Mappa delle allerte in provincia di Brescia.

Clicca sulla mappa e scopri quali sono le allerte in provincia di Brescia e
dintorni, dove sono presenti i beni confiscati, dove c'è stato smaltimento illecito di rifiuti o un rogo doloso. Tutti gli eventi sono tracciati e tenuti aggiornati dallo staff della rete.

22/06/17

Processo Pesci, chiusa la sfilata dei testimoni

Lunedì 26 giugno comincerà la requisitoria dei Pm Claudia Moregola e Paolo Savio, che occuperà più di un’udienza
Articolo della Gazzetta di Mantova
20 giugno 2017
BRESCIA. Giù il sipario sulla sfilata dei testimoni continuata per oltre un anno al processo Pesci, che vede alla sbarra il boss della ’ndrangheta cutrese Nicolino Grande Aracri e altre quindici persone accusate di aver curato i suoi affari nel Mantovano attraverso minacce ed estorsioni nei confronti di diversi imprenditori edili.
Un’udienza fiume, quella di lunedì, nel corso della quale è stato interrogato, attraverso un collegamento in videoconferenza, il titolare dell’hotel Park Jonio di Steccato di Cutro, dove, secondo un racconto molto circostanziato di Paolo Signifredi, il contabile di Grande Aracri ora entrato nel programma di protezione dei pentiti, avrebbe avuto luogo un summit mafioso capeggiato dal boss in persona. Sono stati poi approfonditi con i carabinieri del nucleo investigativo di Mantova alcuni aspetti inerenti il corposo plico delle intercettazioni, che costituisce il nocciolo delle indagini. Lunedì 26 giugno comincerà la requisitoria dei Pm Claudia Moregola Paolo Savio, che occuperà più di un’udienza. (r.c.)

