Mappa delle allerte in provincia di Brescia.

Clicca sulla mappa e scopri quali sono le allerte in provincia di Brescia e
dintorni, dove sono presenti i beni confiscati, dove c'è stato smaltimento illecito di rifiuti o un rogo doloso. Tutti gli eventi sono tracciati e tenuti aggiornati dallo staff della rete.

21/11/17

Che fine fanno i beni confiscati?

Cosa succede dopo la confisca definitiva? E' noto nel caso dei beni confiscati alla criminalità organizzata; esistono, tuttavia, altre ipotesi di confisca che non conducono al riutilizzo del bene per finalità sociali, bensì alla sola assegnazione al Demanio. Cosa succede in questi casi? 

Articolo di Jennifer RIBOLI
LE JOURNALISTE.IT


“Occorre spezzare il legame esistente tra il bene posseduto ed i gruppi mafiosi, intaccandone il potere economico e marcando il confine tra l’economia legale e quella illegale”. A parlare era Pio La Torre, “padre” della legge sulla confisca dei beni ai mafiosi; e in effetti, da quel 13 settembre del 1982 in cui entrò in vigore - quattro mesi dopo il suo omicidio – di strada ne è stata fatta tanta: la legge 19 del 1996, di iniziativa popolare trainata dall’associazione Libera - Associazioni, nomi, numeri contro le mafie, ha aperto la strada per la restituzione alla comunità del patrimonio sottratto alla criminalità organizzata; mentre il legislatore ha gradualmente aumentato i casi di apprensione, a vario titolo e per diversi scopi, dei beni riconducibili a condotte criminose, affiancando alla ipotesi tradizionale di confisca – nata come misura di sicurezza, volta a sottrarre al reo le cose intrinsecamente pericolose in quanto pertinenti al reato, oppure strumentali alla sua commissione, o che ne costituiscono il prezzo o il profitto – diverse ipotesi di confisca come strumento punitivo, volto a sottrarre a chi si è reso colpevole di gravi reati – di mafia, contro la pubblica amministrazione, tributari – i guadagni ottenuti in modo illecito.
Gli immobili, i terreni e le aziende confiscati ai sensi del codice antimafia sono soggetti a un percorso di destinazione, riassegnazione e restituzione alla collettività, tornando a nuova vita come beni adibiti a utilizzo per scopi sociali. Per questi beni esistono forme di monitoraggio, anche civico, che seppur con fatica ci raccontano di che tipo di beni si tratta, quale sia la loro storia, la loro nuova vita e il loro impatto – economico e sociale -  sulla comunità, ma c’è un’altra fetta di patrimonio immobiliare che sembra destinata, dopo la confisca, a svanire nel nulla. Parliamo dei beni che vengono confiscati per crimini economici e tributari - nell’ambito della c.d. confisca “di valore”, ovvero la confisca dei beni per un valore pari a quello che è stato il profitto o risparmio indebito dell’autore del reato, quando da questi non può essere recuperata la somma effettiva e che restano assegnati al demanio. In questi casi gli immobili non vengono percepiti come parte di un maltolto da restituire alla comunità e non vengono inseriti in un percorso di riutilizzo con finalità sociali; diventano invece parte del patrimonio indisponibile dello Stato e, in quanto tali, non possono essere venduti né asssoggettati ad azioni esecutive di sorta, perché devono mantenere integra la loro funzione pubblica. Ma qual è effettivamente la funzione assegnata loro dallo Stato? Quanto valore - economico e sociale – producono questi beni? Quanto costa la loro manutenzione e in che stato sono?

L’impatto dei crimini economici

Il punto non è scontato: la criminalità economica è sensibilmente aumentata negli ultimi anni, anche grazie alla maggiore vulnerabilità che il tessuto economico, complice la stagnazione economica che ha interessato il Paese dal 2008 e che ha portato con sé gravi difficoltà di liquidità e accesso al credito, ha sviluppato nei confronti della criminalità, in particolare di quella di tipo economico. Tra le ricadute dirette e indirette di questa tendenza c’è l’aumento del potenziale mercato di compravendita di denaro sul mercato illegale (cioè dell’usura) e un maggiore spazio di manovra per varie forme di criminalità economica, a cominciare da quelle che sfruttano lo stato di difficoltà finanziaria dell’azienda per muovere un attacco al patrimonio e agli asset della società presa di mira. Lo studio sull’evoluzione della criminalità economico-finanziaria realizzato per il 2016 dalla società di consulenza Price Waterhouse Coopers (Pwc) ha rilevato che una impresa su cinque è stata vittima di criminalità economica: appropriazione indebita, corruzione, concussione, cybercrime, frodi contabili, negli appalti e nelle risorse umane, riciclaggio, per un impatto finanziario che va dai 46mila ai 92 milioni di euro per azienda. Nonostante siano percepiti come meno pericolosi dalla società, reati di questo tipo danneggiano in modo consistente l’economia e la qualità della vita del Paese; diventa quindi importante capire quali e quanti sono i beni che rappresentano in qualche modo la restituzione allo Stato di ciò che è stato sottratto, alterando il circuito economico, e in che modo vengono gestiti.

