Mappa delle allerte in provincia di Brescia.

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dintorni, dove sono presenti i beni confiscati, dove c'è stato smaltimento illecito di rifiuti o un rogo doloso. Tutti gli eventi sono tracciati e tenuti aggiornati dallo staff della rete.

16/11/16

                                              L'INCHIESTA MAMERTE
Articolo di Claudio Campesi, Il fatto quotidiano (web), 16 novembre 2016
Accento spiccatamente bresciano, lumezzanese per precisione, giacca blu e scarpe di pelle, ecco come si era presentato Giuseppe Piromalli, di origini calabresi (classe 1963), in una delle prime udienze del processo che lo vede imputato per associazione mafiosa assieme a Salvatore Rachele e Giovanni Tigranate. I tre sono stati rinviati a giudizio nel settembre del 2015, a seguito della conclusione dell’indagine “Mamerte”, perché accusati di aver costituito una locale di ‘ndrangheta nel territorio bresciano, precisamente in Valtrompia. Se le accuse del pm Paolo Savio, magistrato con un’esperienza decennale presso la locale Direzione distrettuale antimafia, venissero confermate, sarebbe una delle poche conferme giudiziarie della presenza di organizzazioni di stampo mafioso nella seconda città della Lombardia.
Il processo “Mamerte” vede imputati i tre calabresi, residenti a Lumezzane, e coinvolge più di trenta persone. Si divide in due filoni di indagine su fatti accaduti tra il 2007 e il 2008: uno concentrato su reati di natura finanziaria, di cui si sono occupati la Guardia di finanza e la polizia, e uno focalizzato invece sul reato di associazione mafiosa, di cui si sono occupati i carabinieri. Un universo, quello che emerge dal processo Mamerte, che vede la commistione di business tipicamente legati all’economia illecita e altri riconducibili alla cosiddetta zona grigia, l’infiltrazione nell’economia legale. Gli indagati di entrambi i filoni erano inizialmente 49, 14 dei quali accusati di associazione mafiosa, ma solo tre sono stati poi rinviati a giudizio per questo reato.
“Esplosivi e bancarotta fraudolenta, ecco la ‘ndrangheta a Brescia”. Le accuse per quelli finiti a processo spaziano dal 416 bis al traffico di stupefacenti, dalla detenzione di armi e materiale esplodente all’evasione fiscale, dalla bancarotta fraudolenta alla distruzione delle scritture contabili di aziende usate come cartiere per riciclare denaro. Per quanto riguarda il secondo ramo d’indagine, le operazioni condotte dal nucleo investigativo dei carabinieri del Comando provinciale di Brescia hanno documentato l’evoluzione del gruppo criminale che sarebbe stato operativo nel territorio della Valtrompia.
Capo indiscusso, secondo l’accusa, è Giovanni Tigranate (detto “zio Gianni”), il quale, attivo tra Lumezzane e Laureana di Borrello(Rc), proprio in virtù della sua posizione all’interno dell’organizzazione, avrebbe assegnato la carica di “Capobastone” a Salvatore Rachele, che nel frattempo svolgeva l’incarico di messo presso il Comune di Lumezzane. Quest’ultimo, riporta l’informativa dei carabinieri, sarebbe stato quindi il capo della “locale lumezzanese” con il compito di gestire le attività criminali del gruppo, indire le riunioni operative e punire eventuali “atteggiamenti indisciplinati”. A Giuseppe Piromalli spettava invece la funzione di “vicariato del vertice” e, da quanto emerge dalle indagini, sarebbe stato proprio lui a tentare di contrastare la leadership di Rachele per allargare il giro d’affari legato al traffico di stupefacenti. Il “salto di qualità” avrebbe beneficiato del sostegno di alcuni calabresi di Oppido Mamertina (Rc) e contigui, secondo l’accusa, alla ‘ndrina dei Feliciano. Da qui la decisione degli inquirenti di denominare l’indagine “Mamerte”.