21/06/17

Notizie relative ad Antonio Muto, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa nel processo Pesci relativo alla cosca di 'ndrangheta operativa nel mantovano e facente capo a Nicolino Grande Aracri, a processo con rito abbreviato è stato assolto in primo grado
Articolo della Gazzetta di Mantova di martedì 20 giuno 2017
MANTOVA. Nuovi guai con la giustizia per il costruttore Antonio Muto. Il Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Mantova martedì 20 giugno ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere richiesta dal procuratore Manuela Fasolato e dal sostituto procuratore Giacomo Pestelli, ed emessa dal Gip Matteo Grimaldi, nei confronti dell’imprenditore edile. I reati contestati ad Antonio Muto sono bancarotta fraudolenta patrimoniale aggravata ed operazioni dolose da falso in bilancio.
"L’attività di indagine, coordinata dalla Procura di Mantova - scrive la Guardia di Finanza in un comunicato -, ha avuto origine dal fallimento della società “Le Costruzioni s.r.l.”, dichiarato nel giugno 2016, della quale Muto era stato socio e amministratore unico, e ha visto impegnati i militari del Nucleo di Polizia Tributaria nell’esecuzione di approfonditi e capillari accertamenti che hanno permesso di ricostruire compiutamente le intricate vicende della società. L’esito degli accertamenti ha consentito in particolar modo di mettere in luce l’esistenza di una corposa operazione finanziaria: Muto ha sottratto alle casse delle Costruzioni, fallita, 3 milioni e 878mila 750 euro.Dalle indagini è emerso che il gruzzolo era stato versato in favore della società “Lagocastello Immobiliare srl", l'altra società di cui Muto era socio e amministratore, per l'acquisto di alcune unità immobiliari ancora da costruire sullalottizzazione dell’area sulla sponda sinistra del Mincio davanti al Castello di San Giorgio. Per i soldi versati non esiste la stipula di alcun patto scritto e, soprattutto, l'operazione immobiliare, come noto, non è mai stata portata a termine, dopo che l’autorizzazione alla realizzazione delle opere di edificazione ed urbanizzazione era stata revocata dal Comune di Mantova già nel novembre 2005 e poi il Consiglio di Stato aveva sancito l’inedificabilità assoluta dell’intera area.
Muto aveva asservito totalmente le sorti della società “Le costruzioni s.r.l.” al soddisfacimento esclusivo degli interessi economici della Lagocastello che in questo modo, con  i soldi incassati, poteva rientrare dai debiti con le banche, evitando a Muto, socio unico, di scucirli di tasca propria.
Le indagini condotte dalla Procura della Repubblica di Mantova hanno consentito anche di appurare come, nell’ambito della stessa società, il re del mattone avesse inoltre predisposto falsi bilanci societari occultando le rilevanti perdite in cui Le Costruzioni era incorsa nell’arco del tempo,peri mantenerla artificiosamente in vita. In particolare nei bilanci societari faceva figurare come voci attive crediti verso clienti ormai inesigibili da tempo, per l’ammontare complessivo di 821.222,19 euro. Tale condotta ha consentito in particolare all’imprenditore di impedire che emergessero subito le perdite registrate dalla società e di non rendere palese  la completa erosione del suo capitale sociale, eludendo così gli obblighi di ripianamento delle perdite e di ricostituzione del capitale sociale ed il conseguente dovere di scioglimento e messa in liquidazione della società. in questo modo ne ha aggravato il dissesto.
Gli accertamenti condotti dalle Fiamme Gialle hanno evidenziato come la società avesse conseguito imponenti perdite d’esercizio fin dall’anno 2012 (rispettivamente per € 236.526 nell’anno 2012, per € 51.443,00 nell’anno 2013, per € 3.522.643 nell’anno 2014 e per € 834.309 nell’anno 2015) ed avesse altresì accumulato una enorme esposizione debitoria oscillante tra € 19 milioni e € 21,5 milioni (principalmente nei confronti di banche, fornitori ed Erario) che avevano determinato un passivo di quasi € 22 milioni nel 2012, € 20 milioni nel 2013, € 17,5 milioni nel 2014 e nel 2015 ed € 13,7 milioni nel 2016.
A seguito delle capillari indagini delle Fiamme Gialle, la Procura della Repubblica ha richiesto ed ottenuto l'8 giugno scorso dal Tribunale di Mantova il fallimento di altra società immobiliare di cui Muto è socio ed amministratore unico – la “Immobiliare Edera srl.”. Per queste vicende il costruttore è stato accusato di averne aggravato il dissesto astenendosi dal richiederne il fallimento, nonostante anche tale società fosse stata costantemente in perdita fin dall’anno 2010, avendo conseguito imponenti perdite d’esercizio (rispettivamente per € 130.065 nell’anno 2010, per € 96.207 nell’anno 2011, per € 75.606 nell’anno 2012, per € 488.505 nell’anno 2013, per € 977.687 nell’anno 2014 e per € 684.983 nell’anno 2015), e che la medesima avesse accumulato una enorme esposizione debitoria, a cavallo tra il 2010 e il 2013, oscillante tra € 15,3 milioni e € 24,4 milioni (principalmente nei confronti di banche, fornitori ed erario)

17/03/17

Processo Mamerte: assolti gli imputati per associazione mafiosa. Cosa è accaduto?

IL PROCESSO
L’anno scorso iniziava il processo scaturito dall’indagine denominata Mamerte di cui vi avevamo parlato in un post precedente. L'inchiesta riguarda fatti accaduti fra il 2007 e 2008 ed è strutturata in due filoni principali: una parte dedicata al 416-bis, indagine condotta dai Carabinieri, e una seconda parte condotta dalla Polizia di Stato e Guardia di finanza, rivolta a reati economici. Nel Febbraio 2016 iniziava quindi il processo.

