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09/07/16

Processo Pesci: l'imprenditore minacciato di morte

Articoli tratti dalla Gazzetta di Mantova del 5 e 6 luglio

Udienza di lunedì 4 luglio

L'attacco a colpi di machete era annunciato. Sono stati controesami bollenti quelli sferrati a Paolo Signifredi dagli avvocati difensori degli imputati del processo Pesci, che vede alla sbarra la cosca capeggiata da Nicolino Grande Aracri. Signifredi, il contabile del clan, è ritenuto un personaggio chiave dai pm dell'antimafia di Brescia Claudia Moregola e Paolo Savio, che negli ultimi mesi hanno vagliato le sue dichiarazioni sugli affari della cosca di 'ndrangheta, alcune delle quali "suggerite" dall'ex compagno di carcere, e prima di merende, Antonio Rocca. Obiettivo dei difensori: screditare il pentito per sbriciolare le accuse. Il primo a sfoderare gli artigli è stato l'avvocato Luigi Antonio Comberiati, legale di Salvatore Muto, accusato, tra l'altro, di aver soffiato via i cantieri edili di Curtatone a Rocco Covelli, e di aver sottratto beni di altissimo valore economico, case e due auto di lusso, a Giordano Boschiroli, l'imprenditore cremasco già taglieggiato da altri calabresi. Comberiati ha messo sotto torchio l'affarista parmigiano, con una serie infinita, a tratti anche molto accesa, richiesta di riscontri e precisazioni. Stessa strategia seguita dagli altri avvocati, tra cui Massimo Leva, il difensore dell'imprenditore veronese del ferro Moreno Nicolis. Secondo l'accusa, la cosca avrebbe costretto Giacomo Marchio a consegnargli due appartamenti del valore di 250mila euro. «Lei non è stato neanche in grado di riconoscerlo» ha affermato Leva.

Udienza di martedì 5 luglio

«Ho paura. Sono stato minacciato da alcune delle persone che sono oggi a processo. Hanno minacciato di morte me e la mia famiglia». Gelano l’aula 67 del tribunale di Brescia le parole di Giordano Boschiroli, l’imprenditore chiamato dai pm a testimoniare le estorsioni da parte della cosca.
Il sostituto Paolo Savio lo prega di confermare quello che ha detto, di ripeterlo. E chiede al giudice di sospendere l’esame e di acquisire i verbali degli interrogatori a cui è già stato sottoposto. Una misura a tutela della veridicità della sua testimonianza, oggi inficiata dalla paura.
Gli sguardi sono puntati su Antonio Rocca il muratore di Borgo Virgilio e suSalvatore Muto, capocantiere nel cremonese, che in cambio della protezione contro altri calabresi che lo taglieggiavano, gli avrebbero strappato via case e auto. «Sei una merda, te le faccio pagare tutte, ti faccio venire addosso anche gli altri che tenevo buoni. Che, non volevano i soldi gli altri?».
Il giudice Gianfranco Villani si è riservato la decisione sull’acquisizione dei verbali, ma intanto ha ordinato la prosecuzione dell’interrogatorio. L’imprenditore, visibilmente spaventato, ha confermato, pur senza enfasi, le accuse verso i suoi aguzzini: ha ricordato un colloquio in auto con Rocca che si vantava di essere il referente del boss Grande Aracri per i cantieri mantovani, e lo stesso Rocca che avverte un altro estorsore: «Boschiroli lo devi lasciare stare».
Protezione a prezzo di centinaia di migliaia di euro. Ricorda di aver subito un tentativo di avvicinamento da Deanna Bignardi, mandata dal marito, già in cella, per piegarlo a miti consigli e una lettera uscita dal carcere di Voghera con lo stesso scopo: minacciarlo per costringerlo a fare dichiarazioni per scagionare gli estortori.(r.c.)

20/06/16

Udienza Pesci


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BRESCIA: «Franzoni aveva pagato un calabrese per far incendiare l'auto del figlio di Antonio Muto». Il fuoco come strumento di avvertimento duro, di minaccia, torna ad accendersi nel processo Pesci. È Paolo Signifredi, nel secondo giorno della sua testimonianza fiume, a puntare il dito anche contro l'imprenditore di Curtatone, ex socio di Muto (sempre al centro del processo nonostante sia stato assolto in primo grado) in Ecologia e sviluppo che ha denunciato le estorsioni e si è costituito parte civile al processo Pesci.
Il contabile addetto alla liquidazione delle società in guai economici per poi spartirsi i soldi con Antonio Rocca racconta dei roghi come pratica usuale a Curtatone. E al metodo duro avrebbe ceduto anche Matteo Franzoni.
GLI ARTIGLI SULLE SOCIETÀ. Un racconto sconcertante, quello di Signifredi sotto il fuoco delle domande dei pm Claudia Moregola e Paolo Savio. Sia quando ricorda le estorsioni ai danni di Giordano Boschiroli a cui vengono soffiati soldi, auto e proprietà, con minacce e schiaffoni, e con il lasciapassare del nome di Grande Aracri, sia quando inanella uno dopo l'altro i nomi delle imprese che Rocca gli passava per lo spolpamento.

