Mappa delle allerte in provincia di Brescia.

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dintorni, dove sono presenti i beni confiscati, dove c'è stato smaltimento illecito di rifiuti o un rogo doloso. Tutti gli eventi sono tracciati e tenuti aggiornati dallo staff della rete.

17/03/17

Processo Mamerte: assolti gli imputati per associazione mafiosa. Cosa è accaduto?

IL PROCESSO
L’anno scorso iniziava il processo scaturito dall’indagine denominata Mamerte di cui vi avevamo parlato in un post precedente. L'inchiesta riguarda fatti accaduti fra il 2007 e 2008 ed è strutturata in due filoni principali: una parte dedicata al 416-bis, indagine condotta dai Carabinieri, e una seconda parte condotta dalla Polizia di Stato e Guardia di finanza, rivolta a reati economici. Nel Febbraio 2016 iniziava quindi il processo.

1. Come era iniziato il processo legato al reato di associazione mafiosa a Brescia?
Inizialmente sono state rinviate a giudizio tre persone (Giuseppe Piromalli, Salvatore Rachele e Giovanni Tigranate)  a cui è stato contestato il reato di associazione mafiosa, ex art. 416 – bis c.p., e il giudice viene chiamato a verificare la sussistenza degli elementi costitutivi dell'associazione di stampo mafioso. In una seconda fase viene imputato, per la stessa fattispecie di reato ed in concorso con gli altri tre, anche Giuseppe Quaranta.
Un capo indiscusso, secondo l’accusa, sarebbe Giovanni Tigranate (detto “zio Gianni”), il quale, attivo tra Lumezzane e Laureana di Borrello (Rc), proprio in virtù della sua posizione all’interno del sodalizio, avrebbe assegnato la carica di “Capobastone” a Salvatore Rachele, che nel frattempo svolgeva l’incarico di messo presso il Comune di Lumezzane. Quest’ultimo, riporta l’informativa dei Carabinieri, sarebbe stato quindi il capo della “locale lumezzanese” con il compito di gestire le attività criminali del gruppo, indire le riunioni operative e punire eventuali “atteggiamenti indisciplinati”. A Giuseppe Piromalli spettava invece la funzione di “vicariato del vertice” e, da quanto emerge dalle indagini, sarebbe stato proprio lui a tentare di contrastare la leadership di Rachele” come racconteremo in seguito.
Una valutazione positiva delle ipotesi accusatorie, e la conferma nei successivi gradi di giudizio, avrebbe costituito una delle poche sentenze giudiziarie che certifica la presenza di gruppi criminali di stampo mafioso sul territorio bresciano.
L'esito del processo, però, ha visto un ribaltamento delle accuse: Paolo Savio infatti, pm titolare delle indagini e con un esperienza decennale nella dda bresciana, durante la requisitoria in aula ha chiesto al giudice l’assoluzione per i 4 imputati “perché il fatto non sussiste”. Richiesta accolta dal Tribunale. È importante in questo caso separare chiaramente il profilo giudiziario del processo da quello che può interessare un'analisi di tipo sociologico dei fatti ivi contenuti. Nonostante le assoluzioni, i fatti emersi dalle indagini delle forze dell’ordine impegnate nell’operazione Mamerte, coordinati dal pm e corroborati da altri accertamenti di operazioni precedenti, pongono in risalto dinamiche e relazioni allarmanti che cercheremo di illustrare.

2. I fatti.
L'indagine, denominata Mamerte (il riferimento è al gruppo di Calabresi di Oppido Mamertina,  Infra), racconta l' evoluzione di un gruppo criminale originario della Valtrompia dedito al traffico di sostanze stupefacenti. Nello specifico si segnala la presenza di tre sottogruppi, uno dei quali, allo scopo di ampliare il proprio business, ha cominciato a rapportarsi con i Mamertini, personaggi legati alla 'ndrangheta calabrese. Secondo gli inquirenti, il fine sarebbe stato la creazione di una locale di ‘ndrangheta con cui controllare il settore degli stupefacenti e prendere il sopravvento rispetto alle altre realtà criminali del territorio nonché l’intenzione di abbracciare affari nuovi e più redditizi (anche in termini di rischi giudiziari): si pensi al settore del riciclaggio, alla costituzione di società cartiere, all’evasione delle imposte ecc…

LOCALI NEL BRESCIANO E OPERAZIONI ANTIMAFIA
Sottolineiamo l’importanza di un gergo specifico ‘ndranghetista che sarà utile anche a meglio comprendere il seguito.
La Locale è l'unità base dell'organizzazione criminale 'ndrangheta: stiamo parlando di un'unione di famiglie, confederate al fine di controllare un determinato territorio e i suoi business. La zona della Valtrompia non è nuova a questi scenari.

