Mappa delle allerte in provincia di Brescia.

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21/09/17

Sentenza Processo Pesci

Articolo della Gazzetta di Mantova

BRESCIA. Stangata per i sedici imputati del processo Pesci. Questa mattina, giovedì 21 settembre, il collegio dei giudici del tribunale di Brescia, presieduto da Ivano Brigantini, ha pronunciato la sentenza per il boss della cosca di 'ndrangheta NIcolino Grande Aracri e i suoi affiliati: dieci condanne per 120 anni per l'organizzazione che deve rispondere di reati pesantissimi, estorsioni, minacce, detenzione abusiva di armi, con l'aggravante dell'associazione a delinquere di stampo mafioso.
La pena più alta proprio per Nicolino Grandi Aracri per il quale il collegio giudicante ha chiesto 28 anni, 26 anni al suo braccio destro trapiantato nel Nord, a Pietole, Antonio Rocca, 4 anni alla moglie di quest'ultimo Deanna Bignardi  e un anno e 9 mesi con la condizionale al figlio Salvatore; poi ancora: 10 anni ad Alfonso Bonaccio, 19 anni a Giuseppe Loprete, 4 anni e 6 mesi a Giacomo Marchio, 18 anni a Salvatore Muto, 4 anni ciascuno ai fratelli Ennio e Danilo Silipo. Sei gli assolti: Gaetano Belfiore, Antonio Floro Vito, Moreno Nicolis, Antonio Gualtieri, Salvatore e Rosario Grande Aracri, fratello e nipote di NIcolino. Per le parti civili i giudici hanno stabilito: all'imprenditore Matteo Franzoni una provvisionale di 70mila euro, all'associazione Libera una provvisionale di 200mila euro.
Una giornata storica per il distretto di giustizia di Brescia: per la prima volta il tribunale penale ha pronunciato una sentenza per associazione mafiosa e per la prima volta il boss Nicolino Grande Aracri è stato condannato in un tribunale del Nord Italia per lo stesso reato.

Soddisfatti i pm della Dda bresciana, Claudia Moregola e Paolo Savio, che hanno portato avanti l'immensa inchiesta: "Finalmente a Mantova è tornato il tempo della speranza". 

14/07/17

'NDRANGHETA: ANTONIO MUTO ASSOLTO ANCHE IN APPELLO

di Giancarlo Oliani
La Gazzetta di Mantova, giovedì 13 luglio 2017


La Corte d’appello di Brescia ha assolto da tutti le accuse di reato Antonio Muto, l'imprenditore accusato di concorso esterno all'associazione mafiosa dei Grande Aracri. La sentenza, che conferma l’assoluzione ottenuta anche in primo grado, è stata emessa giovedì 13 luglio alle 18.30, dopo oltre otto ore di camera di consiglio. Il costruttore, che in questo momento si trova agli arresti domiciliari per un altro procedimento penale che ha in corso, era presente in aula con il figlio. La Corte d’appello ha anche rideterminato e riqualificato le pene degli altri imputati. Francesco Lamanna, il direttore dei lavori nei cantieri edili del boss della ’ndrangheta cutrese Nicolino Grande Aracri, condannato in primo grado a 9 anni e 4 mesi, ha visto aumentare la sua pena a 10 anni e 4 mesi di reclusione più seimila euro di multa. Per Alfonso Martino, già condannato a Reggio Emilia a 9 anni di carcere i giudici dell’Appello hanno confermato la condanna in primo grado di 8 anni e 2000 euro di multa. Riduzione di pena invece per Paolo Signifredi, il liquidatore, che ha portato a casa 5 anni e 27 giorni di reclusione. Per quanto riguarda invece i testimoni Salvatore Cozza ed Enrico Covelli, i giudici hanno deciso di rimettere gli atti che li riguardano alla Procura, perché indaghi sulla loro posizione processuale.

A sostenere l’accusa sono stati i due sostituti della Dda bresciana vista la particolare complessità del dibattimento. In osservanza delle sentenze della Cassazione e della Corte europea dei diritti dell’uomo, c’è stata infatti una riapertura dell’istruttoria con l’audizione di alcuni dichiaranti. Solitamente invece, nei processi d’Appello l’accusa è rappresentata da un procuratore generale, cioè un Pm, più “anziano” professionalmente ed anagraficamente rispetto a quello che ha sostenuto l’accusa in primo grado. Contro Antonio Muto dunque, anche per i giudici dell’Appello solo indizi ma nessuna prova.

L'altro punto del ricorso era stata la condanna a 9 anni e 4 mesi a Lamanna per associazione mafiosa con l'assoluzione dalle accuse di estorsioni. I giudici dell’Appello, in questo caso gli hanno aumentato la pena di un anno.