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La Geco di Verona con cantieri a Porto Mantovano e a Cerese, che ingolosisce Rocca per il numero di immobili. Ai due titolari, Donà e Zara, viene promessa la salvezza. Cambio di nome e di sede legale e via allo spazzolamento. L'impresa non riesce fino in fondo, ricorda Signifredi, con la curtatonese “Vignali e Gagliardi” «due bravissime persone che si erano trovate in difficoltà». Il gatto e la volpe intervengono e dalle ceneri della società nasce la Stella costruzioni. «Vignali mi diede 20mila euro, che ho spartito con Rocca». Ma per “colpa" di un elettricista ci fu comunque il fallimento. «Rocca però mi raccontò in carcere di aver estorto a Vignali altri 7mila euro». Rocca aveva puntato anche la Monfardini, colosso mantovano del cemento, in un momento di crisi, «ma dopo qualche abboccamento non se ne fece nulla».
IL PIANO ESTORSIONI. «Non faccio il nome di Luca Rossi per l'inchiesta Pesci. Così dopo gli vado a chiedere dei soldi». Il silenzio come merce di scambio: era questo in cella il piano di Rocca secondo Signifredi. Oggi il muratore di Borgo Virgilio scuote la testa e ride, dentro la gabbia dell'aula 67 di palazzo Zanardelli. Come se ascoltasse barzellette. Rossi aveva bisogno di una soluzione per salvare la sua società e Rocca, secondo il solito copione, gli aveva portato il mago Signifredi.
«Poi però non se ne fece nulla. E Rossi cercava di schivarlo perché gli doveva dei soldi». Rossi finisce nell'inchiesta Aemilia per la truffa delle piastrelle, in concorso proprio con Rocca, che cerca di fargli arrivare il messaggio: quando esco scuci dei soldi, sennò oltre che a Bologna vieni in gita con me anche a Brescia». Rocca non perde occasione per vantarsi, ricorda Signifredi, delle sue conoscenze altolocate, con lui e con altri carcerati. Parla con dovizia di particolari di una festa a Buscoldo, nel 2010, organizzata da Muto dopo l'elezione di Nicola Sodano. Una festa dove «vennero sparati anche dei colpi di pistola in aria per festeggiare la vittoria di Sodano, alla faccia dei comunisti».
Erano tutti soddisfatti del risultato, «soprattutto Muto che si considerava l'artefice della scalata di Sodano». Per procacciarsi voti, e farlo eleggere, Muto, racconta sempre Rocca a Signifredi, «aveva mosso certe sue amicizie romane». Ora «attendiamo che ci dia lavoro. Lui a Mantova e l'altro fatto eleggere a Virgilio, Alessandro Beduschi». È il sindaco - che però nega di conoscere Rocca - del paese dove abita il muratore. Anche la sua elezione, dice Rocca a Signifredi, «è stata appoggiata all’80% per poter poi avere degli appalti». Ma a Virgilio Rocca era restato a bocca asciutta, e nemmeno Muto, ai piani più alti, aveva ottenuto lottizzazioni. Il muratore voleva tornare alla carica.
IL VERO E IL FALSO. Quello che Signifredi sa per averlo vissuto e quello che gli ha raccontato e dettato Rocca nel piano scellerato per autoassolversi. Fogli e fogli scritti a mano in cui ci sono «50 verità e quattro minchiate». Su questi distinguo si sono impuntati gli avvocati delle difese, capitanati dal loro guru, il legale di Rocca. Un Salvatore Staiano in assetto di guerra che ha già annunciato un controesame all'ultimo sangue.

01/06/16

L'investigatore in aula: «Lagocastello era del clan»