1. Come era iniziato il processo legato al reato di associazione mafiosa a Brescia?
Inizialmente sono state rinviate a giudizio tre persone (Giuseppe Piromalli, Salvatore Rachele e Giovanni Tigranate)  a cui è stato contestato il reato di associazione mafiosa, ex art. 416 – bis c.p., e il giudice viene chiamato a verificare la sussistenza degli elementi costitutivi dell'associazione di stampo mafioso. In una seconda fase viene imputato, per la stessa fattispecie di reato ed in concorso con gli altri tre, anche Giuseppe Quaranta.
Un capo indiscusso, secondo l’accusa, sarebbe Giovanni Tigranate (detto “zio Gianni”), il quale, attivo tra Lumezzane e Laureana di Borrello (Rc), proprio in virtù della sua posizione all’interno del sodalizio, avrebbe assegnato la carica di “Capobastone” a Salvatore Rachele, che nel frattempo svolgeva l’incarico di messo presso il Comune di Lumezzane. Quest’ultimo, riporta l’informativa dei Carabinieri, sarebbe stato quindi il capo della “locale lumezzanese” con il compito di gestire le attività criminali del gruppo, indire le riunioni operative e punire eventuali “atteggiamenti indisciplinati”. A Giuseppe Piromalli spettava invece la funzione di “vicariato del vertice” e, da quanto emerge dalle indagini, sarebbe stato proprio lui a tentare di contrastare la leadership di Rachele” come racconteremo in seguito.
Una valutazione positiva delle ipotesi accusatorie, e la conferma nei successivi gradi di giudizio, avrebbe costituito una delle poche sentenze giudiziarie che certifica la presenza di gruppi criminali di stampo mafioso sul territorio bresciano.
L'esito del processo, però, ha visto un ribaltamento delle accuse: Paolo Savio infatti, pm titolare delle indagini e con un esperienza decennale nella dda bresciana, durante la requisitoria in aula ha chiesto al giudice l’assoluzione per i 4 imputati “perché il fatto non sussiste”. Richiesta accolta dal Tribunale. È importante in questo caso separare chiaramente il profilo giudiziario del processo da quello che può interessare un'analisi di tipo sociologico dei fatti ivi contenuti. Nonostante le assoluzioni, i fatti emersi dalle indagini delle forze dell’ordine impegnate nell’operazione Mamerte, coordinati dal pm e corroborati da altri accertamenti di operazioni precedenti, pongono in risalto dinamiche e relazioni allarmanti che cercheremo di illustrare.

2. I fatti.
L'indagine, denominata Mamerte (il riferimento è al gruppo di Calabresi di Oppido Mamertina,  Infra), racconta l' evoluzione di un gruppo criminale originario della Valtrompia dedito al traffico di sostanze stupefacenti. Nello specifico si segnala la presenza di tre sottogruppi, uno dei quali, allo scopo di ampliare il proprio business, ha cominciato a rapportarsi con i Mamertini, personaggi legati alla 'ndrangheta calabrese. Secondo gli inquirenti, il fine sarebbe stato la creazione di una locale di ‘ndrangheta con cui controllare il settore degli stupefacenti e prendere il sopravvento rispetto alle altre realtà criminali del territorio nonché l’intenzione di abbracciare affari nuovi e più redditizi (anche in termini di rischi giudiziari): si pensi al settore del riciclaggio, alla costituzione di società cartiere, all’evasione delle imposte ecc…

LOCALI NEL BRESCIANO E OPERAZIONI ANTIMAFIA
Sottolineiamo l’importanza di un gergo specifico ‘ndranghetista che sarà utile anche a meglio comprendere il seguito.
La Locale è l'unità base dell'organizzazione criminale 'ndrangheta: stiamo parlando di un'unione di famiglie, confederate al fine di controllare un determinato territorio e i suoi business. La zona della Valtrompia non è nuova a questi scenari.

1. Operazione “Notte dei fiori di San Vito”
Già nel 1994, con l'operazione giudiziaria "Notte dei fiori di San Vito", si venne a conoscenza della presenza di una locale di 'ndrangheta sul territorio. L'indagine era rivolta contro il clan Mazzaferro che aveva come centro operativo principale il capoluogo lombardo. In particolare l’operazione portò all’esecuzione di più di 350 ordini di cattura e ben 17 ordinanze di custodia coinvolsero soggetti residenti tra Brescia e provincia. L’apparato organizzativo era composto da esponenti di famiglie di ‘ndrangheta che, mimetizzandosi nei flussi migratori sud-nord di quell’epoca, avviarono traffici illeciti nelle province settentrionali (Milano, Como, Varese, Brescia).
Il lago di Garda, nello specifico, costituiva il luogo privilegiato per il reinvestimento dei proventi illeciti delle cosche derivanti dal traffico di armi e droga, dal racket e dai sequestri di persona.
Dalle indagini era emerso inoltre come membri di rilievo del clan fossero a capo proprio della locale di Lumezzane. A capo del presunto locale di ‘ndrangheta lumezzanese, secondo le indagini, ci sarebbe stato Giovanni Maduli, di Taurianova (Rc) e residente a Sarezzo, coinvolto in reati tipicamente mafiosi. A suo fianco si evidenziavano i nomi di Giulio Cuppari e Giuseppe Romeo, nato a Galatro, Rc, e residente a Lumezzane, e coinvolto nell’operazione Centauro che riguardava un grosso giro di droga in Val Trompia. Alcuni di essi, a distanza di quindici anni, sono coinvolti nelle attuali vicende: fra cui Giuseppe Piromalli e Giovanni Tigranate.

