!

Fonte: www.dalpolonord.it

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