Articolo della Gazzetta di Mantova
31 maggio 2016
Il pm Paolo Savio e, sul banco dei...
di Rossella Canadè 
BRESCIA. «Antonio Muto era arrivato a Mantova da Cutro negli anni ’90 come muratore. Poi è cresciuto fino a diventare un immobiliarista con le mani sui principali cantieri della città. E non solo a Curtatone. Puntava molto alto». E sono quei luoghi alti a cui fa cenno il luogotenente Giampiero Noli - l’investigatore dei carabinieri sentito lunedì 30 maggio in udienza a Brescia - ad interessare la Procura antimafia. Piazzale Mondadori, il progetto del parcheggio sull'A22 e Lagocastello. Che, spedita sul treno per Roma insieme ai sette imputati dal gip Vincenzo Nicolazzo, rientra, ancora una volta, nel processo Pesci.
I pm Claudia Moregola e Paolo Savio non mollano. Digerire lo spacchettamento del filone corruzioni dal faldone principale e l’assoluzione di Muto non significa rinunciare al teorema accusatorio: «Parte dei soldi di Lagocastello sarebbe finita nelle casse della cosca e del boss Nicolino Grande Aracri. Per questo Muto sponsorizzò l'elezione di Nicola Sodano a sindaco: gli serviva per sbloccare gli appalti per foraggiare la cosca. Antonio Muto è la cerniera fondamentale tra il boss e Sodano». Lo dice chiaro, il pm Savio, pestando sulle parole anche con i piedi, nella replica tagliente a Gregorio Viscomi, difensore di Grande Aracri.
L'avvocato aveva interrotto la deposizione dell'investigatore dei carabinieri perché ritenuta irrilevante in questo processo: «Si parla di persone imputate nel procedimento a Roma, Sodano e gli altri. La sentenza del Gup ha ritenuto insussistente la connessione delle loro accuse di corruzione con la ’ndrangheta. Non sono a processo qui, stiamo perdendo tempo». La corte però è di tutt'altro avviso. Dopo meno di mezzora di camera di consiglio, i giudici Gianfranco Villani, Ivano Brigantini e Ilaria Rosati tornano in aula con il responso: Lagocastello c'entra eccome.
E Noli, appunti alla mano, può continuare con il racconto di un'indagine durata un anno e mezzo, partita dagli incendi del 2010, agganciata alle denunce degli imprenditori vittime delle estorsioni, supportata da intercettazioni telefoniche e ambientali e suole di scarpe e occhi consumati negli appostamenti. Muto, chiarisce il carabiniere, con affari e relazioni ben oliate è finito subito nel mirino delle indagini. «Abbiamo intravisto le agevolazioni che gli avevano concesso gli amministratori del territorio, in cambio di case acquistate a ottimi prezzi e al sostegno alle campagne elettorali». E nomina gli ex sindaci di Curtatone GattiBadolato, ad esempio.
L'affare ghiotto, però, è Lagocastello, l'area sulla sponda sinistra del lago sulla cui edificabilità però il ministero ha opposto un secco niet. Un boccone amaro per Muto, che tenta di tutto per mettervi le ruspe. «Dalle intercettazioni emergeva che voleva attivare ogni canale per risolvere la vicenda a suo favore». E coinvolge Sodano: l'architetto, nel 2008 sostenitore del vincolo paesaggistico sull'area, va portato dalla sua parte. Meglio se potrà combattere da sindaco.
Il resto è storia: il voltafaccia di Sodano, i ricorsi, gli incontri nei palazzi romani, le battaglie al Tar e al Consiglio di Stato. «Muto voleva arrivare a Roma e cercava canali per trovare una soluzione». I carabinieri lo seguono passo dopo passo: nei contatti attraverso Antonio Rocca con Nicolino Grande Aracri, che viene intercettato dai carabinieri di Catanzaro mentre parla di «Totò Muto che a Mantova è uno dei nostri», verificano l'imposizione delle ditte amiche nei cantieri, e nei contatti, sempre più frequenti, con Sodano e altri personaggi altolocati che impareranno a conoscere: «Bonferroni, ex senatore, Tarcisio Zobbi, già coinvolto in un'indagine per compravendita di voti, il faccendiereAttilio Fanini, invischiato in un crac pesante, Luigi Grillo, senatore amico di Berlusconi, arrestato per le tangenti Expo, e Pasquale De Lise, presidente del Consiglio di Stato».
È qui che bisogna muoversi per avere carta bianca su Lagocastello. «Cercavano di fare un tavolo tecnico al ministero prima della sentenza e con Sodano studiavano la riperimetrazione del Parco del Mincio. Il sindaco elaborava più progetti con diverse soluzioni a seconda delle richieste degli interlocutori di Muto. Nik Sodano, come si firmava nei messaggi e nelle mail, era a completa disposizione del costruttore». Interlocutori da foraggiare con «fatturine», come le chiama Bonferroni, che ne incassa due da 52mila euro nel giro di qualche giorno «Il 21 maggio 2012 al casello di Mantova nord Muto ha consegnato a Fanini 10mila euro in contanti. Secondo quanto abbiamo accertato sono finiti nelle tasche di Grillo».