1. Operazione “Notte dei fiori di San Vito”
Già nel 1994, con l'operazione giudiziaria "Notte dei fiori di San Vito", si venne a conoscenza della presenza di una locale di 'ndrangheta sul territorio. L'indagine era rivolta contro il clan Mazzaferro che aveva come centro operativo principale il capoluogo lombardo. In particolare l’operazione portò all’esecuzione di più di 350 ordini di cattura e ben 17 ordinanze di custodia coinvolsero soggetti residenti tra Brescia e provincia. L’apparato organizzativo era composto da esponenti di famiglie di ‘ndrangheta che, mimetizzandosi nei flussi migratori sud-nord di quell’epoca, avviarono traffici illeciti nelle province settentrionali (Milano, Como, Varese, Brescia).
Il lago di Garda, nello specifico, costituiva il luogo privilegiato per il reinvestimento dei proventi illeciti delle cosche derivanti dal traffico di armi e droga, dal racket e dai sequestri di persona.
Dalle indagini era emerso inoltre come membri di rilievo del clan fossero a capo proprio della locale di Lumezzane. A capo del presunto locale di ‘ndrangheta lumezzanese, secondo le indagini, ci sarebbe stato Giovanni Maduli, di Taurianova (Rc) e residente a Sarezzo, coinvolto in reati tipicamente mafiosi. A suo fianco si evidenziavano i nomi di Giulio Cuppari e Giuseppe Romeo, nato a Galatro, Rc, e residente a Lumezzane, e coinvolto nell’operazione Centauro che riguardava un grosso giro di droga in Val Trompia. Alcuni di essi, a distanza di quindici anni, sono coinvolti nelle attuali vicende: fra cui Giuseppe Piromalli e Giovanni Tigranate.

2. Operazione “Centauro”
La compagnia dei Carabinieri di Gardone Val Trompia nel 2008 concludeva le indagini e, assieme alla Dda bresciana, iniziava il processo che si è concluso poi nel 2011 con 24 condanne e 7 assoluzioni. L’accusa principale è quella di aver costituito un’associazione a delinquere finalizzata alla gestione di un imponente traffico di stupefacenti che dalla Calabria giungevano in Val Trompia. Traffico di cocaina che si avvaleva anche del savoir faire di alcune famiglie calabresi in odor di ‘ndrangheta residenti in Val Gobbia. Tra i soggetti coinvolti, e che ritroviamo in Mamerte, c’è Giuseppe Piromalli.
L’operazione Centauro, secondo gli inquirenti, rappresenta una sorta di antefatto di Mamerte sia perché le due operazioni trattano di uno stesso periodo storico “sia in quanto i personaggi adesso indagati sono protagonisti di un’evoluzione consociativa di grande rilievo. L’indagine, infatti, assume la denominazione “Mamerte” in quanto testimonia il passaggio, principalmente preteso da Piromalli Giuseppe, dal “provincialismo” del gruppo Romeo-Aguì (indagato in “Centauro”) ad una dimensione operativa più estesa, caratterizzata da progetti illeciti velleitari, di più ampio respiro e volume di cui si è cercata la realizzazione attraverso contatti ed accordi intessuti con calabresi originari di Oppido Mamertina appartenenti o contigui alla cosca Feliciano della frazione di Messignadi, di cui diversi rappresentanti si sono stabiliti da almeno un decennio in alcuni paesi dell’ovest bresciano (Rudiano, Chiari, Roccafranca, Orzinuovi)”.

