Mappa delle allerte in provincia di Brescia.

Clicca sulla mappa e scopri quali sono le allerte in provincia di Brescia e
dintorni, dove sono presenti i beni confiscati, dove c'è stato smaltimento illecito di rifiuti o un rogo doloso. Tutti gli eventi sono tracciati e tenuti aggiornati dallo staff della rete.

07/02/17

Furti, usura, estorsione: sequestrato il patrimonio criminale

Tratto dalla pagina web de Il Giornale di Brescia di oggi


Una villetta a Capriolo, titoli e beni, come orologi Rolex. Il tutto per oltre 200mila euro. A tanto ammonta il sequestro fatto dalla Direzione investigativa antimafia di Brescia nei confronti di Antonino Scopelliti, 77enne residente a Capriolo e originario di Reggio Calabria, condannato in via definitiva per diversi reati, commessi in un lungo arco temporale, dagli anni ’70 a oggi.
Nel curriculum di Scopelliti rientrano
 furto, contrabbando, lesioni, usura e estorsione.

Il provvedimento è stato emesso dal Tribunale di Brescia. Al 77enne sono stati inoltre confiscati in via definitiva due appartamenti, del valore di 300mila euro, in esecuzione di una sentenza passata in giudicato della Corte d’Appello di Brescia. 

 





02/02/17


Beni confiscati, M5s al prefetto: si intervenga


Tratto da un articolo di Claudio Campesi pubblicato sull'edizione cartacea del Giornale di Brescia del 2-2-2017


«Le problematicità legate alla gestione dei beni confiscati vanno affrontate» queste le parole del Prefetto di Brescia, Valerio Valenti, che ieri ha incontrato una delegazione di attivisti 5 stelle guidati da Laura Gamba, capogruppo del movimento in Comune.
Solo a Luglio, il consiglio comunale aveva approvato in modo trasversale, su proposta della consigliera, il regolamento sui beni confiscati a Brescia. A chiedere l'incontro l'M5s cittadino, forte di una campagna di sensibilizzazione sul tema e di una raccolta firme di circa 450 cittadini, di riconvocazione del Nucleo di Supporto bresciano per i beni confiscati alle mafie.
I Nuclei sono tavoli interistituzionali, istituiti da una circolare del ministero dell’Interno del 13 Luglio 2011, in ciascuna prefettura italiana il cui scopo è quello di creare un’équipe, composta da associazioni, professionisti, istituzioni locali e forze dell’ordine, che dovrebbe monitorare lo stato degli immobili confiscati, lavorando di concerto con il Prefetto e con l’Anbsc (Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata) per evitare, ad esempio, che gli stessi cadano in stato di abbandono o che ritornino (come talvolta accade) nella disponibilità delle stesse famiglie cui erano stati sottratti. 


Il fine principale è quello di velocizzare la destinazione a scopo sociale dei beni sottratti alle mafie. Immobili e capannoni che, tra le altre cose, secondo Valenti, potrebbero essere adibiti ad archivi per la Procura e la prefettura locali «così evitando di pagare affitti».

Il nucleo bresciano, a seguito della sua formale istituzione nel 2011 e di un biennio di lavoro assiduo sul territorio, si sarebbe arenato, tanto che tra il 2014-2016 sarebbe stato riconvocato non più di due volte. Valenti ha assicurato un cambio di passo sul tema, testimoniato da un decreto prefettizio del 25 gennaio 2017 che ricostituisce formalmente il tavolo bresciano, cui seguiranno la riconvocazione dello stesso nei prossimi mesi e le audizioni degli amministratori bresciani interessati alla riassegnazione degli immobili confiscati. Un’apertura a 360°, quella del prefetto, che però si scontra con «una scarsezza di risorse e di personale della prefettura e con l’impegno di queste nell’inderogabile lavoro sull’emergenza migranti».