2. Operazione “Centauro”
La compagnia dei Carabinieri di Gardone Val Trompia nel 2008 concludeva le indagini e, assieme alla Dda bresciana, iniziava il processo che si è concluso poi nel 2011 con 24 condanne e 7 assoluzioni. L’accusa principale è quella di aver costituito un’associazione a delinquere finalizzata alla gestione di un imponente traffico di stupefacenti che dalla Calabria giungevano in Val Trompia. Traffico di cocaina che si avvaleva anche del savoir faire di alcune famiglie calabresi in odor di ‘ndrangheta residenti in Val Gobbia. Tra i soggetti coinvolti, e che ritroviamo in Mamerte, c’è Giuseppe Piromalli.
L’operazione Centauro, secondo gli inquirenti, rappresenta una sorta di antefatto di Mamerte sia perché le due operazioni trattano di uno stesso periodo storico “sia in quanto i personaggi adesso indagati sono protagonisti di un’evoluzione consociativa di grande rilievo. L’indagine, infatti, assume la denominazione “Mamerte” in quanto testimonia il passaggio, principalmente preteso da Piromalli Giuseppe, dal “provincialismo” del gruppo Romeo-Aguì (indagato in “Centauro”) ad una dimensione operativa più estesa, caratterizzata da progetti illeciti velleitari, di più ampio respiro e volume di cui si è cercata la realizzazione attraverso contatti ed accordi intessuti con calabresi originari di Oppido Mamertina appartenenti o contigui alla cosca Feliciano della frazione di Messignadi, di cui diversi rappresentanti si sono stabiliti da almeno un decennio in alcuni paesi dell’ovest bresciano (Rudiano, Chiari, Roccafranca, Orzinuovi)”.

LE SIMBOLOGIE E IL CONTESTO MAFIOSO
1. Orzinuovi: summit e capretti
Il 27 Novembre del 2007, presso un cascinale orceano, si è tenuto quello che potrebbe apparire come un semplice ritrovo conviviale tra conoscenti; in realtà questo incontro, come altri tenutisi a scadenza periodica, rappresenta un vero e proprio summit mafioso, utile a stringere alleanze e ad elaborare nuove strategie operative per il sodalizio criminale.
In quell'occasione, secondo gli inquirenti, sarebbe nato il proposito di dar vita a una locale di 'ndrangheta e di stringere un'alleanza con dei calabresi di Oppido Mamertina.
È stato un evento che ha avuto risalto sulla stampa locale per il ritrovamento di un capretto, sgozzato; fatto che fa subito pensare alla 'ndrangheta e ai suoi riti e simbologie arcaiche. Colui che ha reso possibile l'avvicinamento fra i due gruppi ed è stato essenziale nell'organizzazione del summit è Luca Sirani: originario di Chiari e coinvolto in vicende giudiziarie comprendenti reati quali riciclaggio, associazione di stampo mafioso e in particolare anche collegamenti con la Banda della Magliana, è stato in rapporti con Antonio Nicoletti,  il figlio di Enrico (il “secco” di Romanzo criminale).
Sirani, assieme a Francesco Scullino, è tra i protagonisti del filone dell'inchiesta legato alla criminalità economica. Luca Sirani è stato condannato in abbreviato a 5 anni e sei mesi (Alfredo Pelligra a 2 anni)mentre Scullino è stato rinviato a giudizio per 416 semplice (associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati fiscali). Non ha retto però al primo grado di giudizio l’accusa di associazione a delinquere semplice, finalizzata alla commissione di reati fiscali, di riciclaggio e fallimentari, a carico di Scullino, Isabella Sirani, Erika Carera e Alfredo Pelligra, tutti assolti perché “il fatto non sussiste”.  Infine, dei rinviati a giudizio, con la sentenza, sette sono stati assolti e due condannati: Marco Plebani (2 anni e 11 mesi) e Francesco Scullino (4 anni e 6 mesi) per reati legati all’evasione di imposte sui redditi di società edili loro intestate e per reati tributari legati all’utilizzo di “F24” fittizi, le cosiddette illecite compensazioni. 
Tornando all’analisi del contesto ambientale del ritrovo del 24 Novembre, tra i presenti al summit di Orzinuovi si registra la presenza di Vincenzo Natale che assieme al fratello Rocco, come emerge da un altro procedimento giunto al primo grado di giudizio, è protagonista  dell'universo Conar: I due sono calabresi di Oppido Mamertina e sono considerati vicini alla 'ndrangheta locale. Nel processo a loro carico sono stati condannati nel luglio scorso in quanto assieme ai fratelli Moretti, Ennio e Renato (il primo ex consigliere regionale della Lega nord), erano parte di un meccanismo associativo finalizzato alla commissione di reati tributari  realizzati avvalendosi di società cartiere.
Il summit di Orzinuovi lega, quindi sia i presunti mafiosi calabresi, desiderosi di espandere i propri traffici di droga, sia alcune figure, diciamo pulite,  con interessi nell'economia legale e anche in politica. Si tratta di due mondi, quello dell'illecito e quello del mercato legale, che dialogano e si alimentano a vicenda.