LE SIMBOLOGIE E IL CONTESTO MAFIOSO
1. Orzinuovi: summit e capretti
Il 27 Novembre del 2007, presso un cascinale orceano, si è tenuto quello che potrebbe apparire come un semplice ritrovo conviviale tra conoscenti; in realtà questo incontro, come altri tenutisi a scadenza periodica, rappresenta un vero e proprio summit mafioso, utile a stringere alleanze e ad elaborare nuove strategie operative per il sodalizio criminale.
In quell'occasione, secondo gli inquirenti, sarebbe nato il proposito di dar vita a una locale di 'ndrangheta e di stringere un'alleanza con dei calabresi di Oppido Mamertina.
È stato un evento che ha avuto risalto sulla stampa locale per il ritrovamento di un capretto, sgozzato; fatto che fa subito pensare alla 'ndrangheta e ai suoi riti e simbologie arcaiche. Colui che ha reso possibile l'avvicinamento fra i due gruppi ed è stato essenziale nell'organizzazione del summit è Luca Sirani: originario di Chiari e coinvolto in vicende giudiziarie comprendenti reati quali riciclaggio, associazione di stampo mafioso e in particolare anche collegamenti con la Banda della Magliana, è stato in rapporti con Antonio Nicoletti,  il figlio di Enrico (il “secco” di Romanzo criminale).
Sirani, assieme a Francesco Scullino, è tra i protagonisti del filone dell'inchiesta legato alla criminalità economica. Luca Sirani è stato condannato in abbreviato a 5 anni e sei mesi (Alfredo Pelligra a 2 anni)mentre Scullino è stato rinviato a giudizio per 416 semplice (associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati fiscali). Non ha retto però al primo grado di giudizio l’accusa di associazione a delinquere semplice, finalizzata alla commissione di reati fiscali, di riciclaggio e fallimentari, a carico di Scullino, Isabella Sirani, Erika Carera e Alfredo Pelligra, tutti assolti perché “il fatto non sussiste”.  Infine, dei rinviati a giudizio, con la sentenza, sette sono stati assolti e due condannati: Marco Plebani (2 anni e 11 mesi) e Francesco Scullino (4 anni e 6 mesi) per reati legati all’evasione di imposte sui redditi di società edili loro intestate e per reati tributari legati all’utilizzo di “F24” fittizi, le cosiddette illecite compensazioni. 
Tornando all’analisi del contesto ambientale del ritrovo del 24 Novembre, tra i presenti al summit di Orzinuovi si registra la presenza di Vincenzo Natale che assieme al fratello Rocco, come emerge da un altro procedimento giunto al primo grado di giudizio, è protagonista  dell'universo Conar: I due sono calabresi di Oppido Mamertina e sono considerati vicini alla 'ndrangheta locale. Nel processo a loro carico sono stati condannati nel luglio scorso in quanto assieme ai fratelli Moretti, Ennio e Renato (il primo ex consigliere regionale della Lega nord), erano parte di un meccanismo associativo finalizzato alla commissione di reati tributari  realizzati avvalendosi di società cartiere.
Il summit di Orzinuovi lega, quindi sia i presunti mafiosi calabresi, desiderosi di espandere i propri traffici di droga, sia alcune figure, diciamo pulite,  con interessi nell'economia legale e anche in politica. Si tratta di due mondi, quello dell'illecito e quello del mercato legale, che dialogano e si alimentano a vicenda.

2. Contrasti interni al gruppo e riferimento al Locale di ‘ndrangheta
Ad offrirci un interessante spaccato del contesto in cui si muovevano gli imputati interviene un evento particolare. Il 12 Febbraio del 2008, Giuseppe Piromalli, Damiano Gallace, Gregorio Riganò, Francesco Scullino e Antonio Taverniti si recavano a Genova per presenziare al funerale di Antonio Rampino, come le tradizioni di ‘ndrangheta insegnano in ossequio ad un reciproco rispetto tra famiglie. Rampino è un anziano ‘ndranghetista coinvolto negli anni 2000 nell’indagine “Maglio” nella quale veniva ritenuto essere a capo della Locale di Genova.
Piromalli e Gallace, intercettati, stanno discutendo per organizzare un carico ingente di droga e da lì si lasciano andare a considerazioni con le quali appare evidente la messa in discussione della leadership del presunto capobastone della Locale lumezzanese, Rachele Salvatore.