20/12/16

Operazione Pecunia olet - Sequestrati beni per 10 mln di euro tra Italia e Svizzera


Guardia di Finanza: Comando Provinciale Brescia



L’operazione “PECUNIA OLET” ha consentito di ricostruire minuziosamente l’attività di “pulizia di denaro sporco” (denaro proveniente da reati tributari e fallimentari commessi da un gruppo criminale) e di procedere, in data odierna, al sequestro, tra Italia e Svizzera, di beni e liquidità per un ammontare di circa € 10 milioni.
L’associazione per delinquere era già stata disarticolata nel 2014, allorquando nell’ambito dell’operazione denominata “MERCATO LIBERO”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Brescia, erano stati tratti in arresto 9 soggetti, alcuni dei quali ritenuti contigui a cosche della ‘ndrangheta calabrese.
Nonostante gli intervenuti arresti, i militari della Guardia di Finanza del Nucleo di Polizia tributaria di Brescia, unitamente al personale della Squadra Mobile della Polizia di Stato di Brescia hanno continuato l’indagine, riuscendo ad individuare la destinazione finale dei flussi finanziari oggetto dell’attività di riciclaggio attraverso specifici accertamenti bancari sviluppatisi sul territorio nazionale e all’estero per il tramite di attività rogatoriali.
Tali sviluppi investigativi, coordinati dalla Procura della Repubblica di Bergamo, hanno dato origine all’odierna operazione “PECUNIA OLET”, così denominata in quanto il denaro trasferito lasciava, nei vari passaggi, il proprio “odore”, la propria “scia”.
Gli indagati, probabilmente confidando nel famoso “segreto bancario” svizzero e sanmarinese (ormai venuto meno) e nell’utilizzo di società offshore, si sentivano al riparo da qualsiasi eventuale provvedimento della giustizia italiana.
Più nel dettaglio, l’attività di riciclaggio era governata da una donna di origine bergamasca, di anni 41, imprenditrice operante nel settore dell’edilizia e attualmente residente in Svizzera.
La citata imprenditrice, con l’ausilio dei propri familiari, aveva provveduto a “svuotare” le società edili (società gestite dal sodalizio criminale e intestate a prestanomi) delle risorse finanziarie attraverso trasferimenti bancari da conti italiani, verso conti svizzeri, sanmarinesi e di Singapore.
Tali conti esteri erano intestati a società offshore (scatole vuote formalmente aventi sede a Panama, British Virgin IslandsMarshall Islands) gestite a loro volta da società fiduciarie svizzere.
Dietro i predetti schermi vi erano gli indagati, quali titolari effettivi delle operazioni e dei rapporti finanziari.
La mela stilizzata è spiegabile come segue: il fiduciario elvetico parlando telefonicamente con gli indagati italiani delle movimentazioni di denaro “da ripulire”utilizzava l’espressione criptica “magazzino di mele”, per indicare i conti correnti svizzeri, destinazione ultima del riciclaggio.
In conclusione, in data odierna, militari della Guardia di Finanza, unitamente al personale della Polizia di Stato-Squadra mobile di Brescia, coordinati dalla Procura della Repubblica di Bergamo, hanno proceduto al sequestro di immobili e quote societarie sul territorio nazionale.
Contestualmente, il Tribunale Federale di Berna, su richiesta rogatoriale inoltrata dall’Autorità giudiziaria bergamasca, ha dato esecuzione a due provvedimenti di sequestro per equivalente e “sproporzione”, emessi dall’Ufficio G.I.P. del Tribunale di Bergamo, per alcuni milioni di euro.

http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/16_dicembre_20/sequestrati-10-milioni-euro-il-denaro-veniva-ndrangheta-955080ea-c6a0-11e6-84f8-50724e442573.shtml 