26/05/16

Il teste dell’accusa ritratta

di Rossella Canadè
Gazzetta di Mantova
24 maggio 2016

Società fittizie, create a bella posta per arraffare macchinari edili da rivendere al mercato nero, ripulire soldi sporchi e far girare fatture false. Un giochetto che la cosca utilizzava spesso, grazie alla complicità di inconsapevoli balordi, spesso tossicodipendenti pescati sulle porte delle comunità o nei bar sgarrupati delle periferie, reclutati come teste di legno. Flavio Montini, classe ’65, utilizzatore di sostanze stupefacenti "fino all'altra sera" è uno di loro. Lo aveva ammesso, messo alle strette, ma neanche tanto, davanti ai poliziotti della squadra mobile cremonese che lo avevano interrogato dopo una banalissima denuncia per appropriazione indebita. Particolari, dettagli, che avevano dato la stura alle indagini sui traffici di Francesco Lamanna e Salvatore Muto nella zona a cavallo tra Mantovano e Cremonese. Ieri la sorpresa: Montini, arrivato all'udienza Pesci con accompagnamento coatto, «la scorsa volta mi era proprio scappato di mente» ha ammesso candido, ha ritrattato tutto. «Non sono un collaboratore di giustizia - ha proclamato - e non ho mai detto nulla. Da ubriaco poi ho firmato tante di quelle cose che non me le ricordo più». Le firme sui verbali, giura, «non sono le mie. Qualcuno le ha imitate». Un'accusa precisa nei confronti della polizia, che l'ispettore Pietro Paolo Bonetti, al banco dei testimoni dopo di lui, smentirà a chiare lettere. «E' stato lui a raccontarci tutto, e il verbale l'ha firmato».
Peccato che quella carta non possa essere utilizzata neanche per le contestazioni: il verbale è nullo, perché Montini, già indagato, avrebbe dovuto essere assistito da un avvocato. Lo chiede Luigi Antonio Comberiati, difensore di Salvatore Muto e poco dopo lo sancisce inequivocabilmente il giudice Gianfranco Villani al termine di una breve camera di consiglio. Come se non avesse detto nulla, in sostanza. E c'è da aspettarsi che non lo ripeta mai più. Ne sono convinti i pubblici ministeri Claudia Moregola e Paolo Savio: Montini ha paura, è stato minacciato. E l'assenza nella scorsa udienza non è stata una dimenticanza. Lui nega, «non ho paura neanche di un leone», ma non convince nessuno. Non convince il suo tono saccente quando racconta di aver creato lui, dedito ad alcol e droga da sempre, l'impresa edile Torrazzo scavi, di non aver mai pagato i macchinari noleggiati e di non sapere che fine abbiano fatto. «Lamanna so chi è perché l'ho visto sul giornale» afferma. Peccato che siano stati visti più volte insieme e trovati nella stessa auto durante un controllo della polizia, conferma Bonetti, che ha ricostruito i mesi di appostamenti e indagini in cui era emerso anche il ruolo di Giorgio Gobbi, ucciso dal cognato nell'azienda di Viadana, come uomo di fiducia di Lamanna.
Il voltafaccia di Montini, non resterà impunito: i pm hanno chiesto la trasmissione degli atti alla Procura per calunnia e falsa testimonianza.
Lunedì e martedì siederanno sul banco dei testimoni gli imprenditori che hanno denunciato le estorsioni dei bracci armati della cosca.

25/05/16

Traffico di rifiuti pericolosi, i Ros sequestrano la Valferro

Articolo del Corriere della sera Brescia:
Fotogramma/Brescia
Off limits: l’impianto produttivo della Valferro srl, a Prevalle, è stato sottoposto a sequestro preventivo dai carabinieri del Ros, in esecuzione di un provvedimento del gip del tribunale di Brescia. L’accusa: la società gestiva metalli speciali pericolosi, carichi di Pcb, senza attestazione analitica e li miscelava con altri rifiuti. L’inchiesta dei Ros è iniziata a dicembre 2014: gli investigatori hanno potuto accertare la ricezione di rottami, lo smistamento a cielo aperto e il successivo carico su camion diretti in altre aziende. Il giudice ha anche disposto la nomina di un amministratore giudiziario e la misura interdittiva del divieto temporaneo di esercitare gli uffici di persone giuridiche e imprese nei confronti del proprietario della società Gianfranco Sanca e del figlio Stefano. I due sono indagati, insieme ad altre 15 persone, per associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti speciali pericolosi. Il sequestro dell’impianto della società, richiesto dalla procura distrettuale antimafia di Brescia, giunge al termine di un’indagine del Ros, che ha «documentato - affermano i carabinieri - il meccanismo attraverso il quale la Valferro srl, attiva nel settore della raccolta di materiali ferrosi, smaltiva ingenti quantitativi di scorie contenenti pbc (policlorobifenili), occultandoli tra i carichi destinati al conferimento presso le acciaierie, con il conseguente abbattimento dei costi di smaltimento previsti per i rifiuti speciali pericolosi».