Il summit di Orzinuovi e i legami con la banda della Magliana. L’incontro, secondo gli investigatori convocato per suggellare il patto criminale, si è tenuto in una cascina di Orzinuovi (Brescia) il 24 novembre del 2007, corredato dal tipico pranzo a base di carne di capra, per discutere delle future strategie criminali del gruppo che voleva sprovincializzarsi. La cascina era di proprietà di Domenicantonio Caia, anch’egli di Oppido, da poco uscito dal carcere dopo 17 anni di reclusione per associazione mafiosa e sequestro di persona a scopo di estorsione. Le testimonianze rese in aula alle prime battute del processo dai marescialli dei carabinieri, Mario Casciaro e Stefano Bedoni, hanno ricostruito l’operazione di pedinamento e di intercettazione, telefonica e ambientale, e hanno sottolineato l’esistenza, documentata, di altri incontri operativi che venivano convocati a scadenza mensile, salvo imprevisti.
A facilitare l’incontro di Orzinuovi, secondo gli inquirenti, sono il bresciano Luca Sirani (poi condannato a 5 anni e 6 mesi in abbreviato) e il mamertino Francesco Scullino (rinviato a giudizio), figure più volte messe sotto osservazione dall’autorità giudiziaria e ora legate al filone economico dell’operazione Mamerte. Ramo d’indagine, questo, sul quale ha fatto luce la testimonianza in aula degli uomini della Guardia di finanza. Sirani, secondo l’informativa degli investigatori bresciani, era in rapporti con l’ambiente della Banda della Magliana e in particolare con Antonio Nicoletti, figlio di Enrico (“Il secco” di Romanzo Criminale). Scullino, detto “Frank”, vanta un pedigree criminale che l’ha visto coinvolto nella gestione di sistemi di false fatturazioni e di illecite compensazioni attraverso l’utilizzo di società cartiere. Meccanismi che possono garantire enormi guadagni ad un costo-rischio giudiziario inferiore rispetto a quello legato al traffico di droga.
Sirani e Scullino, secondo l’accusa, sarebbero stati a capo di un sistema di società edili in odor di ‘ndrangheta che, attraverso prestanome e operazioni fiscali, si attivava per riciclare denaro. Si sarebbero infiltrati anche nella realizzazione di grandi opere quali alcuni lavori riguardanti la stazione metropolitana di Brescia, la Pedemontana e il casello autostradale di Brescia Centro.
“Fatture gonfiate con l’ex consigliere leghista”. Al summit di Orzinuovi era presente anche Vincenzo Natale (anche lui di Oppido) che è stato poi condannato nel febbraio 2015 perché coinvolto in un sistema di frode fiscale basato sul’utilizzo di società fittizie e di fatture gonfiate. Insieme a lui sono stati ritenuti colpevoli il fratello Rocco Natale e altri due fratelli Ennio (ex consigliere regionale leghista) e Renato Moretti.
Non è la prima volta che la provincia lombarda è teatro di inchieste sulla presenza di ‘ndrine operanti sul territorio: si pensi all’operazione “I fiori della notte di San Vito” (1994), che coinvolse anche le province di Milano, Como, Varese e Pavia, e dove ricorrono nomi che si ritrovano nell’attuale “Mamerte”; o a “’Nduja” (2005), dove però le accuse di 416 bis nel bresciano non hanno retto ai tre gradi di giudizio.