11/07/17

PROCESSO PESCI: LE RICHIESTE DELL'ACCUSA


Articolo della Gazzetta di Mantova del 10 luglio 2017
La scure dell’accusa è calata nel tardo pomeriggio. Trent’anni al boss Nicolino Grande Aracri e al muratore di Pietole Antonio Rocca e 14 anni alla moglie di quest’ultimo, Deanna Bignardi, e due anni al figlio Salvatore Rocca.

Queste alcune delle richieste di condanna avanzate dai pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Brescia, Claudia Moregola Paolo Savio, durante la requisitoria al processo Pesci che vede alla sbarra sedici imputati accusati di far parte della cosca di Nicolino Grande Aracri, di cui sarebbero stati il braccio operativo nel Mantovano. Sta dunque per arrivare alle battute finali il processo con rito ordinario che si celebra a Brescia teso a dimostrare l’esistenza di un’associazione mafiosa che faceva capo alla cosca cutrese di Grande Aracri con interessi e affari nel territorio Mantovano.

Dal giorno del blitz e degli arresti legati all’inchiesta Aemilia (ramo emiliano), sono passati due anni e mezzo e poco più di un anno dall’inizio del processo del filone lombardo Pesci. Se i magistrati di Aemilia sono riusciti finora ad accusare il boss cutrese – e poi a condannarlo – soltanto per riciclaggio, a Mantova la Dda ha trovato le carte per scrivere l’imputazione di associazione a delinquere di stampo mafioso. Ed è la prima volta al Nord.
Accanto al boss, in carcere a Opera, ci sono diversi muratori cutresi che secondo le indagini dei carabinieri del nucleo investigativo di Mantova, avrebbero cercato di piantare le gru in alcuni cantieri edili dell’hinterland, tenendo sotto scacco con minacce ed estorsioni gli imprenditori. Figura centrale, secondo la Dda, quella di Antonio Rocca, muratore cutrese trapiantato a Borgo Virgilio e ritenuto il luogotenente del boss per il Mantovano, che nel suo interrogatorio ha respinto con veemenza tutte le accuse. Ha negato di aver partecipato ai summit con Grande Aracri, e ricostruendo le relazioni economiche con gli imprenditori che lo hanno denunciato per estorsione, ha assicurato di aver agito soltanto per riscuotere dei crediti dovuti. E ha sostenuto di essere perfino andato in perdita.
Puntando il dito contro Paolo Signifredi, l’uomo dei conti della cosca, suo ex compagno di merende ora pentito, «un infame che ha fatto molte porcherie». Nei faldoni dell’inchiesta sono finiti anche l’ex sindaco di Mantova Nicola Sodano e il costruttore Antonio Muto. L’ex primo cittadino (processo stralciato a Roma) è indagato per peculato e corruzione per l’affare Lagocastello e per la nomina di un “amico” alla Fum.

Muto, oggi agli arresti domiciliari con l’accusa di bancarotta fraudolenta nell’ambito di un’inchiesta della Guardia di Finanza, era invece finito in cella con l’accusa di aver fiancheggiato la cosca dei Grande Aracri. L’immobiliarista di Levata di Curtatone è stato assolto in primo grado con rito abbreviato e adesso è in attesa della sentenza d’appello, la cui udienza è fissata per giovedì.

Le altre richieste di condanna: Gaetano Belfiore (13 anni), Alfondo Bonaccio (12 anni), Vito Floro (6 anni), Rosario Grande Aracri (15 anni), Salvatore Grande Aracri (13 anni), Antonio Gualtieri (7 anni), Giuseppe Lo Prete di Cerese (24 anni), Giacomo Marchio (4 anni), Salvatore Muto (20 anni), Moreno Nicolis (7 anni), Daniele Silipo (8 anni), Ennio Silipo (8 anni).