Le politiche del Demanio

L’insieme dei beni di proprietà dello Stato consta di 31.321 fabbricati 13.302 aree, per un valore complessivo rispettivamente di 55.608.789.142 di euro e 4.674.213.343 di euro. Un patrimonio corposo, che comprende tante e diverse tipologie di beni, dalle case cantoniere ai fari, ai terreni, ai semplici edifici.
Da qualche anno a questa parte assistiamo a una forte spinta – da parte sia delle istituzioni del privato sociale – verso il recupero degli immobili inutilizzati. E’ una grande sfida per il futuro, che l’Agenzia del Demanio non ha mancato di cogliere: dal canto suo ha aperto le porte a progetti di valorizzazione, rigenerazione e riuso dei beni facenti parte del patrimonio dello Stato che cade sotto la sua gestione, con lo scopo di innescare processi di sviluppo dei territori urbani e non in cui gli edifici sorgono – è il caso di progetti come “Valore Paese cammini e percorsi”, che prevede l’emanazione periodica di bandi per la concessione a cittadini under 40 di immobili demaniali siti lungo percorsi turistici e ciclopedonali, per consentire una riattivazione che riguardi ad un tempo l’immobile, la comunità e l’ambiente. I beni pubblici non utilizzati dalle amministrazioni sono invece oggetto di interventi edilizi, anch’essi debitamente programmati e divulgati attraverso i canali istituzionali. Quanti e quali di questi sono frutto di una confisca?

Aiutaci!

Nel corso dei prossimi mesi cercheremo di rintracciare i beni confiscati di proprietà del Demanio, ritrovarne la storia, verificarne lo stato e l’utilizzo. Conosci un immobile confiscato non soggetto a riutilizzo per scopi sociali? Segnalacelo cliccando qui! Ci aiuterai a mappare le confische ai danni della criminalità economica. 

21/09/17

Sentenza Processo Pesci

Articolo della Gazzetta di Mantova

BRESCIA. Stangata per i sedici imputati del processo Pesci. Questa mattina, giovedì 21 settembre, il collegio dei giudici del tribunale di Brescia, presieduto da Ivano Brigantini, ha pronunciato la sentenza per il boss della cosca di 'ndrangheta NIcolino Grande Aracri e i suoi affiliati: dieci condanne per 120 anni per l'organizzazione che deve rispondere di reati pesantissimi, estorsioni, minacce, detenzione abusiva di armi, con l'aggravante dell'associazione a delinquere di stampo mafioso.
La pena più alta proprio per Nicolino Grandi Aracri per il quale il collegio giudicante ha chiesto 28 anni, 26 anni al suo braccio destro trapiantato nel Nord, a Pietole, Antonio Rocca, 4 anni alla moglie di quest'ultimo Deanna Bignardi  e un anno e 9 mesi con la condizionale al figlio Salvatore; poi ancora: 10 anni ad Alfonso Bonaccio, 19 anni a Giuseppe Loprete, 4 anni e 6 mesi a Giacomo Marchio, 18 anni a Salvatore Muto, 4 anni ciascuno ai fratelli Ennio e Danilo Silipo. Sei gli assolti: Gaetano Belfiore, Antonio Floro Vito, Moreno Nicolis, Antonio Gualtieri, Salvatore e Rosario Grande Aracri, fratello e nipote di NIcolino. Per le parti civili i giudici hanno stabilito: all'imprenditore Matteo Franzoni una provvisionale di 70mila euro, all'associazione Libera una provvisionale di 200mila euro.
Una giornata storica per il distretto di giustizia di Brescia: per la prima volta il tribunale penale ha pronunciato una sentenza per associazione mafiosa e per la prima volta il boss Nicolino Grande Aracri è stato condannato in un tribunale del Nord Italia per lo stesso reato.

Soddisfatti i pm della Dda bresciana, Claudia Moregola e Paolo Savio, che hanno portato avanti l'immensa inchiesta: "Finalmente a Mantova è tornato il tempo della speranza". 

14/07/17

'NDRANGHETA: ANTONIO MUTO ASSOLTO ANCHE IN APPELLO

di Giancarlo Oliani
La Gazzetta di Mantova, giovedì 13 luglio 2017


La Corte d’appello di Brescia ha assolto da tutti le accuse di reato Antonio Muto, l'imprenditore accusato di concorso esterno all'associazione mafiosa dei Grande Aracri. La sentenza, che conferma l’assoluzione ottenuta anche in primo grado, è stata emessa giovedì 13 luglio alle 18.30, dopo oltre otto ore di camera di consiglio. Il costruttore, che in questo momento si trova agli arresti domiciliari per un altro procedimento penale che ha in corso, era presente in aula con il figlio. La Corte d’appello ha anche rideterminato e riqualificato le pene degli altri imputati. Francesco Lamanna, il direttore dei lavori nei cantieri edili del boss della ’ndrangheta cutrese Nicolino Grande Aracri, condannato in primo grado a 9 anni e 4 mesi, ha visto aumentare la sua pena a 10 anni e 4 mesi di reclusione più seimila euro di multa. Per Alfonso Martino, già condannato a Reggio Emilia a 9 anni di carcere i giudici dell’Appello hanno confermato la condanna in primo grado di 8 anni e 2000 euro di multa. Riduzione di pena invece per Paolo Signifredi, il liquidatore, che ha portato a casa 5 anni e 27 giorni di reclusione. Per quanto riguarda invece i testimoni Salvatore Cozza ed Enrico Covelli, i giudici hanno deciso di rimettere gli atti che li riguardano alla Procura, perché indaghi sulla loro posizione processuale.