Giuseppe Piromalli: Turi...rinunciamo a Turi...(RACHELE Salvatore – ndr) a noi non ci piace qual è la sua convinzione...perché abbiamo questa convinzione che ci hai portato tu (riferito a TIGRANATE - ndr), non ce la siamo fatta noi...” così quasi, quasi ... mi metto un"LOCALE" proprio...però tutti d'accordo e ci distacchiamo ... Così ci prendiamo questo, ci facciamo anche la Val Sabbia...con un nuovo "LOCALE" a Sarezzo...in qualsiasi posto ci apriamo, ci apriamo un LOCALE per noi..

Il termine usato da Piromalli è espressione del prima richiamato gergo ‘ndranghetista. Esiste poi un richiamo indiretto a quelle che sono le strutture e le modalità di organizzazione della ‘ndrangheta (così come la maxi operazione Crimine-Infinito del 2010 ha certificato anche giudiziariamente) nelle doglianze di Piromalli che, per poter dar vita al proprio sodalizio criminale, necessita del benestare di alcune figure calabresi, in particolare di Giovanni Tigranate (vedi primo paragrafo).

CONCLUSIONI
Come da premessa, i quattro imputati sono stati assolti dall'accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso: lo stesso pm ne ha chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste. Sono mancate, in buona sostanza, le prove necessarie a dimostrare l’esistenza di un sodalizio mafioso, operativo a Lumezzane.
Affinché possa dirsi che c'è un'organizzazione mafiosa, rilevante sotto il profilo penale, deve esistere un gruppo criminale che per la sola propria “fama criminale” sia in grado di esercitare una forza d'intimidazione tale da produrre sul territorio le condizioni di assoggettamento e omertà. Se fossimo in un territorio di tradizionale insediamento di organizzazioni mafiose, la prova di questi requisiti sarebbe molto più agevole, viste le tipiche condizioni ambientali. Mentre in una provincia come quella bresciana, elementi di prova idonei a sostenere un accusa in regioni come Sicilia, Calabria, Campania, si rivelano insufficienti.
Se questa è la prospettiva giuridica, quello che a noi interessa studiare è il contesto bresciano. Siamo ben consapevoli delle differenze enormi che passano fra il un radicamento mafioso consolidato, come è quello delle mafie storiche nei territori d’origine, ed il fenomeno della colonizzazione dei territori del nord Italia. L'indagine Mamerte, come abbiamo visto, si colloca su un'esperienza decennale fatta di indagini e processi che hanno accertato la presenza di figure legate ai clan. L'interesse che li ha condotti in provincia di Brescia è prevalentemente economico: si passa dalla ricerca del profitto legata al traffico di sostanze stupefacenti, al reimpiego di capitali nell'economia legale.
Quest'ultima strada consente alle famiglie di intraprendere attività già di per sé molto remunerative, entrando in contatto con altri tipi di criminalità economica non mafiosa, ma che costituisce una forte zona grigia dove i vari interessi si incontrano. Inoltre, all'occorrenza, l'organizzazione mafiosa può tornare a sfruttare la propria capacità peculiare, ovvero quel metodo fatto di violenze e minacce, per realizzare una vera e propria concorrenza sleale.
Questo modus operandi appare consolidato alla luce degli esisti di importanti inchieste giudiziarie che hanno interessato diverse provincie lombarde, una su tutte Milano, e delle conclusioni di autorevoli studi sulla criminalità organizzata. Inoltre, organizzazioni criminali come la 'ndrangheta, sono caratterizzate da una naturale propensione all'espansione oltre i confini dei luoghi di provenienza, non solo al fine di riutilizzo di capitali illeciti, ma soprattutto per conquistare nuovi territori. Sono tutti elementi di conoscenza del fenomeno che, alla luce delle circostanze di cui stiamo parlando, devono quanto meno mettere in guardia rispetto al pericolo che si corre.