28/10/16

Processo Pesci

Articoli della Gazzetta di Mantova
25 e 26 ottobre 2016

Testimonianza dell'investigatore

Quasi nove ore sotto torchio. A ricostruire gli intrecci tra l'inchiesta Aemilia, che ha sgominato la 'ndrangheta nel Reggiano e l'indagine mantovana. Il luogotenente Camillo Calì, del nucleo investigativo di Piacenza, ieri ha testimoniato al processo Pesci, che nell'aula di palazzo Zanardelli a Brescia vede alla sbarra sedici persone accusate di far parte della cosca capeggiata da Nicolino Grande Aracri, dedite ad estorsioni e a maneggi per mettere le mani sull'economia mantovana, in particolare nel campo dell'edilizia. Calì, pungolato per diverse ore dal sostituto procuratore Paolo Savio (foto), ha raccontato con dovizia di particolari le attività di pedinamento e di intercettazioni di quelli che vengono considerati i puledri del boss, da Francesco Lamanna, ad Antonio Gualtieri. L'interrogatorio proseguirà oggi, con il controesame degli avvocati difensori. Al termine potrebbe cominciare la testimonianza di Giampaolo Stradiotto, ex socio di Antonio Muto nella società Ecologia e Sviluppo di Curtatone.

Testimonianza dell'imprenditore

L'imprenditore di Curtatone Giampaolo Stradiotto si è seduto ieri al posto del testimone al processo Pesci (in foto il giudice Villani), che vede ancora alla sbarra sedici persone accusate di far parte della cosca di 'ndrangheta di Nicolino Grande Aracri. Secondo la ricostruzione dei carabinieri mantovani, partiti dalle denunce di estorsioni e minacce, Stradiotto e Matteo Franzoni, allora soci di Antonio Muto nella società Ecologia e sviluppo, sarebbero stati costretti a cedere ad una ditta vicina alla cosca l'appalto per la costruzione di un complesso immobiliare a San Silvestro e di una villetta a Campitello. Per questi episodi Antonio Muto è stato assolto in primo grado ad aprile. Mentre è ancora a processo Antonio Rocca, il muratore di Borgo Virgilio. Contro la sentenza del giudice Vincenzo Nicolazzo la Procura di Brescia ha presentato ricorso in Appello.

18/10/16

ARTICOLO tratto dalla Gazzetta di Mantova

Gobbi portò l’anello per il matrimonio della figlia del boss

Torna nel processo il ruolo dell’uomo ucciso a Viadana. I legami con Grande Aracri nelle parole degli investigatori
A puntare il dito sui legami strettissimi di Giorgio Gobbi con la ’ndrangheta era stato proprio il suo assassino, il cognato Luciano Bonazzoli, in carcere con una condanna a 18 anni. Lo stesso Gobbi gli aveva raccontato di azioni punitive nei confronti degli ossi duri che provavano a ribellarsi alle direttive dei puledri della cosca, e della sua partecipazione a gambizzazioni, su ordine del capozona Francesco Lamanna, pupillo di Nicolino, «suo amico fraterno».
La Procura antimafia di Brescia lo aveva già sottolineato: «Gobbi faceva parte del gruppo di fuoco di Lamanna, e aveva messo a segno anche degli omicidi, come abbiamo ragione di credere. E ieri, al processo Pesci, che vede alla sbarra 14 persone accusate di estorsioni sotto la lunga mano del boss cutrese Grande Aracri, davanti allo stesso Pm Paolo Savio, è arrivata un’altra, inquietante, conferma, che getta un altro faro sul radicamento della cosca nel Mantovano.
«Fu Giorgio Gobbi a procurare il prezioso anello nuziale della figlia di Nicolino, Elisabetta, che nell’agosto del 2011 andò in sposa a Giovanni Abramo». Lo ha raccontato il maggiore Andrea Leo, in quel periodo comandante dei carabinieri di Fiorenzuola d’Arda, che per mesi, sotto la Dda bolognese, con i suoi uomini si attaccò alle costole dell’associazione criminale. Leo, che ha seguito non senza fatica il filo di mesi e mesi di intercettazioni e pedinamenti, ha ricordato che, in occasione del matrimonio in stile hollywoodiano, fu Lamanna a consegnare fisicamente l’anello, ma a procurarlo fu proprio Gobbi. Segno di un’appartenenza tutt’altro che marginale alla cosca.
Confermata, tra l’altro, dalla visita che la mattina successiva alla sua morte, quando però ancora la sua scomparsa non era stata denunciata, due uomini si presentarono sia nell’azienda di Bonazzoli a Viadana, che dai carabinieri, a chiedere notizie di Gobbi. Il maggiore Leo, che è anche uno dei testimoni chiave del processo Aemilia, ha fornito pennellate interessanti su altre figure del processo: oltre al ruolo indiscutibile di Lamanna, già condannato anche a Brescia a nove anni e quattro mesi per associazione mafiosa nel rito abbreviato - sentenza contro cui la Procura peraltro ha fatto ricorso in Appello - ha riportato alla luce i legami e gli affari di Antonio Gualtieri, considerato dagli inquirenti uno degli elementi di spicco della costola emiliana del clan. Dalle indagini dei carabinieri di Mantova, risulta che fu lui, insieme ad Antonio Rocca e al genero di Lamanna, a costringere l’imprenditore Giacomo Marchio a cedere gratuitamente al re del ferro veronese Moreno Nicolis due appartamenti del valore di 250mila euro.
Una questione che Rocca ha voluto smentire in videoconferenza dal carcere.