A sostenere l’accusa sono stati i due sostituti della Dda bresciana vista la particolare complessità del dibattimento. In osservanza delle sentenze della Cassazione e della Corte europea dei diritti dell’uomo, c’è stata infatti una riapertura dell’istruttoria con l’audizione di alcuni dichiaranti. Solitamente invece, nei processi d’Appello l’accusa è rappresentata da un procuratore generale, cioè un Pm, più “anziano” professionalmente ed anagraficamente rispetto a quello che ha sostenuto l’accusa in primo grado. Contro Antonio Muto dunque, anche per i giudici dell’Appello solo indizi ma nessuna prova.

L'altro punto del ricorso era stata la condanna a 9 anni e 4 mesi a Lamanna per associazione mafiosa con l'assoluzione dalle accuse di estorsioni. I giudici dell’Appello, in questo caso gli hanno aumentato la pena di un anno.

11/07/17

PROCESSO PESCI: LE RICHIESTE DELL'ACCUSA


Articolo della Gazzetta di Mantova del 10 luglio 2017
La scure dell’accusa è calata nel tardo pomeriggio. Trent’anni al boss Nicolino Grande Aracri e al muratore di Pietole Antonio Rocca e 14 anni alla moglie di quest’ultimo, Deanna Bignardi, e due anni al figlio Salvatore Rocca.

Queste alcune delle richieste di condanna avanzate dai pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Brescia, Claudia Moregola Paolo Savio, durante la requisitoria al processo Pesci che vede alla sbarra sedici imputati accusati di far parte della cosca di Nicolino Grande Aracri, di cui sarebbero stati il braccio operativo nel Mantovano. Sta dunque per arrivare alle battute finali il processo con rito ordinario che si celebra a Brescia teso a dimostrare l’esistenza di un’associazione mafiosa che faceva capo alla cosca cutrese di Grande Aracri con interessi e affari nel territorio Mantovano.

Dal giorno del blitz e degli arresti legati all’inchiesta Aemilia (ramo emiliano), sono passati due anni e mezzo e poco più di un anno dall’inizio del processo del filone lombardo Pesci. Se i magistrati di Aemilia sono riusciti finora ad accusare il boss cutrese – e poi a condannarlo – soltanto per riciclaggio, a Mantova la Dda ha trovato le carte per scrivere l’imputazione di associazione a delinquere di stampo mafioso. Ed è la prima volta al Nord.
Accanto al boss, in carcere a Opera, ci sono diversi muratori cutresi che secondo le indagini dei carabinieri del nucleo investigativo di Mantova, avrebbero cercato di piantare le gru in alcuni cantieri edili dell’hinterland, tenendo sotto scacco con minacce ed estorsioni gli imprenditori. Figura centrale, secondo la Dda, quella di Antonio Rocca, muratore cutrese trapiantato a Borgo Virgilio e ritenuto il luogotenente del boss per il Mantovano, che nel suo interrogatorio ha respinto con veemenza tutte le accuse. Ha negato di aver partecipato ai summit con Grande Aracri, e ricostruendo le relazioni economiche con gli imprenditori che lo hanno denunciato per estorsione, ha assicurato di aver agito soltanto per riscuotere dei crediti dovuti. E ha sostenuto di essere perfino andato in perdita.
Puntando il dito contro Paolo Signifredi, l’uomo dei conti della cosca, suo ex compagno di merende ora pentito, «un infame che ha fatto molte porcherie». Nei faldoni dell’inchiesta sono finiti anche l’ex sindaco di Mantova Nicola Sodano e il costruttore Antonio Muto. L’ex primo cittadino (processo stralciato a Roma) è indagato per peculato e corruzione per l’affare Lagocastello e per la nomina di un “amico” alla Fum.

Muto, oggi agli arresti domiciliari con l’accusa di bancarotta fraudolenta nell’ambito di un’inchiesta della Guardia di Finanza, era invece finito in cella con l’accusa di aver fiancheggiato la cosca dei Grande Aracri. L’immobiliarista di Levata di Curtatone è stato assolto in primo grado con rito abbreviato e adesso è in attesa della sentenza d’appello, la cui udienza è fissata per giovedì.

Le altre richieste di condanna: Gaetano Belfiore (13 anni), Alfondo Bonaccio (12 anni), Vito Floro (6 anni), Rosario Grande Aracri (15 anni), Salvatore Grande Aracri (13 anni), Antonio Gualtieri (7 anni), Giuseppe Lo Prete di Cerese (24 anni), Giacomo Marchio (4 anni), Salvatore Muto (20 anni), Moreno Nicolis (7 anni), Daniele Silipo (8 anni), Ennio Silipo (8 anni).