16/11/16

                                              L'INCHIESTA MAMERTE
Articolo di Claudio Campesi, Il fatto quotidiano (web), 16 novembre 2016
Accento spiccatamente bresciano, lumezzanese per precisione, giacca blu e scarpe di pelle, ecco come si era presentato Giuseppe Piromalli, di origini calabresi (classe 1963), in una delle prime udienze del processo che lo vede imputato per associazione mafiosa assieme a Salvatore Rachele e Giovanni Tigranate. I tre sono stati rinviati a giudizio nel settembre del 2015, a seguito della conclusione dell’indagine “Mamerte”, perché accusati di aver costituito una locale di ‘ndrangheta nel territorio bresciano, precisamente in Valtrompia. Se le accuse del pm Paolo Savio, magistrato con un’esperienza decennale presso la locale Direzione distrettuale antimafia, venissero confermate, sarebbe una delle poche conferme giudiziarie della presenza di organizzazioni di stampo mafioso nella seconda città della Lombardia.
Il processo “Mamerte” vede imputati i tre calabresi, residenti a Lumezzane, e coinvolge più di trenta persone. Si divide in due filoni di indagine su fatti accaduti tra il 2007 e il 2008: uno concentrato su reati di natura finanziaria, di cui si sono occupati la Guardia di finanza e la polizia, e uno focalizzato invece sul reato di associazione mafiosa, di cui si sono occupati i carabinieri. Un universo, quello che emerge dal processo Mamerte, che vede la commistione di business tipicamente legati all’economia illecita e altri riconducibili alla cosiddetta zona grigia, l’infiltrazione nell’economia legale. Gli indagati di entrambi i filoni erano inizialmente 49, 14 dei quali accusati di associazione mafiosa, ma solo tre sono stati poi rinviati a giudizio per questo reato.
“Esplosivi e bancarotta fraudolenta, ecco la ‘ndrangheta a Brescia”. Le accuse per quelli finiti a processo spaziano dal 416 bis al traffico di stupefacenti, dalla detenzione di armi e materiale esplodente all’evasione fiscale, dalla bancarotta fraudolenta alla distruzione delle scritture contabili di aziende usate come cartiere per riciclare denaro. Per quanto riguarda il secondo ramo d’indagine, le operazioni condotte dal nucleo investigativo dei carabinieri del Comando provinciale di Brescia hanno documentato l’evoluzione del gruppo criminale che sarebbe stato operativo nel territorio della Valtrompia.
Capo indiscusso, secondo l’accusa, è Giovanni Tigranate (detto “zio Gianni”), il quale, attivo tra Lumezzane e Laureana di Borrello(Rc), proprio in virtù della sua posizione all’interno dell’organizzazione, avrebbe assegnato la carica di “Capobastone” a Salvatore Rachele, che nel frattempo svolgeva l’incarico di messo presso il Comune di Lumezzane. Quest’ultimo, riporta l’informativa dei carabinieri, sarebbe stato quindi il capo della “locale lumezzanese” con il compito di gestire le attività criminali del gruppo, indire le riunioni operative e punire eventuali “atteggiamenti indisciplinati”. A Giuseppe Piromalli spettava invece la funzione di “vicariato del vertice” e, da quanto emerge dalle indagini, sarebbe stato proprio lui a tentare di contrastare la leadership di Rachele per allargare il giro d’affari legato al traffico di stupefacenti. Il “salto di qualità” avrebbe beneficiato del sostegno di alcuni calabresi di Oppido Mamertina (Rc) e contigui, secondo l’accusa, alla ‘ndrina dei Feliciano. Da qui la decisione degli inquirenti di denominare l’indagine “Mamerte”.
Il summit di Orzinuovi e i legami con la banda della Magliana. L’incontro, secondo gli investigatori convocato per suggellare il patto criminale, si è tenuto in una cascina di Orzinuovi (Brescia) il 24 novembre del 2007, corredato dal tipico pranzo a base di carne di capra, per discutere delle future strategie criminali del gruppo che voleva sprovincializzarsi. La cascina era di proprietà di Domenicantonio Caia, anch’egli di Oppido, da poco uscito dal carcere dopo 17 anni di reclusione per associazione mafiosa e sequestro di persona a scopo di estorsione. Le testimonianze rese in aula alle prime battute del processo dai marescialli dei carabinieri, Mario Casciaro e Stefano Bedoni, hanno ricostruito l’operazione di pedinamento e di intercettazione, telefonica e ambientale, e hanno sottolineato l’esistenza, documentata, di altri incontri operativi che venivano convocati a scadenza mensile, salvo imprevisti.
A facilitare l’incontro di Orzinuovi, secondo gli inquirenti, sono il bresciano Luca Sirani (poi condannato a 5 anni e 6 mesi in abbreviato) e il mamertino Francesco Scullino (rinviato a giudizio), figure più volte messe sotto osservazione dall’autorità giudiziaria e ora legate al filone economico dell’operazione Mamerte. Ramo d’indagine, questo, sul quale ha fatto luce la testimonianza in aula degli uomini della Guardia di finanza. Sirani, secondo l’informativa degli investigatori bresciani, era in rapporti con l’ambiente della Banda della Magliana e in particolare con Antonio Nicoletti, figlio di Enrico (“Il secco” di Romanzo Criminale). Scullino, detto “Frank”, vanta un pedigree criminale che l’ha visto coinvolto nella gestione di sistemi di false fatturazioni e di illecite compensazioni attraverso l’utilizzo di società cartiere. Meccanismi che possono garantire enormi guadagni ad un costo-rischio giudiziario inferiore rispetto a quello legato al traffico di droga.
Sirani e Scullino, secondo l’accusa, sarebbero stati a capo di un sistema di società edili in odor di ‘ndrangheta che, attraverso prestanome e operazioni fiscali, si attivava per riciclare denaro. Si sarebbero infiltrati anche nella realizzazione di grandi opere quali alcuni lavori riguardanti la stazione metropolitana di Brescia, la Pedemontana e il casello autostradale di Brescia Centro.
“Fatture gonfiate con l’ex consigliere leghista”. Al summit di Orzinuovi era presente anche Vincenzo Natale (anche lui di Oppido) che è stato poi condannato nel febbraio 2015 perché coinvolto in un sistema di frode fiscale basato sul’utilizzo di società fittizie e di fatture gonfiate. Insieme a lui sono stati ritenuti colpevoli il fratello Rocco Natale e altri due fratelli Ennio (ex consigliere regionale leghista) e Renato Moretti.
Non è la prima volta che la provincia lombarda è teatro di inchieste sulla presenza di ‘ndrine operanti sul territorio: si pensi all’operazione “I fiori della notte di San Vito” (1994), che coinvolse anche le province di Milano, Como, Varese e Pavia, e dove ricorrono nomi che si ritrovano nell’attuale “Mamerte”; o a “’Nduja” (2005), dove però le accuse di 416 bis nel bresciano non hanno retto ai tre gradi di giudizio.