04/10/16

Articolo tratto dal Corriere della sera, Brescia.
3 ottobre 2016

Finanza, appalti e ‘ndrangheta: arrestato faccendiere bresciano


Avrebbe millantato alcuni contatti e conoscenze «anche a livello romano» nei suoi rapporti con imprenditori, Alessandro Raineri, presunto «faccendiere bresciano» arrestato, assieme ad altre 13 persone, nell’ inchiesta milanese con al centro l’acquisizione di subappalti di opere pubbliche in Lombardia. È quanto emerge dalle indagini condotte dal Nucleo di polizia tributaria della Gdf di Milano. L’indagine avrebbe svelato una rete di «complicità e relazioni con soggetti operanti nel settore finanziario, economico ed imprenditoriale» che si sarebbe sviluppata a seguito dell’attività di Raineri, «uomo a libro paga degli imprenditori, ed in contatto con numerosi esponenti di diverse amministrazioni ed enti pubblici». Raineri si sarebbe anche «reso protagonista di diversi episodi di millantato credito, ricevendo dagli imprenditori appartenenti al sodalizio» soldi «a fronte del suo asserito interessamento a livello istituzionale» per la «risoluzione di loro problemi di varia natura. La presunta associazione per delinquere, smantellata il 3 ottobre nell’ambito dell’inchiesta milanese con al centro l’acquisizione di subappalti di opere pubbliche in Lombardia, sarebbe stata formata da «imprenditori bergamaschi e calabresi», alcuni dei quali «aventi contiguità ad un contesto criminale di `ndrangheta”. È quanto emerge dagli atti dell’indagine coordinata dal procuratore aggiunto della Dda Ilda Boccassini e dal pm Bruna Albertini, che ha portato in carcere, tra gli altri, Davide Lonardoni, 45 anni di Varese, dirigente di NordIng, società del gruppo Ferrovie Nord Milano. Tra le 11 persone finite in carcere (per tre, invece, sono stati disposti i domiciliari) c’è anche Pierino Zanga, imprenditore bergamasco, dominus di un circuito di società aggiudicatrici dei vari subappalti per la realizzazione di opere pubbliche».
La custodia cautelare in carcere è stata disposta anche per Salvatore Piccoli, imprenditore nato a Catanzaro, per le due presunte «teste di legno», Pierluigi Antonioli e Giuseppe Colelli, per l’imprenditore bergamasco Venturino Austoni, e poi ancora per Antonio Stefano e Graziano Macri’, ritenuti dagli investigatori vicini a clan della `ndrangheta. E poi ancora per l’imprenditore Giuseppe Gentile, originario di Reggio Calabria, per il commercialista Giuseppe Tarantini. Agli arresti domiciliari, invece, sono finiti il dipendente della NordIng, Massimo Martinelli, Gianluca Binato, dipendente di della società `Itinera´, e l’imprenditore Livio Peloso.
Secondo le indagini, le «condotte corruttive» sarebbero consistite nella «concessione, a favore di dirigenti e responsabili di cantiere di importanti società appaltatrici di dazioni in denaro, beni e utilità varie» per ottenere «agevolazioni» nell’aggiudicazione dei lavori. La Gdf ha anche accertato «violazioni penal-tributarie», tra fatture false e «indebite compensazioni per crediti inesistenti», per «oltre 20 milioni di euro» dal 2010 in poi. Il Tribunale ha dichiarato il fallimento di tre delle società coinvolte nell’inchiesta.

20/09/16

Articolo de Il Fatto Quotidiano

Brescia, 99 arresti in una maxi-operazione antidroga. “Gruppo albanese aveva legami con le mafie italiane"Brescia, 99 arresti in una maxi-operazione antidroga. “Gruppo albanese aveva legami con le mafie italiane”

Si è chiusa dopo due anni di indagine la maxi operazione antidroga “Ring New”, condotta dalla Guardia di finanza diBrescia. L’intervento delle Fiamme Gialle ha portato in carcere 99 persone, mentre il numero complessivo di indagati nell’ambito dell’inchiesta è di 196.

Il lavoro degli agenti, conclusosi nella scorsa notte con gli ultimi 15 arresti eseguiti tra BresciaNapoli e l’estero, ha permesso di sgominare cinque organizzazioni criminali con ramificazioni internazionali che rifornivano di stupefacenti le cosche italiane. Al centro delle ricerche degli inquirenti, in particolare, un gruppo albanese che aveva contatti con ‘ndranghetaCamorra e Sacra corona unita. Quasi 5 le tonnellate di droga sottratte ai trafficanti: cocaina, eroina, marijuana e hashish. Sono state inoltre sequestrate auto di lusso, imbarcazioni, oltre a un camper e a 500mila euro in contante, per un valore complessivo di più di 1 milione di euro.