2. Contrasti interni al gruppo e riferimento al Locale di ‘ndrangheta
Ad offrirci un interessante spaccato del contesto in cui si muovevano gli imputati interviene un evento particolare. Il 12 Febbraio del 2008, Giuseppe Piromalli, Damiano Gallace, Gregorio Riganò, Francesco Scullino e Antonio Taverniti si recavano a Genova per presenziare al funerale di Antonio Rampino, come le tradizioni di ‘ndrangheta insegnano in ossequio ad un reciproco rispetto tra famiglie. Rampino è un anziano ‘ndranghetista coinvolto negli anni 2000 nell’indagine “Maglio” nella quale veniva ritenuto essere a capo della Locale di Genova.
Piromalli e Gallace, intercettati, stanno discutendo per organizzare un carico ingente di droga e da lì si lasciano andare a considerazioni con le quali appare evidente la messa in discussione della leadership del presunto capobastone della Locale lumezzanese, Rachele Salvatore.

Giuseppe Piromalli: Turi...rinunciamo a Turi...(RACHELE Salvatore – ndr) a noi non ci piace qual è la sua convinzione...perché abbiamo questa convinzione che ci hai portato tu (riferito a TIGRANATE - ndr), non ce la siamo fatta noi...” così quasi, quasi ... mi metto un"LOCALE" proprio...però tutti d'accordo e ci distacchiamo ... Così ci prendiamo questo, ci facciamo anche la Val Sabbia...con un nuovo "LOCALE" a Sarezzo...in qualsiasi posto ci apriamo, ci apriamo un LOCALE per noi..

Il termine usato da Piromalli è espressione del prima richiamato gergo ‘ndranghetista. Esiste poi un richiamo indiretto a quelle che sono le strutture e le modalità di organizzazione della ‘ndrangheta (così come la maxi operazione Crimine-Infinito del 2010 ha certificato anche giudiziariamente) nelle doglianze di Piromalli che, per poter dar vita al proprio sodalizio criminale, necessita del benestare di alcune figure calabresi, in particolare di Giovanni Tigranate (vedi primo paragrafo).