Quindi, ripartendo dai fatti oggetto dell'indagine Mamerte, possono cogliersi riferimenti a usi e costumi riconducibili ad una tradizione 'ndranghesta: il capretto sgozzato e il santino bruciato rinvenuti nella Cascina di Orzinuovi, i continui riferimenti ad una “Locale”, sono il segnale della presenza anche sul territorio bresciano di dinamiche ben note, che comunque ad oggi non hanno probabilmente raggiunto un livello di controllo del territorio tale poter integrare il delitto di associazione mafiosa. Ma hanno trovato un contesto idoneo alla conclusione di affari, leciti ed illeciti, e quindi funzionale all'accumulazione di ricchezze.

12/03/17

Articolo di Claudio Campesi
Il Fatto Quotidiano.it, 10 marzo 2017

Brescia, cadute tutte le accuse di ‘ndrangheta al processo Mamerte. Due condanne per reati tributari

Cadono tutte le accuse di mafia nella sentenza in primo grado del processo Mamerte, nato da un’indagine che puntava a dimostrare l’esistenza di un gruppo di ‘ndrangheta nelle valli bresciane. Era stato lo stesso pm Paolo Savio a chiedere ai giudici di far cadere la contestazione nei confronti degli imputati per associazione mafiosa e di quelli per associazione a delinquere semplice. Due diversi filoni investigativi, per fatti contestati tra il 2007 e il 2011: uno su reati di natura finanziaria e l’altro orientato al 416 bis, per più di 40 indagati in totale.
Per il ramo economico, dei 27 indiziati iniziali, solo 9 sono stati rinviati a giudizio con rito ordinario mentre i rimanenti si sono divisi tra condanne in rito abbreviato (in particolare quella di Luca Sirani a 5 anni e 6 mesi e di Alfredo Pelligra a 2 anni) e proscioglimenti. Dei rinviati a giudizio, con la sentenza di ieri sette sono stati assolti e due condannati: Marco Plebani (2 anni e 11 mesi) e Francesco Scullino (4 anni e 6 mesi) per reati legati all’evasione di imposte sui redditi di società edili loro intestate e per reati tributari legati all’utilizzo di “F24” fittizi, le cosiddette illecite compensazioni. Non ha retto invece l’accusa di associazione a delinquere semplice, finalizzata alla commissione di reati fiscali, di riciclaggio e fallimentari, a carico di Scullino, Isabella Sirani, Erika Carera e Alfredo Pelligra, tutti assolti perché “il fatto non sussiste”. Per quanto riguarda il ramo relativo all’associazione di stampo mafioso, dei 15 rinviati a giudizio iniziali, 4 sono stati assolti ieri con rito ordinario “perché il fatto non sussiste” e i rimanenti 11 erano stati anch’essi prosciolti in abbreviato. Per conoscere le motivazioni della sentenza occorrerà aspettare 45 giorni.

Gli inquirenti ritenevano di aver individuato gli appartenenti a una locale di ‘ndrangheta stabilitasi, questa la tesi dell’accusa, nel territorio di Lumezzane. A rispondere per questo capo d’imputazione erano rimasti Giovanni Tigranate, Rachele Salvatore, Giuseppe Piromalli e Giuseppe Quaranta. Già nella requisitoria finale il pm, chiamato a formulare i capi d’accusa prima della sentenza, aveva però limato le accuse: “Chiedo l’assoluzione degli imputati dall’accusa di 416-bis perché il fatto non sussiste”. Oltre ad alcune intercettazioni definite “sfortunate” nell’attività di indagine, talvolta compromessa da malfunzionamenti delle microspie e in un caso da una fuga di notizie riservate, è mancata la dimostrazione processuale che gli imputati fossero organicamente inseriti in una struttura criminale di stampo mafioso operante come tale.
Il pm, nel chiedere l’assoluzione per gli imputati, ha però posto l’accento sull’attività di indagine che ha inizialmente spinto a contestare l’associazione mafiosa. L’inchiesta parte da intercettazioni dell’operazione antidroga “Jaguar”, collegate a un’altra operazione, “Centauro”, che porta gli inquirenti sulle tracce di alcuni personaggi poi coinvolti in Mamerte. Scatta così l’arresto di 24 persone, accusate aver gestito un traffico di droga tra la Calabria e la Val Trompia. Gli inquirenti ipotizzavano contatti tra la presunta locale lumezzanese e alcuni calabresi vicini alla ‘ndrina dei Feliciano di Oppido Mamertina (Reggio Calabria) , residenti nell’ovest bresciano da anni. Rapporti finalizzati, ipotizzavano gli inquirenti, a far approdare il gruppo operante in Val Trompia verso nuovi business legati alla costituzione di società cartiere attive nell’edilizia grazie all’operato di Francesco Scullino, di Oppido, e Luca Sirani, bresciano già condannato per bancarotta fraudolenta e come riciclatore della ‘ndrina dei Facchineri di Cittanova (Rc). L’ipotesi però non ha convinto i giudici.
Il pm Savio infine aveva sottolineato nel corso del dibattimento alcuni punti di interesse emersi dalle intercettazioni: oltre all’incontro del 24 novembre 2007 a Orzinuovi (il fil rouge che collega i due filoni), quello del 26 gennaio 2008 presso una cascina di Odolo in cui gli inquirenti trovarono un santino di San Michele Arcangelo – che la ‘ndrangheta utilizza nei riti di affiliazione – o il riferimento, in talune telefonate tra indagati, all’“albero della scienza”, che rappresenta la gerarchia dell’Onorata Società.