28/10/16

Processo Pesci

Articoli della Gazzetta di Mantova
25 e 26 ottobre 2016

Testimonianza dell'investigatore

Quasi nove ore sotto torchio. A ricostruire gli intrecci tra l'inchiesta Aemilia, che ha sgominato la 'ndrangheta nel Reggiano e l'indagine mantovana. Il luogotenente Camillo Calì, del nucleo investigativo di Piacenza, ieri ha testimoniato al processo Pesci, che nell'aula di palazzo Zanardelli a Brescia vede alla sbarra sedici persone accusate di far parte della cosca capeggiata da Nicolino Grande Aracri, dedite ad estorsioni e a maneggi per mettere le mani sull'economia mantovana, in particolare nel campo dell'edilizia. Calì, pungolato per diverse ore dal sostituto procuratore Paolo Savio (foto), ha raccontato con dovizia di particolari le attività di pedinamento e di intercettazioni di quelli che vengono considerati i puledri del boss, da Francesco Lamanna, ad Antonio Gualtieri. L'interrogatorio proseguirà oggi, con il controesame degli avvocati difensori. Al termine potrebbe cominciare la testimonianza di Giampaolo Stradiotto, ex socio di Antonio Muto nella società Ecologia e Sviluppo di Curtatone.

Testimonianza dell'imprenditore

L'imprenditore di Curtatone Giampaolo Stradiotto si è seduto ieri al posto del testimone al processo Pesci (in foto il giudice Villani), che vede ancora alla sbarra sedici persone accusate di far parte della cosca di 'ndrangheta di Nicolino Grande Aracri. Secondo la ricostruzione dei carabinieri mantovani, partiti dalle denunce di estorsioni e minacce, Stradiotto e Matteo Franzoni, allora soci di Antonio Muto nella società Ecologia e sviluppo, sarebbero stati costretti a cedere ad una ditta vicina alla cosca l'appalto per la costruzione di un complesso immobiliare a San Silvestro e di una villetta a Campitello. Per questi episodi Antonio Muto è stato assolto in primo grado ad aprile. Mentre è ancora a processo Antonio Rocca, il muratore di Borgo Virgilio. Contro la sentenza del giudice Vincenzo Nicolazzo la Procura di Brescia ha presentato ricorso in Appello.