CONCLUSIONI
Come da premessa, i quattro imputati sono stati assolti dall'accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso: lo stesso pm ne ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste. Sono mancate, in buona sostanza, le prove necessarie a dimostrare l’esistenza di un sodalizio mafioso, operativo a Lumezzane.
Affinché possa dirsi che c'è un'organizzazione mafiosa, rilevante sotto il profilo penale, deve esistere un gruppo criminale che per la sola propria “fama criminale” sia in grado di esercitare una forza d'intimidazione tale da produrre sul territorio le condizioni di assoggettamento e omertà. Se fossimo in un territorio di tradizionale insediamento di organizzazioni mafiose, la prova di questi requisiti sarebbe molto più agevole, viste le tipiche condizioni ambientali. Mentre in una provincia come quella bresciana, elementi di prova idonei a sostenere un accusa in regioni come Sicilia, Calabria, Campania, si rivelano insufficienti.
Se questa è la prospettiva giuridica, quello che a noi interessa studiare è il contesto bresciano. Siamo ben consapevoli delle differenze enormi che passano fra il un radicamento mafioso consolidato, come è quello delle mafie storiche nei territori d’origine, ed il fenomeno della colonizzazione dei territori del nord Italia. L'indagine Mamerte, come abbiamo visto, si colloca su un'esperienza decennale fatta di indagini e processi che hanno accertato la presenza di figure legate ai clan. L'interesse che li ha condotti in provincia di Brescia è prevalentemente economico: si passa dalla ricerca del profitto legata al traffico di sostanze stupefacenti, al reimpiego di capitali nell'economia legale.
Quest'ultima strada consente alle famiglie di intraprendere attività già di per sé molto remunerative, entrando in contatto con altri tipi di criminalità economica non mafiosa, ma che costituisce una forte zona grigia dove i vari interessi si incontrano. Inoltre, all'occorrenza, l'organizzazione mafiosa può tornare a sfruttare la propria capacità peculiare, ovvero quel metodo fatto di violenze e minacce, per realizzare una vera e propria concorrenza sleale.
Questo modus operandi appare consolidato alla luce degli esisti di importanti inchieste giudiziarie che hanno interessato diverse provincie lombarde, una su tutte Milano, e delle conclusioni di autorevoli studi sulla criminalità organizzata. Inoltre, organizzazioni criminali come la 'ndrangheta, sono caratterizzate da una naturale propensione all'espansione oltre i confini dei luoghi di provenienza, non solo al fine di riutilizzo di capitali illeciti, ma soprattutto per conquistare nuovi territori. Sono tutti elementi di conoscenza del fenomeno che, alla luce delle circostanze di cui stiamo parlando, devono quanto meno mettere in guardia rispetto al pericolo che si corre.

Quindi, ripartendo dai fatti oggetto dell'indagine Mamerte, possono cogliersi riferimenti a usi e costumi riconducibili ad una tradizione 'ndranghesta: il capretto sgozzato e il santino bruciato rinvenuti nella Cascina di Orzinuovi, i continui riferimenti ad una “Locale”, sono il segnale della presenza anche sul territorio bresciano di dinamiche ben note, che comunque ad oggi non hanno probabilmente raggiunto un livello di controllo del territorio tale poter integrare il delitto di associazione mafiosa. Ma hanno trovato un contesto idoneo alla conclusione di affari, leciti ed illeciti, e quindi funzionale all'accumulazione di ricchezze.

12/03/17

Articolo di Claudio Campesi
Il Fatto Quotidiano.it, 10 marzo 2017

Brescia, cadute tutte le accuse di ‘ndrangheta al processo Mamerte. Due condanne per reati tributari

Cadono tutte le accuse di mafia nella sentenza in primo grado del processo Mamerte, nato da un’indagine che puntava a dimostrare l’esistenza di un gruppo di ‘ndrangheta nelle valli bresciane. Era stato lo stesso pm Paolo Savio a chiedere ai giudici di far cadere la contestazione nei confronti degli imputati per associazione mafiosa e di quelli per associazione a delinquere semplice. Due diversi filoni investigativi, per fatti contestati tra il 2007 e il 2011: uno su reati di natura finanziaria e l’altro orientato al 416 bis, per più di 40 indagati in totale.
Per il ramo economico, dei 27 indiziati iniziali, solo 9 sono stati rinviati a giudizio con rito ordinario mentre i rimanenti si sono divisi tra condanne in rito abbreviato (in particolare quella di Luca Sirani a 5 anni e 6 mesi e di Alfredo Pelligra a 2 anni) e proscioglimenti. Dei rinviati a giudizio, con la sentenza di ieri sette sono stati assolti e due condannati: Marco Plebani (2 anni e 11 mesi) e Francesco Scullino (4 anni e 6 mesi) per reati legati all’evasione di imposte sui redditi di società edili loro intestate e per reati tributari legati all’utilizzo di “F24” fittizi, le cosiddette illecite compensazioni. Non ha retto invece l’accusa di associazione a delinquere semplice, finalizzata alla commissione di reati fiscali, di riciclaggio e fallimentari, a carico di Scullino, Isabella Sirani, Erika Carera e Alfredo Pelligra, tutti assolti perché “il fatto non sussiste”. Per quanto riguarda il ramo relativo all’associazione di stampo mafioso, dei 15 rinviati a giudizio iniziali, 4 sono stati assolti ieri con rito ordinario “perché il fatto non sussiste” e i rimanenti 11 erano stati anch’essi prosciolti in abbreviato. Per conoscere le motivazioni della sentenza occorrerà aspettare 45 giorni.