07/02/17

Furti, usura, estorsione: sequestrato il patrimonio criminale

Tratto dalla pagina web de Il Giornale di Brescia di oggi


Una villetta a Capriolo, titoli e beni, come orologi Rolex. Il tutto per oltre 200mila euro. A tanto ammonta il sequestro fatto dalla Direzione investigativa antimafia di Brescia nei confronti di Antonino Scopelliti, 77enne residente a Capriolo e originario di Reggio Calabria, condannato in via definitiva per diversi reati, commessi in un lungo arco temporale, dagli anni ’70 a oggi.
Nel curriculum di Scopelliti rientrano
 furto, contrabbando, lesioni, usura e estorsione.

Il provvedimento è stato emesso dal Tribunale di Brescia. Al 77enne sono stati inoltre confiscati in via definitiva due appartamenti, del valore di 300mila euro, in esecuzione di una sentenza passata in giudicato della Corte d’Appello di Brescia. 

 





02/02/17


Beni confiscati, M5s al prefetto: si intervenga


Tratto da un articolo di Claudio Campesi pubblicato sull'edizione cartacea del Giornale di Brescia del 2-2-2017


«Le problematicità legate alla gestione dei beni confiscati vanno affrontate» queste le parole del Prefetto di Brescia, Valerio Valenti, che ieri ha incontrato una delegazione di attivisti 5 stelle guidati da Laura Gamba, capogruppo del movimento in Comune.
Solo a Luglio, il consiglio comunale aveva approvato in modo trasversale, su proposta della consigliera, il regolamento sui beni confiscati a Brescia. A chiedere l'incontro l'M5s cittadino, forte di una campagna di sensibilizzazione sul tema e di una raccolta firme di circa 450 cittadini, di riconvocazione del Nucleo di Supporto bresciano per i beni confiscati alle mafie.
I Nuclei sono tavoli interistituzionali, istituiti da una circolare del ministero dell’Interno del 13 Luglio 2011, in ciascuna prefettura italiana il cui scopo è quello di creare un’équipe, composta da associazioni, professionisti, istituzioni locali e forze dell’ordine, che dovrebbe monitorare lo stato degli immobili confiscati, lavorando di concerto con il Prefetto e con l’Anbsc (Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata) per evitare, ad esempio, che gli stessi cadano in stato di abbandono o che ritornino (come talvolta accade) nella disponibilità delle stesse famiglie cui erano stati sottratti. 


Il fine principale è quello di velocizzare la destinazione a scopo sociale dei beni sottratti alle mafie. Immobili e capannoni che, tra le altre cose, secondo Valenti, potrebbero essere adibiti ad archivi per la Procura e la prefettura locali «così evitando di pagare affitti».