27/06/17

UNA STRAGE SEMPLICE


Ieri sera, presso l’oratorio Santa Maria in Silva di Brescia, è stato presentato “Una strage semplice”, l’ultimo libro di Nando Dalla Chiesa. Insieme all’autore erano presenti Lorenzo Frigerio, responsabile di Libera Informazione, e Don Fabio Corazzina.
Il libro si occupa di analizzare le stragi del 1992 sforzandosi di unire all’aspetto commemorativo quello della memoria. In particolare, la memoria degli anni precedenti agli attentati permette di ricostruire il contesto generale entro il quale hanno lavorato Falcone e Borsellino e quindi di capire quali sono stati i tanti interessi e le varie ragioni che hanno determinato la loro morte.
Il punto di partenza quindi è comprendere perché nelle commemorazioni ufficiali che ricorrono ogni 23 maggio e 19 luglio non si parla della storia che va dal 1981 al 1992. L’attività di Giovanni Falcone, che oggi viene unanimemente celebrata, in realtà è stata sempre ostacolata: “lo Stato viveva la sua presenza con fastidio, la politica con imbarazzo, i giornali come un corpo estraneo” afferma il professore Dalla Chiesa. E anche oggi, si vedono “alleanze” contro alcuni magistrati particolarmente impegnati.
Ma qual’è il motivo per cui anche a grandi testate giornalistiche del nord Italia risultò scomoda la presenza di Falcone? La risposta deve essere ricercata negli interessi economici di un capitalismo del nord che trova conveniente stringere rapporti con gli ambienti della borghesia mafiosa siciliana. Questa è una realtà che risale ai fatti di Michele Sindona, di Calvi e le vicende del Banco Ambrosiano e che non possono essere dimenticati nell’analisi del contesto che a portato alle stragi del 1992.
Giovanni Falcone preoccupò in primo luogo Cosa Nostra, in quanto ha dimostrato di essere una persona totalmente estranea alla mafia. Grazie a questa presa di posizione netta e all’assenza di ambiguità è riuscito ad ottenere le dichiarazioni di Tommaso Buscetta. Dichiarazioni che furono sconvolgenti perché in un periodo in cui si diceva ancora “la mafia non esiste” confermava l’esistenza di un’organizzazione criminale complessa denominata Cosa Nostra. Considerato un traditore dai memebri del sodalizio, non poteva essere attaccato negli stessi termini da parti ci chi mafioso non era. Quindi chi non poteva attaccare Buscetta come traditore, se la prese con Falcone, accusandolo di essere “amico dei mafiosi”. Critiche che venivano mosse anche dallo stesso ambiente politico culturale che non ha mai ritenuto disdicevole la figura del collaboratore di giustizia in relazione ai terroristi degli anni di piombo, che, a differenza di Buscetta, godevano anche di sconti di pena. Una contraddizione spiegabile con la paura che i mafiosi, una volta “pentiti” possano fare il nome di qualche politico o uomo di potere, cosa che per i terroristi non accadeva.
Cominciava dunque una startegia della delegittimazione che vide il suo culmine con la pubblicazione sul Corriere della sera dell’articolo di Sciascia, ribattezzato dalla redazione “I professionisti dell’antimafia” con cui si contestò la possibilità di ricoprire ruoli di prestigio per il “solo” merito di aver fatto molta esperienza nella lotta alla mafia. Ne nacque una polemica enorme, finalizzata non tanto alla difesa del garantismo, ma a garantire l’impunità alla mafia. A tal proposito Paolo Borsellino affermò che “Giovanni ha cominciato a morire quel giorno”.
Assumendo il ruolo alla Direzione Affari Penali, presso il Ministero di Giustizia, Falcone fu percepito da Cosa Nostra come un pericolo. Mentre tutti pensavano si fosse indebolito, andando a lavorare alla corte di Andreotti e di Martelli, Cosa Nostra pensava esattamente l’opposto: è Andreotti che si sta mettendo alla corte di Falcone. A certificare questa paura c’è una frase di Salvo Lima rivolto ad Angelo Siino, alla presenza di Ignazio Salvo: “Questo si metterà l’Italia nelle mani”.
Viene dedicata una particolare attenzione a questo episodio. La frase denota che il retroterra dell’omicidio di Falcone fu di carattere nazionale, non confinabile solo in Sicilia. Infatti, Salvo Lima, europarlamentare della Democrazia Cristiana, era un uomo di potere che sta parlando con un altro uomo di potere, Angelo Siino, “ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra” e poi collaboratore di giustizia. La preoccupazione venne volutamente espressa davanti ad Ignazio Salvo, membro di Cosa Nostra, affinché l’organizzazione capisse.
La strage di Capaci non fu un complotto ma il risultato di un insieme di interessi, frutto di una convergenza complessa che vide concorrere tanti fattori. Un primo aspetto da comprendere è il motivo del momento storico scelto per la starge. Un primo fattore fu l’eliminazione di Andreotti dalla corsa per la Presidenza della Repubblica, in quanto non ebbe mantenuto i patti (la Cassazione non li ha assolti). Questa circostanza, che è stata confermata anche dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, sarebbe una concausa composta da più elementi quali la vendetta nei confronti di Andreotti e la coincidenza dell’imminenza dell’elezione del Presidente della Repubblica. Un secondo fattore fu il vuoto di potere politico creatosi dopo lo scandalo di Tangentopoli e l’avvento di Mani Pulite. Un vuoto che va venire meno la protezione politica per i poteri economici che hanno fatto affari con Cosa Nostra e hanno paura di quello che può accadere con Falcone alla Procura Nazionale.
Viste tutte queste concause, tuttavia, bisognava che tutti fossero convinti che ad ucciderlo fu la Mafia e solo la Mafia: la voglia dei poteri di rimanere occulti si sposa con il desiderio di onnipotenza di Riina. Per questo motivo la strage fu fatta a Capaci e non a Roma.
Inseguito, il bando per il posto di Procuratore Nazionale antimafia fu riaperto e come candidato più probabile e voluto fu scelto Paolo Borsellino, che ha capito di trovarsi in una posizione pericolosa e quindi “fa capire che ha capito”: torna sull’inchiesta su mafia e appalti.