Gli inquirenti ritenevano di aver individuato gli appartenenti a una locale di ‘ndrangheta stabilitasi, questa la tesi dell’accusa, nel territorio di Lumezzane. A rispondere per questo capo d’imputazione erano rimasti Giovanni Tigranate, Rachele Salvatore, Giuseppe Piromalli e Giuseppe Quaranta. Già nella requisitoria finale il pm, chiamato a formulare i capi d’accusa prima della sentenza, aveva però limato le accuse: “Chiedo l’assoluzione degli imputati dall’accusa di 416-bis perché il fatto non sussiste”. Oltre ad alcune intercettazioni definite “sfortunate” nell’attività di indagine, talvolta compromessa da malfunzionamenti delle microspie e in un caso da una fuga di notizie riservate, è mancata la dimostrazione processuale che gli imputati fossero organicamente inseriti in una struttura criminale di stampo mafioso operante come tale.
Il pm, nel chiedere l’assoluzione per gli imputati, ha però posto l’accento sull’attività di indagine che ha inizialmente spinto a contestare l’associazione mafiosa. L’inchiesta parte da intercettazioni dell’operazione antidroga “Jaguar”, collegate a un’altra operazione, “Centauro”, che porta gli inquirenti sulle tracce di alcuni personaggi poi coinvolti in Mamerte. Scatta così l’arresto di 24 persone, accusate aver gestito un traffico di droga tra la Calabria e la Val Trompia. Gli inquirenti ipotizzavano contatti tra la presunta locale lumezzanese e alcuni calabresi vicini alla ‘ndrina dei Feliciano di Oppido Mamertina (Reggio Calabria) , residenti nell’ovest bresciano da anni. Rapporti finalizzati, ipotizzavano gli inquirenti, a far approdare il gruppo operante in Val Trompia verso nuovi business legati alla costituzione di società cartiere attive nell’edilizia grazie all’operato di Francesco Scullino, di Oppido, e Luca Sirani, bresciano già condannato per bancarotta fraudolenta e come riciclatore della ‘ndrina dei Facchineri di Cittanova (Rc). L’ipotesi però non ha convinto i giudici.
Il pm Savio infine aveva sottolineato nel corso del dibattimento alcuni punti di interesse emersi dalle intercettazioni: oltre all’incontro del 24 novembre 2007 a Orzinuovi (il fil rouge che collega i due filoni), quello del 26 gennaio 2008 presso una cascina di Odolo in cui gli inquirenti trovarono un santino di San Michele Arcangelo – che la ‘ndrangheta utilizza nei riti di affiliazione – o il riferimento, in talune telefonate tra indagati, all’“albero della scienza”, che rappresenta la gerarchia dell’Onorata Società.

07/02/17

Furti, usura, estorsione: sequestrato il patrimonio criminale

Tratto dalla pagina web de Il Giornale di Brescia di oggi


Una villetta a Capriolo, titoli e beni, come orologi Rolex. Il tutto per oltre 200mila euro. A tanto ammonta il sequestro fatto dalla Direzione investigativa antimafia di Brescia nei confronti di Antonino Scopelliti, 77enne residente a Capriolo e originario di Reggio Calabria, condannato in via definitiva per diversi reati, commessi in un lungo arco temporale, dagli anni ’70 a oggi.
Nel curriculum di Scopelliti rientrano
 furto, contrabbando, lesioni, usura e estorsione.

Il provvedimento è stato emesso dal Tribunale di Brescia. Al 77enne sono stati inoltre confiscati in via definitiva due appartamenti, del valore di 300mila euro, in esecuzione di una sentenza passata in giudicato della Corte d’Appello di Brescia.