Il nucleo bresciano, a seguito della sua formale istituzione nel 2011 e di un biennio di lavoro assiduo sul territorio, si sarebbe arenato, tanto che tra il 2014-2016 sarebbe stato riconvocato non più di due volte. Valenti ha assicurato un cambio di passo sul tema, testimoniato da un decreto prefettizio del 25 gennaio 2017 che ricostituisce formalmente il tavolo bresciano, cui seguiranno la riconvocazione dello stesso nei prossimi mesi e le audizioni degli amministratori bresciani interessati alla riassegnazione degli immobili confiscati. Un’apertura a 360°, quella del prefetto, che però si scontra con «una scarsezza di risorse e di personale della prefettura e con l’impegno di queste nell’inderogabile lavoro sull’emergenza migranti».


20/12/16

Operazione Pecunia olet - Sequestrati beni per 10 mln di euro tra Italia e Svizzera


Guardia di Finanza: Comando Provinciale Brescia



L’operazione “PECUNIA OLET” ha consentito di ricostruire minuziosamente l’attività di “pulizia di denaro sporco” (denaro proveniente da reati tributari e fallimentari commessi da un gruppo criminale) e di procedere, in data odierna, al sequestro, tra Italia e Svizzera, di beni e liquidità per un ammontare di circa € 10 milioni.
L’associazione per delinquere era già stata disarticolata nel 2014, allorquando nell’ambito dell’operazione denominata “MERCATO LIBERO”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Brescia, erano stati tratti in arresto 9 soggetti, alcuni dei quali ritenuti contigui a cosche della ‘ndrangheta calabrese.
Nonostante gli intervenuti arresti, i militari della Guardia di Finanza del Nucleo di Polizia tributaria di Brescia, unitamente al personale della Squadra Mobile della Polizia di Stato di Brescia hanno continuato l’indagine, riuscendo ad individuare la destinazione finale dei flussi finanziari oggetto dell’attività di riciclaggio attraverso specifici accertamenti bancari sviluppatisi sul territorio nazionale e all’estero per il tramite di attività rogatoriali.
Tali sviluppi investigativi, coordinati dalla Procura della Repubblica di Bergamo, hanno dato origine all’odierna operazione “PECUNIA OLET”, così denominata in quanto il denaro trasferito lasciava, nei vari passaggi, il proprio “odore”, la propria “scia”.
Gli indagati, probabilmente confidando nel famoso “segreto bancario” svizzero e sanmarinese (ormai venuto meno) e nell’utilizzo di società offshore, si sentivano al riparo da qualsiasi eventuale provvedimento della giustizia italiana.
Più nel dettaglio, l’attività di riciclaggio era governata da una donna di origine bergamasca, di anni 41, imprenditrice operante nel settore dell’edilizia e attualmente residente in Svizzera.
La citata imprenditrice, con l’ausilio dei propri familiari, aveva provveduto a “svuotare” le società edili (società gestite dal sodalizio criminale e intestate a prestanomi) delle risorse finanziarie attraverso trasferimenti bancari da conti italiani, verso conti svizzeri, sanmarinesi e di Singapore.
Tali conti esteri erano intestati a società offshore (scatole vuote formalmente aventi sede a Panama, British Virgin IslandsMarshall Islands) gestite a loro volta da società fiduciarie svizzere.
Dietro i predetti schermi vi erano gli indagati, quali titolari effettivi delle operazioni e dei rapporti finanziari.
La mela stilizzata è spiegabile come segue: il fiduciario elvetico parlando telefonicamente con gli indagati italiani delle movimentazioni di denaro “da ripulire”utilizzava l’espressione criptica “magazzino di mele”, per indicare i conti correnti svizzeri, destinazione ultima del riciclaggio.
In conclusione, in data odierna, militari della Guardia di Finanza, unitamente al personale della Polizia di Stato-Squadra mobile di Brescia, coordinati dalla Procura della Repubblica di Bergamo, hanno proceduto al sequestro di immobili e quote societarie sul territorio nazionale.
Contestualmente, il Tribunale Federale di Berna, su richiesta rogatoriale inoltrata dall’Autorità giudiziaria bergamasca, ha dato esecuzione a due provvedimenti di sequestro per equivalente e “sproporzione”, emessi dall’Ufficio G.I.P. del Tribunale di Bergamo, per alcuni milioni di euro.

http://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/16_dicembre_20/sequestrati-10-milioni-euro-il-denaro-veniva-ndrangheta-955080ea-c6a0-11e6-84f8-50724e442573.shtml