24/06/17

RELAZIONE DELLA DNA SUL DISTRETTO DI BRESCIA

Il 22 giugno 2017, è stata pubblicata la relazione relativa all’anno 2016 della Direzione Nazionale Antimafia. L’analisi compiuta evidenzia come sia in atto un proceso di trasformazione delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, che non sarebbero più associazioni “eminentemente militari e violente” ma delle “entità affaristiche con un sostrato militare”. Il fatto che le mafie, per lo svolgimento della loro attività criminale, non ricorrono necessariamente all’uso della violenza giustificherebbe, secondo il Procuratore Franco Roberti, la necessità di una modifica del reato di associazione mafiosa.
L’organizzazione criminale, ormai considerata la più forte e pericolosa, alla quale si fa maggiormente riferimento è la ‘ndrangheta. Essa si infiltra nei settori più importanti della società, coltivando relazioni con ambienti della pubblica amministrazione, della politica e dell’economia. Le relazioni appunto costituiscono la cosiddetta zona grigia che fornisce alla ‘ndrangheta “occasioni di grandi arricchimenti e, a volte, garanzie di impuntità”.
Con particolare riferimento al territorio bresciano, si descrive un contesto che appare tutt’altro che immune dal pericolo dell’infiltrazione da parte delle organizzazioni mafiose, in primo luogo considerando l’assenza di veri e propri “anticorpi” all’interno del tessuto sociale. Un esempio è la presenza della ‘ndrangheta sul territorio, si precisa che l’interesse della mafia calabrese sia prevalentemente economico, non interessandosi particolarmente al cosiddetto controllo del territorio: “la ‘ndrangheta che delocalizza ma non colonizza, e crea strutture criminali di tipo mafioso attorno a centri di interesse per tutelarli ed espanderli attraverso il classico reticolo che lega al crimine altre entità: del mondo politico-istituzionale, finanziario, economico. Un crimine che della propria origine calabrese sfrutta essenzialmente il “marchio di fabbrica”, ovverosia una sorta di “made in Calabria”, che serve per accreditarsi verso quelle diverse realtà cui si è appena fatto riferimento, purtroppo ancora molto sensibili (in termini di attrazione) a quel “marchio” e, nel contempo, per indebolire le difese dei cittadini, specie quando questi si accorgono della liaison di cui si diceva. E che opera in autonomia nel detto territorio settentrionale, non infiltrandolo alla stregua delle strutture criminali della Provincia di Reggio Calabria, bensì innestandovi delle succursali che, più che al dominio del territorio, mirano al controllo degli affari che hanno individuato quali loro, appunto, centri di interesse...”. Inoltre si specifica che sul medesimo territorio c’è la presenza di sodalizi di diversa matrice, anche stranieri fra i quali interazioni [...] neppure ragioni di contesa, visto che non vi è un territorio da dominare, ma degli interessi da tutelare ed espandere, cui il territorio non è affatto funzionale.
La zona grigia, come detto, rappresenta la fonte da cui la mafia trae i maggiori benefici e anche nel bresciano si verificano spesso collusioni fra esponenti della società civile e gruppi criminali. Fra gli altri, il settore dei rifiuti fornisce un’opportunità di profitto-anche per imprese attive nell’economia legale-soprattutto per lo svolgimento di operazioni di illecito smaltimento e che diventano un vero e proprio business. Si legge infatti che il territorio è caratterizzato dalla “strumentalizzazione del modello imprenditoriale ai fini della consumazione del delitto di attività organizzata finalizzata al traffico illecito dei rifiuti, attraverso la creazione di un vero e proprio reticolo imprenditoriale retto da una politica aziendale che può ben definirsi criminale”. Un business non esclusivamente mafioso ma che crea, almeno potenzialente, una convergenza di interessi fra imprenditori e membri delle cosche.

Passando dalla zona grigia ad un settore propriamente criminale come il traffico di sostanze stupefacenti viene evidenziatoil ruolo dominante di soggetti di nazionalità albanese ma residenti nel territorio nazionale, alle cui dipendenze operano correi di nazionalità diverse, tra cui italiani e rumeni.non fine a se stesso, ma funzionale o concorrente con altre strategie criminali”. Accanto al mercato della droga, le attività dei gruppi criminali presenti variano dalla contraffazione delle merci, al favoreggiamento dell’immigrazione illegale e clandestina ed alla tratta e riduzione in schiavitù (quest’ultima promossa soprattutto da sodalizi nigeriani nei confonti di cittadini connazionali).